Accogliere la sofferenza con leggerezza, lo stoicismo di Seneca

Le difficoltà sono parte integrante della vita di tutti. A prescindere da etnia, classe o genere, tutti gli esseri umani soffrono: è un qualcosa di inevitabile.

Ma come si può affrontare la sofferenza con leggiadria, ovvero esercitando la virtù, rimanendo impassibili ed equilibrati? Come si può rigirare la sofferenza a proprio favore, per comprendere meglio sé stessi? Lo stoicismo del filosofo e statista romano Lucio Anneo Seneca può fornire alcuni spunti di riflessione.

Seneca, vita e filosofia

Nato all’inizio del primo secolo, Seneca è stato attratto sin dalla tenera età dalla retorica, dalla letteratura e dalla filosofia stoica. Lo stoicismo è una filosofica che pone l’accento sul comportamento virtuoso, sul controllo delle emozioni e sull’uso razionale della mente.

Lo stoicismo di Seneca si fonda sul pensiero che emozioni distruttive come dolore e rabbia dovrebbero essere indebolite fino a venir rimosse; la ricchezza dovrebbe andare di pari passo con la virtù; amicizia e gentilezza sono importanti, e le difficoltà dovrebbero essere positivamente accettate, piuttosto che evitate.
Seneca ha cercato di vivere proprio in accordo con questi principi stoici, ogniqualvolta ha incontrato delle difficoltà.

Le difficoltà offrono infatti un’opportunità per mettere in pratica la virtù e l’autocontrollo. Seneca afferma: «Ogni sera dovremmo chiederci: quale difficoltà sono riuscito a padroneggiare oggi? A quali passioni mi sono opposto? A quali tentazioni ho resistito? Quali virtù ho acquisito? I nostri vizi spariranno, se vengono ogni giorno indeboliti».

Seneca cercava ogni giorno di abbandonare i vizi, di resistere alle tentazioni, di incarnare la virtù e, in poche parole, di diventare una persona migliore.

Nei suoi primi anni di carriera, il noto autore latino venne eletto come funzionario pubblico e senatore romano. Il successo che ottenne al Senato grazie alla sua abilità oratoria rese geloso l’imperatore Caligola, che ordinò a Seneca di suicidarsi.

Più tardi, Caligola ritirò il suo ordine, convinto che Seneca, già gravemente malato, sarebbe morto presto per cause naturali.

Nel giro di quattro anni, intorno al 41 d.C, Claudio divenne il nuovo imperatore, e Seneca era ancora in vita. Ma la terza moglie di Claudio, Messalina, per scopi politici accusò Seneca di adulterio: così il filosofo venne condannato all’esilio in Corsica.

Seneca rimase in esilio per otto anni finché Claudio sposò la sua stessa nipote Agrippina, che fu in grado di usare la sua influenza per far tornare Seneca a Roma.

A Roma, Seneca fu nominato insegnante del figlio di Agrippina, Nerone. All’inizio, Nerone fu fortemente influenzato dal suo maestro Seneca. I primi cinque anni della sua dominazione su Roma furono infatti un successo grazie alle  reminiscenze stoiche dell’insegnamento di Seneca.

In seguito, Nerone si allontanò sempre più dal suo maestro. Nel 59 d.C, l’imperatore ordinò che sua madre fosse giustiziata, e Seneca fu costretto a scrivere una lettera che giustificasse l’esecuzione al Senato. Lucio Anneo Seneca venne accusato anche di altri crimini, ma si attenne sempre ai suoi principi stoici.

Esausto, Seneca tentò per due volte di ritirarsi dalla sua posizione, ma Nerone respinse la sua richiesta entrambe le volte. A questo punto, il noto filosofo romano iniziò ad allontanarsi dal Senato e a condurre una vita tranquilla e di studio. E fu proprio in questo frangente che creò la sua opera filosofica principale, Lettere a Lucilio, una ricerca razionale della perfezione morale.

Nerone tuttavia accusò Seneca di essere coinvolto nella Congiura di Pisone, una congiura per assassinare l’imperatore. Lo condannò quindi a morte per suicidio, ma gli storici dubitano del coinvolgimento di Seneca in quella congiura.

Il saggio Seneca accettò con calma questa sentenza, e seguì la tradizione romana accettando l’ordine di commettere suicidio. Si provocò un taglio, ma dal momento che sanguinava lentamente, assunse anche del veleno e fu adagiato in un bagno caldo per accelerare il processo.

Seneca sopportò molte difficoltà nel corso della sua vita. Difese se stesso e il suo onore quando necessario, ma lo fece sempre secondo la sua comprensione dei principi stoici. Cercò sempre di vedere la vita da una prospettiva morale, comportandosi di conseguenza.

‘Il suicidio di Seneca’, di Manuel Domínguez Sánchez

Il pittore spagnolo del 19esimo secolo Manuel Domínguez Sánchez raffigura il momento della morte di Seneca nel suo dipinto Il suicidio di Seneca. Sánchez mostra Seneca senza vita, nella vasca da bagno, con altre figure che lo circondano.

La composizione ricalca il modello del classico fregio orizzontale nel muro sul retro. Una figura si appoggia alla colonna sulla destra del quadro, e guarda il corpo senza vita di Seneca, impedendo agli occhi dell’osservatore di spostarsi dal piano del dipinto. Una figura sull’estrema sinistra fa lo stesso.

Così l’autore comunica che Seneca è la figura principale del suo dipinto. Anche un’altra figura, più vicina alla vasca e con il pugno al petto, sta guardando Seneca. Sembra supplicare di non distogliere lo sguardo, in modo che si possa contemplare il sacrificio stoico di Seneca.

Anche se le figure che circondano il saggio filosofo sono in lutto per la sua morte, la maggior parte di queste appare in piedi, in posizione eretta e immobile, come le colonne che le circondano. Le loro pose rimandano alla pratica dello stoicismo: si alzano in piedi e accettano la situazione di dolore e difficoltà dovuta alla morte di Seneca. Questo è il loro modo di onorare la vita del filosofo, invece di piangere la sua morte.

Tuttavia c’è un limite alla sopportazione del dolore, e infatti uno degli amici di Seneca piange disteso sulla vasca.

Lo stoicismo di Seneca ebbe una profonda influenza sulla cultura delle generazioni successive. I suoi pensieri, nel corso dei secoli, hanno contribuito a influenzare anche il Rinascimento italiano e il ritorno dei contenuti classici e della morale nell’arte francese e spagnola. Questo dipinto è proprio un esempio della sua influenza, e ha vinto il premio alla Mostra Nazionale di Belle Arti nel 1871.

Recupero della visione stoica

Seneca ha dovuto sopportare difficoltà tremende e tante sofferenze: è stato esiliato da un imperatore e condannato a morte da altri due. I colleghi senatori hanno tentato di diffamarlo, e ha affrontato la malattia talmente tante volte che i suoi colleghi sono arrivati a pensare che fosse sul punto di morte.

Nonostante tutto, quello che interessava a Seneca era solo essere una brava persona, e lo stoicismo era la via da lui seguita per poter realizzare questo proposito.

Il suo stoicismo ha comunque influenzato le persone accanto a lui. Aveva indirizzato Nerone sulla strada giusta, ma quando quest’ulimo ha rinnegato i principi stoici, ha fatto sì che le sue emozioni e i suoi desideri determinassero le sue azioni. La morte di Seneca simbolizza infatti anche la morte di quello stoicismo che aveva accompagnato Nerone fino a un determinato punto della sua vita; venuto a mancare lo stoicismo, Roma è caduta nella disgrazia, nel dolore e nella sofferenza.

In che modo allora lo stoicismo può aiutare l’individuo a sobbarcarsi la responsabilità delle sue azioni e a sopportare le sofferenze di modo da non lasciare che le emozioni determinino le sue azioni, causando così dolore e sofferenza per lui stesso e per gli altri? Per rispondere a questa domanda ci si potrebbe ad esempio chiedere, come prima cosa: con quale frequenza si lascia che una brutta giornata di lavoro influisca non solo su se stessi ma anche su colleghi e famiglia?

Diventa facile perdere le staffe e avere un atteggiamento negativo quando le cose non vanno come si vorrebbe. Chi è coinvolto in questi conflitti è colui che inevitabilmente sente e sperimenta la sua stessa negatività, nonostante tutti i tentativi di scaricare le colpe sugli altri e, di solito, non essendo in grado di controllare le sue emozioni, finisce per diffondere la negatività dovuta al suo stesso comportamento non buono.

Gestire le difficoltà con temperanza e leggiadria significa semplicemente accettare le sofferenze così come vengono, e riflettere su se stessi mentre si sta provando quella sofferenza. Stoicamente parlando, può essere utile quindi controllare le emozioni (compresa la paura), resistere alle tentazioni e allinearsi alla propria comprensione di virtù, come fece Seneca.

Per lo meno, quando si sopportano delle difficoltà e si approfondisce la comprensione del significato di sofferenza, si può arrivare a capire meglio le sofferenze degli altri, trattando il tutto con compassione invece che con una negatività non necessaria.

Eric Bess è attualmente studente di dottorato presso l’Institute for Doctoral Studies in the Visual Arts (Idsva).

 

Articolo in inglese: Suffering With Grace: Seneca’s Stoicism

 
 
 

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