Alessandro Magno, come divenne il ‘Grande’ (parte 3)

Di Evan Mantyk

Sulla base della prima fonte storica rimasta su Alessandro il Grande, ovvero Diodoro Siculo (90-30 a.C.), abbiamo visto le caratteristiche che hanno reso ‘Grande’ Alessandro nel corso della maggior parte della sua breve vita: la capacità di costruire una fratellanza con i suoi uomini, l’attitudine a mostrare buone maniere, anche con le persone conquistate, e infine una forte fede negli Dei. Ora, vedremo come queste caratteristiche hanno giocato un ruolo anche nei capitoli finali della straordinaria vita dell’eroe.

Il declino e la morte di Alessandro

Alessandro morì all’età di 32 anni, non molto tempo dopo essere tornato dalle sue conquiste. C’è un grande significato nella sua prematura scomparsa: è come se fosse stato mandato sulla terra con lo scopo di fare quelle conquiste, e una volta compiute, avesse completato la sua missione andandosene a un’età molto simile a quella di Gesù Cristo, anche lui morto intorno ai 32 o 33 anni.

Ma la cosa più rilevante è che la morte di Alessandro è perfettamente correlata alla violazione di tutte e tre le sue nobili virtù di cui abbiamo parlato: costruire un fratellanza, le buone maniere e la fede. Una volta sconfitto l’imperatore persiano Dario III e conquistato effettivamente l’impero persiano, il carattere di Alessandro cambiò gradualmente in peggio.

Alessandro aveva piegato tutta la sua vita a questo unico scopo: la conquista del mondo, (come lo si conosceva al suo tempo) e con questo scopo completato, non vedeva alcuna ragione per non rilassarsi e divertirsi. L’unico problema era che non sembrava esserci alcuna ragione convincente per smettere di darsi ai piaceri dopo la conquista. Vediamo alcuni esempi.

La fratellanza che aveva con i suoi compagni macedoni e greci fu violata quando decise di andare a conquistare terre sempre più lontane come l’India, per accumulare maggiore gloria per l’impero persiano che ora governava, ma non tenendo conto dei suoi commilitoni che erano sempre più lontani da casa e soffrivano per questo.

Le truppe implorano Alessandro di tornare a casa dall’India, in un’illustrazione del 1608 di Antonio Tempesta di Firenze, Italia. (PD-US)

Fece anche propaganda affinché fosse usato e diffuso tra i suoi uomini il suo nuovo titolo di «Figlio di Ammone», che significava «Figlio di Dio», titolo che non aveva alcun significato per i suoi uomini macedoni ma solo per i persiani.

Diodoro spiega: «I macedoni non solo si erano ammutinati quando gli era stato ordinato di attraversare il fiume Gange, ma erano spesso indisciplinati quando venivano chiamati in assemblea e ridicolizzavano la pretesa di Alessandro che Ammone fosse suo padre».

Anche in questo esempio, vediamo un eccesso di manierismo con l’unico scopo di compiacere il suo pubblico persiano ormai servile, dimenticando le sue origini.

Alla fine Alessandro non onorò gli dei della sua giovinezza: il poema epico persiano  Shāh-Nāmeh, (scritta dal poeta persiano Firdusi tra il 977 e il 1010 circa) descrive Alessandro il Grande in Persia. In questa edizione del XVI secolo del libro, egli sta pregando alla Kaaba (l’edificio più sacro dell’islam al centro delle Mecca) (Khalili Collections/CC BY-SA 4.0)

Questi eccessi dimostravano la deformazione del carattere di Alessandro ed erano, in effetti, come la crescita eccessiva di cellule cancerose o la crescita della muffa. Era passato dall’esercizio delle buone maniere e dal rispetto dei costumi di coloro che aveva conquistato ad adottarli finalmente come propri e a gettare via quei costumi greci che lo avevano nutrito per la maggior parte della sua vita. Diodoro rende chiari i cambiamenti dall’assunzione dell’abito persiano alla promozione dei persiani rispetto ai greci nelle cariche arrivando fino al punto di adottare usanze persiane come l’assunzione di 360 concubine per i propri piaceri personali; Didoro Siculo racconta:

«Sembrava che Alessandro avesse raggiunto il suo obiettivo e che ora tenesse il suo regno senza contestazioni, e cominciò a imitare il lusso persiano e lo stravagante sfoggio dei re dell’Asia. Prima installò nella sua corte uscieri di razza asiatica, poi ordinò alle persone più distinte di fargli da guardie; tra queste c’era il fratello di Dario, Oxathres. Poi indossò il diadema persiano e si vestì con la veste bianca e la fascia persiana…Distribuì ai suoi compagni mantelli con bordi di porpora e vestì i cavalli con finimenti persiani. Oltre a tutto questo, aggiunse concubine al suo seguito alla maniera di Dario, in numero non inferiore ai giorni dell’anno e di straordinaria bellezza, scelte tra tutte le donne dell’Asia. Ogni notte queste sfilavano intorno al divano del re affinché egli potesse scegliere quella con cui giacere quella notte…Molti, è vero, lo rimproveravano per queste cose, ma egli li zittiva con dei regali».

Sprofondando in questo tipo di svaghi e piaceri senza limiti e in quella che deve essere sembrata una degenerazione ai suoi uomini, Alessandro dovette affrontare a quel punto critiche taglienti e cospirazioni dall’interno. Arrivò persino in un raptus di ubriachezza ad uccidere un vecchio soldato di nome Clito noto per avergli salvato una volta la vita durante una delle grandi imprese. Clito aveva criticato apertamente Alessandro per la sua recente cattiva gestione dell’impero e per la sua condotta.

In un raptus di ubriachezza Alessandro uccise Clito che gli aveva salvato la vita sei anni prima. L’uccisione di Clito, 1898-1899, di André Castaigne. (Pubblico dominio)

La situazione divenne così grave che Alessandro adottò un esercito di 30 mila persiani per contrastare i suoi stessi macedoni nel caso ne avesse avuto bisogno.

Perdita di fede

Infine, la fede e la pietà di Alessandro furono similmente deformate e alla fine effettivamente perse. Al termine dei suoi viaggi, il suo più caro amico Efestione morì, ed egli decise di tenere un funerale incredibilmente stravagante che si concluse con l’ordine, da lui impartito a tutti, di offrire sacrifici a Efestione come si fa per un  Dio, cosa che riuscì a far approvare da un sacerdote locale; scrive Diodoro:

«Alessandro concluse decretando che tutti dovevano offrire sacrifici a Efestione come Dio coadiutore; infatti, proprio in quel momento, Filippo, uno degli Amici, venne a portare la risposta di Ammone che diceva che Efestione doveva essere adorato come un Dio. Alessandro si rallegrò che il Dio avesse ratificato la sua stessa opinione, e fu lui stesso il primo a compiere il sacrificio».

Notate che quando arrivò la notizia che Ammone ratificava l’elevazione di Efestione, Alessandro era già in procinto di dichiarare il suo amico un dio da adorare. Una lettura ravvicinata rivela che non gli importava davvero se ci fosse l’approvazione o meno: Alessandro aveva ormai scartato quasi ogni briciolo di umiltà di fronte alle forze divine che aveva precedentemente venerato.

Quando si avvicinò alla grande città di Babilonia alla fine del suo lungo viaggio, Alessandro fu consigliato dai Caldei che gli dissero che se fosse entrato nella città, sarebbe morto lì; i Caldei erano noti per la loro abilità nel leggere i presagi, perciò all’inizio Alessandro prese la cosa molto seriamente.

«Quando Alessandro seppe da Nearco della profezia dei Caldei, si allarmò e fu sempre più turbato, più rifletteva sull’abilità e l’alta reputazione di questa gente. Dopo qualche esitazione, inviò la maggior parte dei suoi amici in Babilonia, ma modificò il proprio percorso in modo da evitare la città e stabilì il suo quartier generale in un campo a una distanza di duecento stadi»

Tuttavia, Alessandro alla fine fu persuaso dai filosofi greci, probabilmente per convenienza e sentimento pubblico, ad entrare in Babilonia dove effettivamente morì.

Diodoro suggerisce con forza che la vera causa fu l’avvelenamento da parte di coloro che odiavano il dominio di Alessandro. Se invece fu davvero una zanzara portatrice di malaria a ucciderlo, allora dovremmo anche notare che fu l’eccesso di alcol, sesso e banchetti che probabilmente debilitarono il suo sistema immunitario lasciandolo così esposto alla morte nonostante fosse ancora giovane.

Miniatura di un romanzo del XV secolo La storia delle battaglie di Alessandro in cui si racconta dell’avvelenamento di Alessandro. Nella scena in alto Alessandro è seduto con la sua regina a tavola; nella scena sotto Alessandro cerca di rimettere usando una piuma nel tentativo di eliminare dal corpo il veleno. Biblioteca Nazionale del Galles. (Pubblico dominio)

Indipendentemente dalla causa della morte, la vita di Alessandro, presa nel suo insieme, permette di imparare come le virtù della fratellanza, delle buone maniere e della fede siano potenti mezzi capaci di condurre le persone in regioni prima impensabili e possano essere solidi pilastri che reggono il tetto di una magnifica civiltà.

Nell’ultimo quarto della vita di Alessandro, dopo aver raggiunto il suo obiettivo, osserviamo chiaramente un contrasto con la sua vita precedente. Il risultato della violazione delle virtù della fratellanza, delle buone maniere e della fede mostra tragicamente quali siano le conseguenze nel violare questi sani principi e questo li esalta ancora di più.

Guardando la vita di Alessandro in questo modo si ottiene un quadro più completo e coerente di chi era e di come è diventato grande. Questa, anche se breve, è la storia di Alessandro il Grande.

Tutte le citazioni sono tratte da Diodoro Siculo.

 

Evan Mantyk è un insegnante di inglese a New York e presidente della Society of Classical Poets.

Articolo in inglese   How Alexander the Great Became Great, Part 3

 
 
 

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