Amleto e il ruolo del dubbio nella distruzione dei valori occidentali

Cosa era una volta un gigante ma ora è un nano?

La risposta è nella tragedia di William Shakespeare chiamata Amleto, un’opera, che secondo lo scrittore inglese Anthony Burgess, è il dramma più di tutti indispensabile.

Perché intorno al 1600, l’anno in cui fu scritto l’Amleto, qualcosa di molto importante cadde, qualcosa di così colossale che William Shakespeare dovette notarlo e del crollo riconobbe l’origine. Decise di raccontare questo crollo attraverso la storia tragica di un principe di Danimarca. Così, mentre il racconto era una mera finzione, la tragedia storica e filosofica che lo ispirò non lo era affatto.

Amleto in poche parole

Il famosissimo dramma racconta la storia del giovane principe Amleto che incontra quella che sembra essere il fantasma di suo padre recentemente scomparso, il vecchio Amleto. L’ombra spettrale dice al giovane Amleto che, contrariamente alle notizie della sua morte naturale, egli era stato in realtà avvelenato da suo fratello Claudio, lo zio del giovane Amleto. Questo sembra anche in accordo col fatto che, a soli due mesi dalla morte del vecchio Amleto, Claudio ha sposato la vedova del re deceduto, la madre del giovane Amleto, Gertrude.

Amleto è indignato e giura vendetta. Poi, quasi immediatamente, smorza il fuoco del suo voto. Piuttosto che affrontare Claudio con l’accusa di omicidio, Amleto metterà in atto una ‘disposizione d’animo’, una finta pazzia, per meglio strappare la verità al nuovo re e alla sua regina incestuosa. Il ‘dubbio’ ha fatto il suo grande ingresso e non uscirà di scena finché non scorrerà il sangue.

La prima vittima del dubbio è la relazione di Amleto con Ofelia, figlia di Polonio, il buffone consigliere del re. Al primo incontro con Ofelia, Amleto pronuncia: «Dubita che il sole si muova, ma non dubitare che io ti ami», ma quando si accorge che Claudio e Polonio lo stanno spiando, finge di non amare più Ofelia e la respinge. Questo effettivamente convince la coppia di spioni che Amleto è pazzo, ma ha un costo enorme per la coppia: Ofelia scioccata e incredula inizia la sua discesa verso la vera follia.

Amleto organizza una rappresentazione teatrale che imita l’omicidio di suo padre. Quando Claudio reagisce violentemente alla scena dell’avvelenamento, Amleto crede di avere la sua prova, ma quando poco dopo scopre Claudio da solo in preghiera, esita, pensando che uccidere qualcuno in preghiera potrebbe mandare il defunto in paradiso. Così lo lascia vivere, supponendo che non sarebbe una vera vendetta dargli questo scampo.

Nella scena successiva, Amleto, più risoluto, uccide qualcuno che crede essere il re, anche se la persona è nascosta dietro un arazzo. Si rivela essere lo sfortunato Polonio, che stava origliando la conversazione di Amleto con sua madre.

I disastri da qui si succedono uno dopo l’altro: Ofelia si annega, suo fratello, Laerte, torna dalla Francia e trama con Claudio per uccidere Amleto con un fioretto avvelenato in un duello inscenato. Disavventura dopo disavventura, l’intera corte danese muore: Claudio, Laerte, Gertrude e Amleto.

A questo punto entra il re di Norvegia, Fortebraccio, che rivendica il trono danese.

Che cosa ha portato il nascere e il crescere di questo dubbio snervante che ha distrutto un’intero regno? Subito dopo aver incontrato il fantasma, Amleto dice al suo amico Orazio: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la nostra filosofia». La tradizione vuole che Amleto e Orazio fossero compagni di studi a Wittenberg. Allora la domanda è: quale ‘filosofia’ possono aver studiato che ha formato le loro menti?

Il costo del dubbio

La nostra comprensione attuale dell’epoca potrebbe voler rispondere: «La scolastica dell’Aquinate» ovviamente! Ma più probabilmente invece sarebbe stato il pirronismo di Sesto Empirico. Tutto tranne che sconosciuto oggi, Empirico era un filosofo greco del secondo secolo d.C. che attinse al lavoro del filosofo greco precedente Pirro (conosciuto anche col nome di Pirrone o Pyrrho) un giovane contemporaneo di Aristotele.

Pirro aveva avanzato un tipo di scetticismo aperto a interpretazioni molto distanziate, di cui quella di Empirico era la più estrema. «Niente», scriveva Empirico, poteva «essere conosciuto come vero». Anche una cosa come «il suono […] non esiste», scriveva Empirico in Contro i musicisti. Solo perché le vibrazioni nell’aria sono sperimentate come ciò che chiamiamo «suono», questo non dimostra che il suono abbia uno status esistenziale indipendente. Non scherzava, era serio, e lo erano anche i suoi seguaci. Sostenevano infatti che non possiamo provare nulla, quindi non sappiamo nulla.

L’opera di Empirico avrebbe potuto scivolare nell’oscurità se non fosse che fu pubblicata in traduzione latina nel 1500, precisamente nel momento in cui l’Europa stava lottando con la Riforma. Il rifiuto di quest’ultima delle verità religiose precedentemente ritenute assolute, trovava supporto filosofico nella nozione che la verità stessa è una bugia. Le università furono inondate dal dubbio radicale e al tempo della prima produzione dell’Amleto nel 1601, era una posizione comune.

René Descartes (Cartesio), famoso per aver portato il dubbio radicale nella coscienza occidentale, arrivò a questa festa già in ritardo. La sua famosa affermazione «Penso, dunque sono» (1637) era un tentativo fallito di superare il dubbio, cercando di ‘piazzare’ una cosa inconfutabile. Ma era troppo tardi. La ragione, una volta che aveva afferrato tutta la realtà, era ormai un mero guardiano logico, incaricato solo di assicurarsi che i termini di un sillogismo fossero distribuiti correttamente.

Ciò che sappiamo essere vero non richiede prove

La cosa strana è questa: Empirico aveva ragione. Niente di importante può essere logicamente dimostrato. Ma mentre per Empirico questo significava che nulla può essere conosciuto, in realtà significa che ciò che sappiamo non richiede prove.

Prima del collasso della ragione, si capiva che la prova logica era solo una piccola parte della ragione, che consisteva nella deduzione a partire da premesse già note come vere. Le premesse non erano esse stesse dimostrabili e queste premesse erano cose molto importanti come: l’esistenza degli enti, la persistenza del tempo, la natura di un uomo, la geometria dello spazio e così via. Il ruolo dell’indagine umana era quello di sapere quali fossero queste cose.

Per gli individui ciò significava che discernere il vero dal falso era una questione di giudizio attento. Non si «deduceva» la verità, la si otteneva attraverso l’indagine. Una volta conosciute le verità fondamentali, era possibile usare la logica per dedurre altre verità. Era una premessa osservabile, per esempio, che uomini e donne traggono la loro natura dai loro ruoli biologici: da questo si possono dedurre i percorsi sociali di uomini e donne. Era chiaramente vero che alcuni oggetti sono belli e altri brutti e che questo non è una semplice «scelta» casuale: da questo si potevano dedurre i principi che formavano il bello. Un altro esempio: era ovvio che la tirannia producesse fame e oppressione e da questo si potevano formulare forme di governo più efficaci.

Un percorso che porta alla distruzione

Oggi, queste premesse sarebbero respinte come «indimostrabili» (come in effetti sono). L’idea che gli uomini possano essere donne e le donne uomini, la nozione che non esista alcuna differenza essenziale tra bellezza e bruttezza, la convinzione che la tirannia abbia il suo posto come esecutore dell’«equità», tutte queste premesse sono trattate seriamente, eppure sono tutte palesemente false. Può essere così dimostrato? Naturalmente no. Questo legittima le premesse? In termini attuali, sì, perché le pretese della politica dell’identità si sono sostituite alla verità. La ragione, l’indagine, la logica, tutto viene spazzato via e il potere messo al loro posto perché nulla può essere «provato». È difficile ribellarsi quando gli ultimi quattrocento e più anni di pensiero occidentale hanno pesantemente favorito la richiesta di prove dove nessuna è possibile.

Amleto ha visto il potere della corte alzarsi contro di lui e ha agito troppo tardi per opporsi. Se fosse stato meno circospetto e più sicuro di sé, avrebbe potuto uccidere Claudio in anticipo, salvando molte vite e fortificando la Danimarca contro la Norvegia. Amleto poteva provare che suo zio aveva ucciso suo padre? No. Sapeva che suo zio aveva ucciso suo padre? Questa conoscenza era a sua disposizione, ma poiché non poteva provarla, si rifiutò di crederci. A causa del suo rifiuto, un intero regno è andato perso.

Non abbiamo bisogno di provare che i valori occidentali di libertà, sovranità e responsabilità individuale, rispetto delle leggi della natura e le tradizioni tramandate da millenni sono vere. Sono vere anche senza di noi. Dubitare di esse è arroganza e assecondare l’opposizione ad esse come paritaria perché non possiamo «provarle» è come preparare un fioretto col veleno e rivolgerlo contro noi stessi.

Dovremmo invece non fare come Amleto ed emulare Fortebraccio. Quando Amleto vede per la prima volta Fortebraccio alla guida di un esercito, sa di essere testimone di una grandezza e pronuncia queste parole nel suo soliloquio finale:

«La vera grandezza
non sta nell’agire senza grande ragione,
ma nel combattere grandemente per una pagliuzza
se è in gioco l’onore»

[orig:“Rightly to be great
Is not to stir without great argument
But greatly to find quarrel in a straw
When honour’s at the stake.”]

 

L’autore dell’articolo, Kenneth LaFave, è un ex critico musicale per l’Arizona Republic e The Kansas City Star. Ha recentemente conseguito un dottorato in filosofia, arte e pensiero critico alla European Graduate School. È autore di tre libri, tra cui Experiencing Film Music (2017, Rowman & Littlefield).

Articolo in inglese  The Cost of Doubt: ‘Hamlet’ and the Role of Doubt in the Destruction of Western Values

 
 
 

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