L’artista dissidente cinese Ai Weiwei vittima della corruzione di banche e musei occidentali

Di Anders Corr

L’autore dell’articolo, Anders Corr, ha conseguito una laurea/master in scienze politiche presso la Yale University (2001) e un dottorato in governance presso la Harvard University (2008). È preside di Corr Analytics Inc., editore del Journal of Political Risk, e ha condotto ricerche approfondite in Nord America, Europa e Asia. È autore di «The Concentration of Power» (in uscita nel 2021) e «No Trespassing» e ha curato «Great Powers, Grand Strategies».

 

L’artista cinese Ai Weiwei non è mai stato condannato per un crimine. Eppure, Credit Suisse, una delle più grandi banche del mondo, ha citato i suoi ‘precedenti penali’ in Cina, per giustificare la chiusura del suo conto in banca, riporta Reuters.

Nel frattempo, i politici pro-Pechino di Hong Kong stanno sollevando un putiferio sull’arte di Ai, che violerebbe, secondo loro, la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Pechino. Questo ha spinto un nuovo museo d’arte di Hong Kong a ritirare una delle sue fotografie prima che aprisse completamente le sue porte al pubblico e a rimuovere sia la fotografia che una scultura dal suo sito web.

Credit Suisse dovrebbe rettificare immediatamente la sua decisione o essere perseguita per favoreggiamento ai crimini contro l’umanità del regime cinese.

Tutti noi dovremmo applaudire il museo di Hong Kong, chiamato M+, per qualunque piccolo brandello di libertà riesca a cogliere, dato il crescente controllo di Pechino sul Porto Profumato. Il museo, insieme ad Ai e ad altri artisti di Hong Kong, sono le vittime qui.

Ai è l’artista vivente più famoso della Cina, ed è stato definito addirittura «l’artista più influente del nostro tempo». Quindi M+ è fortunato ad avere una delle sue fotografie più famose, che lo ritrae mentre fa un gesto maleducato in direzione della Città Proibita in Piazza Tiananmen.

M+ detiene anche l’opera di Ai Map of China (2003), che sottolinea come il Paese abbia cucito insieme le nazionalità tibetane, uigure, mongole e di altro tipo che mantengono le loro distinzioni e potrebbero a un certo punto rompersi.

Le foto delle due controverse opere d’arte sono state rimosse dal sito web del museo il 10 agosto, ma sono rimasti dei segnaposto con i loro nomi. Qui probabilmente vediamo M+ aggrapparsi agli ultimi brandelli di libertà.

Dal 2008, quando Ai è stato consulente artistico per lo stadio Nido di Rondine delle Olimpiadi di Pechino 2008, ha mescolato l’attivismo con la sua arte, inclusa una denuncia sulla corruzione letale di Pechino e Shanghai, della mancanza di trasparenza e della propaganda del Partito Comunista Cinese (Pcc).

In risposta, nel 2011 il regime ha rinchiuso Ai per 81 giorni, nel 2012 gli ha confiscato il passaporto e anche la licenza del suo studio di architettura è stata revocata.

Un’opera di Ai del 2013 chiamata Sacred, include ricreazioni scultoree della sua incarcerazione. I sei contenitori sono esposti, in almeno un caso, all’interno di quello che sembra essere l’interno di una chiesa, con le panche rimosse. All’interno delle scene scolpite, Ai è sempre accompagnato da due guardie carcerarie o controllori che lo osservano, anche quando dorme, mangia e si lava.

Nel 2015, Ai ha recuperato il passaporto ed è fuggito in Europa, ma la pressione del regime cinese continua a farsi sentire.

In un bellissimo articolo d’opinione del 6 settembre scritto per Artnet, Ai ha dato notizia della richiesta di Credit Suisse di chiudere il suo conto, che appartiene alla ‘Fart Foundation’ di Ai, dal nome umoristico (fart significa peto). L’artista descrive la fondazione come «un mezzo per promuovere la libertà di parola».

Nell’articolo, Ai contesta il riferimento di Credit Suisse a un presunto crimine: «Anche solo un minimo di compiti a casa avrebbero potuto dimostrare loro [Credit Suisse, ndr] che non sono mai stato formalmente accusato, per non parlare di un crimine. Quando il regime di Pechino mi ha arrestato e diffamato il mio nome, stava solo applicando le sue normali tecniche di persecuzione degli oppositori politici».

Ai sostiene che Credit Suisse stia tentando di chiudere il suo conto per espandere gli affari in Cina. «Allora perché Credit Suisse ha utilizzato il mio ‘crimine’ come motivo per chiudere il mio conto in banca? Non molto tempo fa l’istituto [Credit Suisse, ndr] ha annunciato che stava accelerando il reclutamento di dipendenti in Cina. Voleva triplicare i suoi numeri in cinque anni. Allo stesso tempo, cercherà di assumere il controllo di maggioranza delle sue joint venture nel mercato dei titoli e di richiedere una licenza che le consenta di espandere la propria attività sia nel personal banking che nell’investment banking».

L’artista ha paragonato la presunta corruzione del Credit Suisse con la corruzione del regime del Pcc. «In Cina e altrove, le connessioni politiche sono il carburante del colonialismo economico che occupa il nucleo della crescente globalizzazione di oggi. Nel capitalismo di Stato cinese, gli alti funzionari godono di un potere incontrollato e lo esercitano in un ambiente totalmente privo di supervisione democratica. Di conseguenza, dietro la forte struttura organizzativa del Partito Comunista Cinese, è sorta una rete immensamente complessa di interessi privati ​​delle famiglie di più alto rango del Partito e dei loro scagnozzi nelle burocrazie».

Ai ha spiegato a Reuters che anche delle banche in Germania e a Hong Kong hanno intrapreso azioni contro di lui, simili a quelle di Credit Suisse, e anche se queste banche hanno poi cambiato idea, non vuole più esserne cliente: «Non sono disposto a essere associato a una banca che ha un rapporto così strano con la Cina», ha scritto.

Nel suo articolo, Ai ha fatto notare che il museo M+ ha escluso una sua fotografia a causa della sua posizione politicamente controversa. «Una foto nella mia serie Study of Perspective (1995-) mi mostra mentre faccio un gestaccio alla piazza Tiananmen di Pechino. Altre mi mostrano mentre faccio lo stesso verso una serie di altre strutture politicamente o culturalmente consacrate in tutto il mondo; tuttavia a Hong Kong, la ‘legge sulla sicurezza nazionale’ approvata dal governo centrale cinese l’anno scorso, ha rovinato l’ambiente politico locale quasi da un giorno all’altro e ha lasciato la promessa del governo cinese per ‘un Paese, due sistemi’, come semplice carta straccia».

Una società di pubbliche relazioni che rappresenta la West Kowloon Cultural District Authority di Hong Kong, che ha supervisionato lo sviluppo di M+ e di altre istituzioni nel distretto, ha evitato le domande sulla pressione di Pechino. M+ ha invece comunicato attraverso l’azienda, e in maniera concreta, che «dato il gran numero di opere nelle collezioni M+, solo una parte di esse sarà esposta nello stesso momento».

Ai sostiene inoltre che la decisione di M+ abbia violato la volontà dell’ambasciatore svizzero che ha donato la sua rinomata collezione d’arte al museo: «Influenzato dalla legge sulla sicurezza nazionale, la decisione di M+ di escludere il mio lavoro si discosta dall’intenzione originale del collezionista d’arte ed ex ambasciatore svizzero in Cina, Uli Sigg, quando decise di donare la sua collezione (incluse ventiquattro mie opere) al nuovissimo museo della città».

Nell’articolo Ai sottolinea che l’arte è un elemento chiave della politica. «Nel 1989, solo sei anni prima che facessi quel gesto, i carri armati del governo e i soldati armati hanno invaso la piazza per scacciare gli studenti che protestavano pacificamente. Un singolo gesto sprezzante da parte mia non è mai stato all’altezza di un assalto armato, naturalmente; ma dà vita a un elemento durevole di fede: che il valore dell’arte in politica non può essere semplicemente cancellato».

L’articolo di Ai cita un altro punto importante sulla crescente influenza della Cina in Occidente, che può essere vista nei nostri musei d’arte più prestigiosi. «Il destino dell’M+ Museum a cui stiamo assistendo oggi, ricorda come alcuni altri musei occidentali, il Centre Pompidou di Parigi e il Victoria & Albert Museum e il Tate Modern di Londra, di recente si siano ingraziati con la Cina, inchinandosi e prodigandosi davanti al grande potere autoritario in ascesa, dando continuo sfoggio di lusinghe».

Dovrebbe essere incluso nella lista anche il Metropolitan Museum of Art di New York City. Più di cinque anni fa, si è tenuto lì uno spettacolo sulla moda cinese, che era acriticamente lusinghiero nei confronti del Pcc, e non faceva sufficienti riferimenti alle decine di milioni di morti in Cina a causa di politiche economiche e di altro genere, che hanno portato alla morte per inedia o al genocidio diretto di agricoltori, intellettuali, operatori culturali, uiguri, tibetani, praticanti del Falun Gong e molte altre persone.

Il Metropolitan Museum of Art di Manhattan, in questa foto non datata. (Benjamin Chasteen/The Epoch Times)

«Ciò che i musei occidentali e le altre istituzioni d’arte vogliono, è attirare il sostegno finanziario cinese. A livello personale, anche i dirigenti del mondo dell’arte occidentale sono alla ricerca di vantaggi politici ed economici all’interno della Cina. Ogni museo in Cina, che sia gestito da cinesi o occidentali, vuole un rapporto speciale con quell’unico governo, quell’unico partito, il cui favore è essenziale per il successo».

Nel suo articolo, Ai paragona il «commercio scellerato» del Credit Suisse di conti nascosti del Pcc a quello dei nazisti. Proprio come con i nazisti, «non è un segreto in Cina che funzionari di alto livello mantengano conti bancari segreti con Credit Suisse», ha scritto Ai.

Dovrebbero essere emanate nuove leggi per garantire che il marchio totalitario cinese di «giustizia», ​​anche se qualcuno ha veramente dei reati a suo carico in Cina (cosa che Ai non ha), non venga importato in Europa, negli Stati Uniti o in altre democrazie, sulla base di un’apposita norma di legge. L’importazione di leggi illegittime in sistemi legali legittimi, rende illegittimi quei sistemi precedentemente legittimi. Più semplicemente, la cattiva legge scaccia quella buona.

E il meglio dell’arte non può essere trovato sepolto nei massicci edifici in cemento e vetro che chiamano musei. Come dovrebbe essere chiaro dalla storia di Ai e dall’arte mancante sul sito web di M+, più l’edificio è elegante, più il museo è legato agli interessi del governo e delle aziende.

L’arte migliore è nascosta nei luoghi più improbabili, lontano dai musei e dalla portata del Pcc o delle corporazioni che cercano la sua approvazione. Guarda sotto un petalo di fiore, nell’attico di tua nonna, nell’espressione fugace di uno sconosciuto, in un’idea estetica che hai tu stesso, o sotto le macerie di uno degli ex studi di Ai a Shanghai e Pechino. Lì troverai l’arte più bella se sei disposto a farlo.

Se Ai riesce a trovare la bellezza scrivendo un articolo di opinione su qualcosa che la maggior parte delle persone trova brutto, Ai può trovare l’arte ovunque. Dai un’occhiata più da vicino a ciò che non è «arte» e anche tu troverai quella bellezza, ovunque.

 

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: Chinese Artist Knocked by China Corruption in Big Western Banks and Museums

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