Biden ha capito la Cina, ma ha bisogno di essere molto più duro

Di Anders Corr

L’autore dell’articolo, Anders Corr, ha conseguito una laurea in scienze politiche presso la Yale University (2001) e un dottorato di ricerca ad Harvard (2008). È il preside di Corr Analytics Inc., editore del Journal of Political Risk, e ha condotto ricerche approfondite in Nord America, Europa e Asia. È autore di «The Concentration of Power» (di prossima pubblicazione nel 2021) e «No Trespassing». Ha anche curato «Great Powers, Grand Strategies».

 

«Siamo in competizione con la Cina e altri Paesi per vincere il 21° secolo», ha affermato il presidente Biden nella sessione congiunta del Congresso del 28 aprile. Il discorso è stato criticato da un giornalista del New York Times in quanto, a suo dire, eccessivamente semplicistico. Ma non è così: la democrazia è in una competizione esistenziale, se non in guerra, con la Cina. E Biden lo sa.

«Il segretario Blinken può dirvi che ho trascorso molto tempo con il presidente Xi: ho viaggiato per oltre 17 mila miglia con lui, ho trascorso più di 24 ore in discussioni private con lui. Quando ha chiamato per congratularsi, abbiamo avuto una discussione di due ore», ha spiegato Biden. «Vuole veramente che la Cina diventi la nazione più significativa e determinante del mondo». E Biden ha un lapsus freudiano qui, sottintendendo che Xi pensa a una futura Cina egemonica.

«[Il presidente Xi, ndr] e altri, gli autocrati, pensano che nel 21° secolo la democrazia non possa competere con le autocrazie, perché ci vuole troppo tempo per ottenere il consenso», afferma Biden. Biden ha avuto questa impressione di Xi direttamente dalla fonte. E non si può essere veri americani, se si ascoltano queste parole del leader cinese e non ci si preoccupa di entrare in azione. Peccato che Biden non abbia convinto Obama a prendere una posizione più dura, anni fa.

Tuttavia, cosa molto interessante, il presidente ha concentrato parte del suo discorso sul rilancio della forza industriale americana: «Semplicemente non c’è motivo per cui le pale per le turbine eoliche non possano essere costruite a Pittsburgh invece che a Pechino, non c’è motivo per cui gli americani, i lavoratori americani, non possano guidare il mondo nella produzione di veicoli elettrici e batterie».

Qui Biden sembra voler colpire Elon Musk, il miliardario Ceo di Tesla Motors che ha recentemente aumentato la produzione di auto elettriche a Shanghai invece che a Detroit. Oppure potrebbe offrire supporto a Musk. Tesla è una società americana che probabilmente sta cedendo alla richiesta cinese di trasferimenti di tecnologia, posti di lavoro e niente di meno che abietta sottomissione pubblica in stile maoista, per ottenere l’accesso al mercato. Nelle ultime due settimane, il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha fatto pressioni su Tesla pubblicamente, per il contestato guasto al freno denunciato da una donna; così, la società ha promesso d’impegnarsi in un «esame di coscienza» e «auto-correzione» al fine di «rettificare» i problemi di servizio per il suo cliente: non c’è niente che una società americana non possa fare per soldi.

Biden sta giustamente prendendo in prestito le attenzioni portate dall’amministrazione Trump per la ricostruzione dell’industria americana, che è un requisito assoluto se gli Stati Uniti non vogliono restare indietro rispetto alla Cina economicamente e militarmente. L’America, non la Cina, deve guidare l’industria americana.

Si noti che Biden non ha ancora rimosso i dazi di Trump sulla Cina. Trump ha rotto gli schemi con i dazi, contro la maggior parte dei consigli degli economisti (quasi tutti tranne Peter Navarro), e Biden sta seguendo la sua scia. Questi economisti dovranno ora ripensare ai loro modelli di libero scambio e includere più variabili di sicurezza nazionale piuttosto che solo i prezzi al consumo. Biden sta facendo la cosa giusta per lasciare in vigore i dazi Trump, ma presto dovrà scontrarsi con la Cina, non solo costeggiare le innovazioni repubblicane. Se non è in grado di farlo, avremo bisogno di un altro presidente repubblicano, a partire dal 2024.

Nel discorso di ieri, Biden ha lamentato l’incapacità dell’America di investire almeno il 2% del Pil in ricerca e sviluppo. Ha affermato che decenni fa veniva mantenuto il 2%, sostenendo che oggi quel numero è sceso a meno dell’1%: «La Cina e altri Paesi si stanno avvicinando rapidamente. Dobbiamo sviluppare e dominare i prodotti e le tecnologie del futuro. Batterie avanzate, biotecnologia, chip per computer, energia pulita». Ha capito bene.

Biden ha menzionato la Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) degli Stati Uniti, che ha inventato Internet e il Gps, ma sfortunatamente, in realtà non ha più ricevuto i finanziamenti per la ricerca sulla difesa. Invece, ha chiesto che una nuova agenzia focalizzata sulla salute (Harpa?) sia gestita dal National Institutes of Health (Nih). Sicuramente c’è bisogno dell’Harpa, ma anche di più fondi per Darpa. L’America deve mantenere il suo vantaggio tecnologico, soprattutto militare, sul suo unico vero concorrente globale: la Cina.

Tuttavia, in alcuni punti del discorso, Biden ha detto le parole che voleva che Xi Jinping sentisse: «Nelle mie discussioni con il presidente Xi, gli ho detto che accogliamo con favore la competizione. Non stiamo cercando conflitti».

Questa, unità all’offerta di Biden di cooperare sul cambiamento climatico, placherà un pubblico americano che sta diventando sempre più ansioso per la possibilità di una nuova Guerra Fredda, con tutti i rischi che comporta, nell’era nucleare. Ma Biden deve ormai sapere che mentre noi non siamo alla ricerca di conflitti (il presidente Obama lo ha dimostrato senza ombra di dubbio), Xi Jinping lo è. È territorialmente espansionista e genocida contro la sua stessa popolazione. La Cina contemporanea ha un sistema di apartheid in cui alcune minoranze non hanno libertà di movimento e la ‘razza’ Han ha praticamente tutto il potere. Il popolo americano deve sapere, dal pulpito della presidenza e in uno stile più dichiarativo, che Pechino vuole conquistarci.

Biden ha affermato che difenderà «gli interessi dell’America su tutta la linea», comprese le pratiche commerciali sleali e il furto di tecnologia e proprietà intellettuale. Ha promesso di «mantenere una forte relazione nell’Indo-Pacifico, proprio come facciamo per la Nato e l’Europa. Non per avviare un conflitto, ma per prevenirlo». Ha promesso di impegnarsi per i diritti umani, la libertà e le alleanze: «Un presidente americano deve rappresentare l’essenza di ciò che rappresenta il nostro Paese. L’America è un’idea, l’idea più singolare della storia. Siamo creati tutti uguali. È quello che siamo».

Difendere questa idea americana di uguaglianza, così come quella di libertà, richiederà sacrificio, più di quanto Biden abbia ammesso nel suo discorso. Difendere la libertà ha sempre richiesto sacrificio. Preparare il popolo americano al sacrificio necessario per sconfiggere il Partito Comunista Cinese, alla fine richiederà non solo parole più dure da parte del nostro presidente, ma anche azioni molto più decise.

 

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

Articolo in inglese: Biden Made Some Good Points on China but He Needs to Get Much Tougher

 
 
 

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