Aspre critiche per ‘Mulan’, il nuovo film Disney girato nello Xinjiang

Di Cathy He

La Disney sta subendo dure critiche per aver girato parte del suo remake di ‘Mulan’ nella regione cinese dello Xinjiang, dove si stima che un milione di musulmani uiguri siano detenuti in campi di internamento.

I titoli di coda del film ringraziano persino diverse agenzie governative dello Xinjiang, tra cui il distretto di polizia della città di Turpan e il ‘Dipartimento di pubblicità del Comitato del Pcc della regione autonoma uigura dello Xinjiang’, ovvero la divisione regionale del Dipartimento Centrale della Propaganda (che dal 1998 ha cambiato formalmente il suo nome inglese con Dipartimento Centrale della Pubblicità).

Peraltro, il distretto di polizia di Turpan è stato inserito lo scorso ottobre nella lista nera del dipartimento del Commercio degli Stati Uniti a causa del suo coinvolgimento nella repressione del regime contro i musulmani uiguri.

In realtà il film è oggetto di contestazioni e richieste di boicottaggio per motivi diversi già dallo scorso anno, da quando l’attrice protagonista Liu Yifei ha espresso il suo sostegno alla polizia di Hong Kong che era accusata di violenze contro i manifestanti democratici della città.

Il film, uscito da poco su Disney+, è un racconto hollywoodiano del poema storico La Ballata di Mulan, che narra la storia di un’antica eroina cinese che si traveste da uomo per entrare nell’esercito al posto del padre malato.

Repressioni nello Xinjiang

Oltre un milione di musulmani uiguri e altre minoranze musulmane sono detenuti in campi sparsi in tutto lo Xinjiang nell’ambito della campagna di Pechino contro il cosiddetto ‘estremismo’. I sopravvissuti dei campi di internamento hanno raccontato di essere stati vittime di tortura, stupro e indottrinamento politico durante la detenzione. Inoltre, i residenti dello Xinjiang sono attualmente monitorati da un esteso apparato di sorveglianza composto da fitte reti di telecamere coordinate dall’intelligenza artificiale, punti di controllo fisici e raccolta di dati biometrici.

Lo scenografo della produzione cinematografica Grant Major ha recentemente raccontato all’Architectural Digest che il team di produzione ha trascorso mesi nello Xinjiang e dintorni per fare ricerche prima dell’inizio delle riprese. Mentre la regista di Mulan Niki Caro, nel 2017, ha pubblicato su Instagram la foto di un deserto contrassegnata come ‘Asia/Urumqi’ (la capitale dello Xinjiang), e accompagnata dalla descrizione ‘Day 5-China Scout’.

Ebbene, dopo aver appreso questi fatti, gli attivisti hanno persino intensificato le richieste di boicottaggio sui social media. durante il fine settimana: «Continua a peggiorare! Ora, quando guardi #Mulan, non solo stai chiudendo gli occhi di fronte alla brutalità della polizia e all’ingiustizia razziale (a causa di ciò che rappresentano i protagonisti), ma sei anche potenzialmente complice dell’incarcerazione di massa degli uiguri musulmani», ha scritto in un tweet il 6 settembre l’importante attivista di Hong Kong a favore della democrazia Joshua Wong.

Anche dall’altra parte del mondo, il parlamentare conservatore britannico Iain Duncan Smith ha condannato la collaborazione della Disney con un’agenzia di sicurezza dello Xinjiang definendola «spaventosa».
In Parlamento, Smith ha dichiarato: «È vergognoso che chiudano un occhio. È vergognoso che si comportino come difensori di un regime che non tollera dissensi», in riferimento alle aziende occidentali che collaborano con il regime.

La Disney non è l’unica azienda americana ad essere stata criticata per i suoi legami con lo Xinjiang. A luglio, un’inchiesta della Espn ha rivelato che gli allenatori cinesi di un’ accademia di formazione giovanile dell’Nba nello Xinjiang avevano abusato fisicamente dei giocatori. L’Nba ha successivamente confermato di aver interrotto il suo rapporto con l’accademia in questione, ma non ha dichiarato se lo abbia fatto a causa delle violazioni dei diritti umani.

Nel febbraio 2019, il produttore di apparecchiature da laboratorio del Massachusetts Thermo Fisher Scientific ha annunciato che avrebbe smesso di vendere sequenziatori di Dna allo Xinjiang, dopo essere stato criticato dai parlamentari statunitensi perché i suoi prodotti venivano utilizzati dalle autorità cinesi per identificare gli individui durante la sua campagna di repressione.

Nel frattempo, sono anche aumentate le pressioni sui marchi di abbigliamento internazionali, affinché tronchino i legami con le fabbriche dello Xinjiang, soprattutto dopo che a marzo i ricercatori hanno scoperto che decine di migliaia di uiguri sono stati trasferiti a lavorare nelle fabbriche di tutta la Cina in condizioni simili a quelle dei lavori forzati. Queste strutture hanno prodotto merci per 83 marchi internazionali.

Dal canto suo, il governo statunitense ha intensificato le misure per punire il regime per i suoi abusi nello Xinjiang. Diversi funzionari cinesi e il gruppo paramilitare della regione sono stati sanzionati, mentre decine di entità e società cinesi sono state inserite nella lista nera, il che sostanzialmente impedisce loro di fare affari con aziende americane.

 

Articolo in inglese: Calls to Boycott Disney’s ‘Mulan’ Mount Over Links to Xinjiang

 

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