La Cina si «approfitta» dell’Organizzazione mondiale del commercio da 20 anni

Di Rita Li

Negli ultimi due decenni la Cina non ha rispettato i suoi impegni commerciali e ancora oggi non sembra intenzionata a farlo, sebbene il mondo guardi con molta attenzione alla sua transizione verso un capitalismo di libero mercato.

«La Cina non ha mai veramente rispettato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Si è approfittata dell’Organizzazione mondiale del commercio [Omc]», lo ha dichiarato all’edizione cinese di Epoch Times Clyde Prestowitz, presidente e fondatore dell’Economic Strategy Institute. Prestowitz è anche autore della recente opera ‘The World Turned Upside Down: America, China, and the Struggle for Global Leadership’.

«Se si guarda a ciò che la Cina ha fatto nel suo commercio con l’Australia, in realtà, purtroppo, sta bloccando le importazioni australiane», ha sottolineato Prestowitz, aggiungendo che «Naturalmente la Cina sta inventando delle scuse» per giustificare il suo operato.

Negli ultimi 18 mesi, Pechino ha limitato le importazioni di carne bovina australiana, carbone e uva come parte del suo tentativo di coercizione economica, oltre ad aver imposto dazi sul vino e sull’orzo australiani. La spirale discendente nelle relazioni diplomatiche è stata infatti la conseguenza della richiesta di Canberra di un’indagine internazionale sulle origini della pandemia globale.

I dazi cinesi al vaglio dell’Oms

Il 26 ottobre, l’Omc ha deciso di istituire un gruppo per esaminare i pesanti dazi della Cina sul vino australiano. Si è trattata della terza volta che l’Australia ha richiesto l’intervento dell’Omc su un prodotto agricolo in meno di un anno, secondo l’Australian Broadcasting Corporation.

«L’Australia è uno dei numerosi membri dell’Omc che ha sperimentato questo in prima persona», ha affermato l’ambasciatore australiano George Mina in merito all’ottavo ‘esame’ dell’Oms sulle politiche commerciali della Cina, che si è svolto a Ginevra tra il 20 e il 22 ottobre. La Cina «ha sempre più violato regole e norme del commercio globale», ha aggiunto.

I regolamenti dell’Omc non consentono agli Stati membri, non importa quanto grandi siano, di imporre simili condizioni ad altre nazioni, ha spiegato Mina.

Il quotidiano americano Politico scrive che circa 50 delegazioni hanno poi preso parola, per lo più per criticare l’operato della Cina negli ultimi due decenni.

Il responsabile degli affari statunitensi David Bisbee ha affermato che le politiche industriali della Cina «distorcono il campo di gioco» a svantaggio delle merci e dei servizi importati. Inoltre, Bisbee ha formulato altre accuse come il trattamento preferenziale per le imprese statali cinesi, le restrizioni sui dati, l’applicazione inadeguata dei diritti di proprietà intellettuale, il furto informatico e il lavoro forzato: «Oggi, queste sfide sono davanti a noi».

Uno studio precedente mostra anche che, sin dalla sua adesione all’Omc nel 2001, le pratiche commerciali sleali della Cina hanno danneggiato l’innovazione industriale nelle nazioni sviluppate, facendo perdere alle aziende (in particolare in Nord America ed Europa) il loro vantaggio competitivo nelle industrie avanzate.

«Convincere i governi amici a incoraggiare le proprie aziende a lasciare la Cina […] oltre a ridurre le esportazioni cinesi, manderebbe anche un messaggio solido alla Cina: che la Cina dovrà cambiare o rimanere isolata», ha dichiarato l’analista di economia cinese Antonio Graceffo a Epoch Times.

Capitalismo di Stato

Le imprese straniere non si sentono ancora benvenute in Cina, poiché sono ancora in vigore restrizioni alla loro partecipazione al mercato. Mentre le aziende cinesi possono operare con molte meno restrizioni negli Stati Uniti e in Europa.

Le camere di commercio straniere in Cina hanno invitato Pechino a porre fine al protezionismo e al favoritismo finanziario ingiusto nei confronti delle sue imprese statali: «La Cina può essere un’economia orientata al mercato, ma non è, a mio parere, un’economia di mercato completa», ha affermato Graceffo. «Il governo ha tanto controllo sull’economia e sulle imprese».

Secondo Graceffo, le aziende statali rappresentano ancora il 40% dell’economia cinese, senza includere le aziende controllate dallo Stato. «Le aziende statali, controllate dallo Stato o favorite dallo Stato, hanno accesso al capitale. Ottengono le materie prime che arrivano dalla Belt and Road Initiative».

I trattamenti differenziati includono anche le protezioni del governo su controversie legali, prestiti bancari, prestiti agevolati e sussidi: «Non c’è niente che gli Stati Uniti possano fare per renderlo equo […] L’economia cinese, secondo me si avvicina di più alla definizione di fascismo, che è capitalismo di Stato».

Due pesi due misure

Graceffo spiega che l’Occidente ha tacitamente riconosciuto il ‘due pesi due misure’ della Cina. «La maggior parte dei Paesi occidentali ha due serie di regole, una per le società straniere e una per la Cina».

«Le aziende cinesi possono investire in quasi tutte le aree dell’economia statunitense, ma c’è una lunga lista di settori in cui le aziende statunitensi non possono investire in Cina».

«C’è un altro elenco [di settori, ndr] in cui un’azienda statunitense potrebbe investire, ma solo con un partner di joint venture del 51%; inoltre, l’accettare di trasferire tecnologia all’azienda cinese potrebbe essere una delle condizioni per operare in quel settore».

Graceffo ha dichiarato che è per questo che esistono forti preoccupazioni per il trasferimento forzato di tecnologia.

Una nuova legge sulla sicurezza dei dati, entrata in vigore il 1° settembre, impone a tutte le aziende cinesi di classificare i dati che gestiscono in diverse categorie, e disciplina il modo in cui tali dati vengono archiviati e trasferiti ad altre parti. Sebbene Pechino sia già stata accusata di aver rubato dati sensibili stranieri tramite metodi illeciti, inclusi furti informatici e hacking.

Nel frattempo, le società cinesi quotate nelle borse statunitensi sostengono che la legge cinese non consente verifiche da terze parti, ha affermato Graceffo. «Se una società statunitense avanzasse una richiesta così oltraggiosa in Cina, verrebbe immediatamente chiusa e i responsabili potrebbero essere incarcerati».

«Guarda le piccole cose che diamo per scontato: la Cina ha fondato istituti Confucio in tutto il mondo, ma alle altre nazioni è consentito di creare istituti Abraham Lincoln o centri Socrate in Cina? Certo che no, le leggi sulla proprietà straniera delle scuole in Cina sono al contrario sempre più severe».

In un decreto di fine luglio apparentemente volto ad alleggerire il carico di lavoro degli studenti, le autorità cinesi hanno reso illegale per le agenzie di tutoraggio extra-scolastiche fornire insegnamenti stranieri o assumere tutor con sede all’estero. Di conseguenza, i regolatori dell’istruzione in Cina hanno interrotto ben 286 partenariati tra università cinesi e straniere, come la New York University, il Georgia Institute of Technology e la City University di Londra.

«Non ha trattato i Paesi e le aziende esterne nei modi stabiliti dall’Organizzazione mondiale del commercio», ha affermato Prestowitz, spiegando: «Non possiamo cambiare [la Cina, ndr]. Possiamo cambiare noi stessi».

Nessuna volontà di cambiare

Questo dicembre segna il ventesimo anno da quando la Cina ha aderito all’Omc, ma gli analisti ritengono che la Cina non abbia alcuna intenzione di cambiare.

Durante l’ultima revisione dell’Omc a Ginevra, il ministro del Commercio cinese Wang Wentao ha negato ogni illecito, chiedendo all’Omc di confermare la sua futura partecipazione come Paese in via di sviluppo. Lo status consente alla Cina di beneficiare della preferenza commerciale unilaterale, uno schema che non richiede reciprocità da parte dei Paesi beneficiari.

Da quando la Cina è diventata il 143° membro dell’Omc l’11 dicembre 2001, è rimasta nello status autodichiarato di «Paese in via di sviluppo».

Sebbene l’Omc non definisca «sviluppato» o «in via di sviluppo», lasciando la decisione ai singoli membri, la differenziazione garantisce a un Paese «in via di sviluppo» obblighi minori, offrendo l’esenzione da molte disposizioni. Consente inoltre tempistiche più lunghe per conformarsi alle normative globali sul commercio elettronico, sussidi, economie statali, ecc.

Oltre tre quarti dei membri dell’Omc si considerano attualmente Paesi in via di sviluppo e in transizione verso le economie di mercato, inclusa la Cina.

«L’idea era che se avessero dovuto rispettare tutte le regole, non sarebbero stati in grado di fare soldi o svilupparsi rapidamente, quindi gli Stati Uniti e la comunità mondiale hanno dato alla Cina una tempistica molto liberale per raggiungere il 100% di conformità con le normative», ha detto Graceffo.

Eppure la Cina, che ormai è la seconda economia mondiale e la prima nazione commerciale, si rifiuta di rinunciare a questa designazione come ha fatto negli ultimi due decenni.

Nel 2019, sia la Corea del Sud, la quarta economia più grande dell’Asia, sia Taiwan, la settima più grande, hanno deciso di non richiedere un trattamento speciale dato il miglioramento del loro status economico.

«Quando la Cina è entrata a far parte dell’Omc, probabilmente non ha mai avuto intenzione di seguire le regole dell’Omc», ha dichiarato l’economista e scrittore Milton Ezrati all’edizione cinese di Epoch Times.

«Non è stato un miracolo fatto in Cina», ha detto Graceffo, sottolineando che i politici statunitensi hanno aiutato la Cina a commerciare con il mondo.

Graceffo crede che gli Stati Uniti dovrebbero spingere per la seconda fase dei negoziati commerciali con la Cina, che richiederebbe a quest’ultima di trasformare il modo in cui commercia e opera. «Questi sono problemi fondamentali e sistemici del sistema economico e politico cinese. La Cina vede ogni tentativo di cambiare queste politiche come una violazione della sua sovranità. E la Cina non lo farà mai volentieri».

Dal canto suo, Ezrati ritiene che gli Stati Uniti abbiano poche scelte oltre all’imposizione di dazi punitivi sulle esportazioni cinesi e al «chiarire che rimarranno in vigore se e fino a quando Pechino non cambierà le sue pratiche», ma «sono scettico sul fatto che Biden possa, come dice di voler fare, unire gli alleati all’interno dell’Omc o al di fuori di essa».

«Da una parte gli europei sembrano determinati a giocare su entrambe le sponde contemporaneamente. Dall’altra, l’Omc si è finora dimostrata incapace di disciplinare la Cina per le sue violazioni delle regole».

 

Articolo in inglese:China Has Been ‘Taking Advantage’ of the WTO for 20 Years: Experts

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