Cina, il peggior Paese per libertà religiosa

La commissione americana sulla libertà religiosa internazionale ha descritto la Cina come uno dei più oltraggiosi persecutori delle fedi religiose nel mondo.
Secondo la sua relazione annuale, infatti, nell’anno 2018 il regime cinese ha intensificato la sua persecuzione dei musulmani uiguri, dei praticanti del Falun Gong (o Falun Dafa), dei cristiani e dei buddisti tibetani: «Non penso sia un’esagerazione dire che il governo cinese ha essenzialmente dichiarato guerra alla fede religiosa», ha dichiarato il membro della commissione Gary L. Bauer.

Per Bauer, sebbene la relazione consideri un totale di 16 Paesi come gravi violatori della libertà religiosa, la Cina dovrebbe essere messa in una categoria a parte, alla luce della pervasività della persecuzione dei credenti religiosi nel Paese. Inoltre, al contrario degli altri violatori, che non hanno una grande influenza al livello globale, il regime cinese ha un potere crescente ed esercita la sua influenza in tutto il mondo: «Perciò avere un tale livello di violazione dei diritti umani fondamentali è veramente problematico. È qualcosa che deve portare i Paesi del mondo ad alzare la voce, anche se così facendo potrebbero danneggiare i propri obiettivi economici».

Guerra alla fede

Secondo la relazione, le condizioni per i credenti religiosi in Cina sono andate di male in peggio a causa dell’impegno del regime nel «sinizzare» le fedi religiose: il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha lanciato una campagna mirata ad assumere il controllo sulle fedi che non sono state approvate dallo Stato e che sono rimaste fuori dalla portata dei meccanismi di infiltrazione del regime.

«La Cina è ancora una Paese ateo e comunista. Sembra che il Partito Comunista si senta molto minacciato quando un qualsiasi cittadino cinese dà più attenzione alla propria spiritualità e fede religiosa, che ai requisiti del governo».

Uiguri e tibetani

La relazione ha citato la crescente persecuzione delle minoranze religiose ed etniche, in particolare dei musulmani uiguri e dei buddisti tibetani.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sostiene che l’internamento in campi di concentramento di più di un milione di persone tra musulmani uiguri e altre minoranze musulmane, sia parte dell’impegno preso dal Pcc nel combattere i cosiddetti «estremismi». Ma la definizione di cosa sia ‘estremista’ per il Pcc è molto diversa rispetto a quella dell’Occidente.
La relazione ha infatti svelato che circa un milione di quadri del Partito sono stati schierati per monitorare le famiglie dei musulmani uiguri e delle altre minoranze musulmane, perché segnalino ogni segno di «estremismo», e tra questi vi sono l’avere una «barba strana», il portare un velo, o il fare ricerche online su materiali religiosi: comportamenti che dovrebbero essere normalissimi per un qualsiasi credente musulmano non estremista.

Allo stesso tempo il regime continua a perseguitare i buddisti tibetani tramite la sua strategia di assimilazione forzata e repressione, che comprende il controllo dell’educazione monastica, la decisione sui siti adatti per la costruzione di edifici religiosi o di luoghi di preghiera, e le restrizioni sugli incontri religiosi.

Inoltre è aumentata anche la repressione dei cattolici indipendenti, nonostante a settembre ci sia stato un accordo tra Vaticano e Pechino che concedeva un maggiore potere al regime cinese nella nomina dei vescovi cattolici.
Le autorità cinesi hanno chiuso centinaia di chiese domestiche e di congregazioni protestanti che hanno rifiutato di registrarsi presso lo Stato. E ad aprile hanno anche ristretto la pratica del cristianesimo in generale, vietando persino la vendita della Bibbia online.

Prelievo forzato degli organi

Nella relazione è stata sottolineata anche la persecuzione che da circa 20 anni investe gli aderenti alla disciplina spirituale del Falun Gong, conosciuto in Occidente col nome di Falun Dafa.
Nel 2018 il regime ha imprigionato un minimo di 931 praticanti del Falun Gong solo per aver praticato la loro disciplina religiosa e aver distribuito materiali informativi della pratica online o in pubblico.

La commissione ha ricevuto numerose segnalazioni alquanto credibili che dimostrano che il regime stia prelevando con la forza gli organi dai prigionieri di coscienza in Cina, in particolar modo dai praticanti del Falun Gong: «Ci sono prove solide del prelievo forzato di organi», ha detto Bauer senza mezzi termini.

Nella relazione si aggiunge che nel 2018 «avvocati dei diritti umani, medici professionisti e giornalisti investigativi hanno presentato ulteriori prove su questa orribile realtà che sta continuando ad esistere ancora su una ampia scala».

Il regime del Pcc ha affermato che dal 2015 gli organi usati in Cina nel sistema dei trapianti sono pervenuti da donatori volontari; tuttavia molti ricercatori indipendenti e avvocati hanno forti dubbi su questa affermazione. In un rapporto del 2016 sull’etica dei trapianti da parte della Coalizione Internazionale per Fermare l’Abuso del Trapianto in Cina, viene messa in luce una grande discrepanza tra i dati ufficiali dei trapianti e quelli delle operazioni di trapianto condotte dagli ospedali. Infatti, analizzando i documenti pubblici dei 712 ospedali cinesi che operano i trapianti di fegato e rene, si è ottenuto un risultato che va dai 60 mila ai 100 mila trapianti l’anno, cifre ben superiori a quelle ufficiali del governo, che afferma ne avvengano tra i 10 mila e i 20 mila l’anno.

Il rapporto ha concluso che l’ammanco dei numeri è dovuto ai prelievi forzati effettuati sui praticanti del Falun Gong che sono in prigione: una conclusione che si fonda su confessioni telefoniche ottenute da persone sotto copertura che telefonano agli ospedali cinesi, oltre che sui racconti dei sopravvissuti e su molte altre prove.

Raccomandazione

Nelle sue raccomandazioni al governo americano, la commissione ha invitato a lanciare sanzioni mirate contro gli individui in Cina che sono responsabili delle campagne di persecuzione dei gruppi religiosi.

Inoltre chiede all’amministrazione americana di sollevare la questione della libertà religiosa e dei diritti umani in tutti gli impegni bilaterali con la Cina, anche nei negoziati commerciali in corso.

La relazione ha anche sottolineato la necessità di lavorare con le imprese statunitensi per dar loro gli strumenti per combattere le campagne di influenza del regime volte a sopprimere le informazioni sulle violazioni della libertà religiosa in Cina.

Bauer ha confermato che la raccomandazione punta a aiutare gli uomini d’affari americani «a capire che possano fare di più per evitare di essere usati dal governo cinese, come arma nelle pubbliche relazioni». «Molte aziende americane sono così preoccupate per il loro accesso al mercato cinese, che hanno ignorato intenzionalmente le violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa o tendono addirittura a spingere il proprio governo a non essere duro con la Cina per timore che i loro guadagni possano risentirne. Noi pensiamo che sia inaccettabile».

 

Articolo in inglese  US Religious Freedom Report Highlights China’s War on Faith

 
 
 

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