La Cina sapeva che il virus era contagioso, ma è rimasta in silenzio

Di Frank Fang

Documenti governativi interni ottenuti da Epoch Times rivelano che i funzionari sanitari cinesi, prima dell’annuncio ufficiale, sapevano già che il virus era contagioso e stavano elaborando dei piani per contrastarne la diffusione.

Il virus del Pcc (Partito Comunista Cinese), noto come nuovo coronavirus, ha avuto origine nella città centrale cinese di Wuhan alla fine del 2019. Da allora si è diffuso in più di 200 Paesi e territori, causando oltre 61 mila morti solo negli Stati Uniti.

Il 20 gennaio, con l’annuncio dell’esperto pneumologo Zhong Nanshan, le autorità cinesi hanno confermato ufficialmente che il virus poteva trasmettersi tra gli esseri umani.

Ora, i documenti interni forniti a Epoch Times mostrano che Pechino ha coperto quello che sapeva: le autorità centrali stavano fornendo segretamente direttive ai governi regionali su come affrontare l’epidemia già il 15 gennaio. Proprio in quel giorno, infatti, la commissione sanitaria regionale della Mongolia interna della Cina settentrionale ha diramato un avviso di «massima urgenza» ai suoi omologhi municipali, spiegando come le strutture mediche avrebbero dovuto rispondere alla nuova forma di polmonite. L’avviso riportava che la Commissione sanitaria nazionale cinese chiedeva di attuare misure di trattamento e prevenzione alle agenzie sanitarie locali, per affrontare la nuova malattia (ora nota come Covid-19).

 

Avviso della Commissione sanitaria della Mongolia Interna, che istruisce le agenzie sanitarie locali su come rispondere al virus. (Fornito a Epoch Times)

Le tre misure previste dal documento indicavano chiaramente che i funzionari cinesi erano ben consci della trasmissibilità della malattia.

La prima chiedeva agli ospedali di adottare misure per prevenire la diffusione della malattia all’interno delle proprie strutture e di istruire a tal fine tutto il personale. La seconda chiedeva invece agli ospedali di istituire appositi reparti per la febbre e di «pre-esaminare e smistare» chiunque avesse la febbre.

È stato anche richiesto agli ospedali di domandare ai pazienti febbricitanti se di recente fossero stati nei mercati di Wuhan. Infatti, le autorità inizialmente sostenevano che il virus provenisse da un mercato ittico di Wuhan; in seguito diversi studi hanno rivelato che alcuni dei primi pazienti non avevano alcun legame con il mercato.

In ultimo, nel documento veniva richiesto agli ospedali di istituire squadre speciali che includessero esperti di malattie infettive.

Tuttavia, la commissione sanitaria della Mongolia Interna non aveva alcuna intenzione di informare la popolazione. Infatti l’avviso specificava: «A uso interno, non può essere distribuito su internet».

Anche in un altro documento interno emesso il 15 gennaio dalla commissione sanitaria locale della Lega di Xilingol – una delle dodici divisioni amministrative della Mongolia interna – le autorità hanno sottolineato che la febbre era il sintomo chiave.

La commissione sanitaria della lega ha dichiarato che le agenzie sanitarie locali dovevano «rafforzare la loro gestione del monitoraggio e smistamento dei pazienti con la febbre», aggiungendo che la decisione era stato presa durante le teleconferenze sul virus, tenute da funzionari della Mongolia centrale e interna.

Il 19 gennaio, un alto funzionario sanitario di Wuhan ha risposto alle domande dei giornalisti, dicendo di non poter «escludere» la possibilità di trasmissione da uomo a uomo: «Il rischio, però, è piuttosto basso».

Il 23 gennaio, tre giorni dopo la dichiarazione pubblica di Zhong Nanshan, la Commissione sanitaria nazionale cinese ha pubblicato la terza edizione di un documento intitolato Diagnosi e piano di trattamento per il nuovo Coronavirus, che confermava che i casi segnalati negli ospedali di Wuhan a partire dal dicembre 2019 fossero dovuti ad «una malattia infettiva respiratoria acuta, causata da un nuovo coronavirus». Questa dichiarazione è stata inclusa anche nella seconda edizione del documento, pubblicata il 18 gennaio, due giorni prima dell’annuncio di Zhong. La seconda edizione trapelata, era stata precedentemente tenuta segreta e contrassegnata con le parole: «Da non divulgare».

 

Una copia della seconda edizione delle linee guida della Commissione sanitaria nazionale cinese sulla risposta al virus, con la scritta «da non divulgare» in basso. (Fornito a Epoch Times)

La seconda edizione contiene una sezione che spiega che il personale medico dei reparti ospedalieri che trattano pazienti con febbre, problemi respiratori e malattie infettive, deve indossare una mascherina chirurgica, occhiali e indumenti protettivi monouso. Nonostante le istruzioni indicassero che il virus poteva diffondersi da uomo a uomo, le autorità centrali sono rimaste in silenzio fino al 20 gennaio.

I documenti della Mongolia Interna dimostrano che le commissioni sanitarie locali erano già state informate dell’alta trasmissibilità del virus il 15 gennaio. Tuttavia, in quello stesso giorno la Commissione sanitaria di Wuhan ha scritto sul suo sito web che «il rischio di infezione da uomo a uomo è basso».

Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha inizialmente ripetuto le affermazioni della Cina, come nel post del 14 gennaio su Twitter: «Le indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato alcuna prova della trasmissione da uomo a uomo del nuovo coronavirus (2019-nCov) identificato a Wuhan».

Un recente articolo dell’Associated Press, citando anche una serie di documenti interni, ha analogamente confermato che Pechino era a conoscenza della trasmissibilità del virus almeno sei giorni prima di comunicarlo pubblicamente il 20 gennaio.

Alla fine, ci sono voluti altri due giorni prima che la missione dell’Oms in Cina rilasciasse una dichiarazione che confermava che «a Wuhan il virus si sta trasmettendo da uomo a uomo».

 

Articolo in inglese: China Knew Virus Was Contagious But Kept Silent for Days: Leaked Documents

 
 
 

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