Commissione Europea propone un divieto delle merci prodotte con il lavoro forzato

Di Naveen Athrappully

La Commissione Europea ha proposto un divieto dei prodotti realizzati con il lavoro forzato. Il divieto dovrebbe coprire tutti i prodotti consumati in Europa, siano essi di produzione locale o importati.

Il divieto proposto farà una «vera differenza» nell’affrontare la schiavitù moderna, ha affermato Valdis Dombrovskis, vicepresidente esecutivo e commissario per il commercio: «Il nostro obiettivo è eliminare tutti i prodotti realizzati con il lavoro forzato dal mercato dell’Ue, indipendentemente da dove sono stati realizzati. Il nostro divieto si applicherà allo stesso modo ai prodotti nazionali, alle esportazioni e alle importazioni. Le autorità competenti e le dogane lavoreranno fianco a fianco per rendere robusto il sistema».

Nella fase preliminare, gli Stati membri valuteranno i rischi del lavoro forzato da molte fonti, inclusa la due diligence svolta dalle aziende e le comunicazioni della società civile. Saranno oggetto di indagine i prodotti sui quali esistono «fondati sospetti» che siano stati realizzati con il lavoro forzato.

I funzionari potranno effettuare ispezioni e controlli, anche in nazioni al di fuori dell’Ue. Se un prodotto verrà identificato come derivante dal lavoro forzato, le autorità potranno emettere un ordine di ritiro dell’articolo dal mercato e vietarne l’ulteriore vendita. Le società saranno obbligate a smaltire tali beni.

La proposta deve essere discussa e approvata dal Consiglio dell’Unione europea e dal Parlamento europeo prima di entrare in vigore.

La Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha accolto favorevolmente la proposta di vietare il lavoro forzato: «Molte delle persone impegnate nel lavoro forzato producono beni destinati alla vendita in Europa, quindi un divieto adeguatamente applicato dovrebbe paralizzare i profitti dei criminali dietro queste violazioni», ha affermato il vice segretario generale della Ces Claes-Mikael Stahl il 13 settembre.

Lavoro forzato globale, terrore del Pcc

La proposta della Commissione europea fa seguito a un rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro degli Stati Uniti (Ilo) che stima che circa 50 milioni di persone nel mondo siano imprigionate in condizioni di schiavitù: «Ci sono 27,6 milioni di persone in situazioni di lavoro forzato in un dato giorno. Questo numero assoluto si traduce in 3,5 persone ai lavori forzati ogni mille persone nel mondo. Donne e ragazze costituiscono 11,8 milioni del totale dei lavori forzati. Più di 3,3 milioni di tutti coloro che sono sottoposti a lavori forzati sono bambini».

La metà del totale mondiale del lavoro forzato, pari a 15,1 milioni di persone, si trova in Asia e nel Pacifico, seguite da Europa e Asia centrale con 4,1 milioni, Africa con 3,8 milioni, Americhe con 3,6 milioni e Stati arabi con 0,9 milioni.

Gli Stati Uniti hanno preso provvedimenti contro l’incidenza globale del lavoro forzato. Nel 2021 il presidente Joe Biden ha firmato l’Uyghur Forced Labor Prevention Act, che cerca di assicurare che gli enti statunitensi non finanzino il lavoro forzato della minoranza uigura nella regione cinese dello Xinjiang.

Il Partito Comunista Cinese (Pcc) è noto per aver soggiogato i prigionieri nei campi di lavoro e nelle fabbriche di produzione di massa. Qui, la maggior parte dei prigionieri di coscienza, come i praticanti del Falun Gong, sono costretti a lavorare come schiavi sotto la minaccia di torture fisiche e mentali.

 

Articolo in inglese: European Union to Prohibit Goods Manufactured Using Forced Labor

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