Da Marx a Mussolini e Hitler, le radici marxiste del nazionalsocialismo

Di Joshua Philipp

Storicamente, l’idea secondo cui sia esistita un’estrema destra e un’estrema sinistra, è errata. I sistemi che convenzionalmente vengono posti ai due estremi politici, il fascismo, il nazismo e il socialismo, hanno tutti origine nel comunismo. Tutti condividono aspetti centrali della dottrina comunista, come il collettivismo, l’economia pianificata e la lotta di classe.

Questi sistemi non sono altro che diverse interpretazioni del marxismo. Si sono manifestati dopo la Prima Guerra Mondiale, nel momento in cui le previsioni di Karl Marx mostravano i propri limiti e i comunisti sentivano il bisogno di ripartire su altre basi.

DIFFERENZA TRA SOCIALISMO E COMUNISMO

Nella teoria dei Cinque stadi della civiltà, Marx definisce la società capitalistica come una società in cui le persone possono commerciare liberamente, e sostiene che dopo il capitalismo ci sarebbe stato lo stadio del socialismo, seguito poi dal comunismo.
Vladimir Lenin, nello spiegare il socialismo, parlava di ‘monopolio dello Stato-capitalista’, una situazione, cioè, in cui una dittatura ha preso il controllo di tutti i mezzi di produzione.

In seguito, un regime avrebbe usato il potere assoluto della ‘dittatura del proletariato’ socialista per distruggere tutti i valori, le religioni, le istituzioni e le tradizioni, cosa che avrebbe poi portato alla cosiddetta ‘utopia’ comunista.

In altre parole: il socialismo è il sistema politico, mentre il comunismo è l’obiettivo ideologico. È per questo che i sostenitori del comunismo affermano che il ‘vero comunismo’ non è mai stato raggiunto. Finora il sistema, infatti, non è stato capace di annientare del tutto la morale umana e il credo spirituale, nonostante abbia ucciso più di 100 milioni di persone negli ultimi cento anni.

«Prima della Rivoluzione Russa del 1917, socialismo e comunismo erano sinonimi – spiega Bryan Caplan, professore di Economia alla George Mason University, nel capitolo dedicato al comunismo all’interno di The Concise Encyclopedia of Economics – Entrambi si riferivano a sistemi economici in cui il governo possiede i mezzi di produzione. I due sistemi hanno assunto significati diversi per lo più a causa della teoria e della pratica politica di Vladimir Lenin».

Naturalmente, un altro fattore che ha portato alle diverse interpretazioni del comunismo che sono emerse dopo il primo conflitto mondiale, è stato il fallimento delle previsioni di Marx. Mentre, tra il 1914 e il 1918, il mondo era nel caos, molti comunisti hanno prestato attenzione alle parole del ‘filosofo’ del comunismo, che nel Manifesto del Partito Comunista del 1848 aveva detto: «Proletari di tutto il mondo, unitevi».

Ma i proletari di tutto il mondo non si sono uniti, o per lo meno non nel modo in cui Marx aveva previsto. Infatti, invece di unirsi nel sostenere il comunismo, hanno sostenuto ognuno i propri re e i propri Paesi.

Inoltre, le condizioni di vita dei lavoratori sono diventate migliori sotto il capitalismo, contrariamente alle previsioni di Marx. Quindi, quando la rivoluzione comunista ha avuto luogo, non è avvenuta nelle società capitaliste di stadio avanzato, che a quel tempo erano Gran Bretagna e Germania, ma è avvenuta in Russia.
E la rivoluzione bolscevica, non è stata, al contrario di quanto Marx aveva previsto, guidata dal «proletariato» in opposizione alla «borghesia», ma è stata fatta da intellettuali e militari contrari al sistema zarista.

Tutti questi eventi sono andati contro le previsioni di Marx e hanno portato i comunisti a doversi reinventare.

LA NASCITA DELLA ‘DESTRA’ FASCISTA E NAZISTA

L’interpretazione del comunismo successiva a quella di Lenin è stata quella del socialista Benito Mussolini, che dalla prima guerra mondiale aveva tratto la lezione che il nazionalismo esercitava sui popoli un potere maggiore, rispetto all’idea della rivoluzione dei lavoratori. Mussolini ha rivisto il marxismo producendo la sua versione di dittatura, mediante il principio collettivistico dei ‘fasci’, che si riferisce all’unione dei bastoni che rinforzano il manico di una scure.

Mussolini ha spiegato questo principio collettivistico nel 1928 nella sua autobiografia: «Il cittadino dello Stato fascista non è più un individuo egoista che gode del diritto anti-sociale alla ribellione contro qualsiasi legge della Collettività».

Secondo La Russia sotto il regime bolscevico, di Richard Pipes, «Nessun importante socialista europeo, prima della Prima Guerra Mondiale, assomigliava a Lenin più di Benito Mussolini. Come Lenin, era stato a capo dell’ala antirevisionista del partito socialista del proprio Paese; come lui, credeva che il lavoratore non fosse per natura un rivoluzionario, e che invece dovesse essere spronato all’azione radicale da un’elite intellettuale».

E poco dopo è emerso Adolf Hitler, con il suo nuovo sistema socialista chiamato ‘nazionalsocialismo’.
Traendo vantaggio dal fatto che i tedeschi erano stati divisi dai nuovi confini nazionali stabiliti dopo l’armistizio, Hitler ha utilizzato lo strumento della politica identitaria per ottenere un seguito.

Le politiche del Partito Nazista seguivano il modello comunista – come fa notare Dinesh D’Souza nel suo libro The Big Lie: Exposing the Nazi Roots of the American Left – e il programma di 25 punti del Partito includeva sanità e istruzione gratuite, nazionalizzazione delle grandi corporazioni e dei fondi fiduciari, controllo governativo delle banche e del credito, divisione delle grandi proprietà terriere in più piccole unità e così via.

In più, fa notare lo studioso indiano, «sia Mussolini che Hitler identificavano il socialismo come il centro del Weltanschauung [modo di vivere, ndr] fascista e nazista. Mussolini era la figura a capo del socialismo rivoluzionario italiano e non ha mai rinunciato alla sua appartenenza a esso. Il partito di Hitler affermava di sostenere il ‘nazional-socialismo’».

Come nel caso degli altri tipi di regimi marxisti, anche quello di Hitler si opponeva fortemente al tradizionale sistema capitalista. Proprio come Lenin incolpava i contadini ricchi, e Mao i proprietari terrieri, Hitler ha incolpato un singolo gruppo di persone: gli ebrei.
«L’antisemitismo nazista – spiega ancora D’Souza – è derivato dall’odio di Hitler per il capitalismo. Hitler tracciava una distinzione cruciale tra il capitalismo produttivo, che poteva tollerare, e il capitalismo finanziario, che associava agli ebrei».

Il conflitto che ha poi avuto luogo fra i vari sistemi nella Seconda Guerra Mondiale, non è stata una battaglia tra ideologie opposte, ma una lotta su quale interpretazione del comunismo avrebbe prevalso.

Secondo La via della schiavitù di F. A. Hayek, «il conflitto tra i partiti fascista o nazional-socialista e i più vecchi partiti socialisti, deve sicuramente essere considerato, in generale, come quel tipo di conflitto che è inevitabile si scateni tra fazioni socialiste rivali».

È poi grazie al revisionismo storico e a notevoli acrobazie mentali, che l’attuale idea dominante predica che il socialismo sia tutt’altro rispetto al nazismo e al fascismo. O che il socialismo stesso si sia staccato dalle sue origini comuniste.

Secondo D’Souza, queste interpetazioni moderne dei legami tra questi sistemi sono dovute a quello che Sigmund Freud chiamava «transfert» (o traslazione). Secondo Freud, le persone che commettono atti orribili spesso trasferiscono la colpa su altri, accusando gli altri (o persino le loro stesse vittime) di essere quello che, in realtà, sono loro stessi.

 

Il punto di vista espresso in questo articolo è quello dell’autore e non riflette necessariamente quello di Epoch Times. 

Articolo in inglese: Nazism, Fascism, and Socialism Are All Rooted in Communism

Traduzione di Vincenzo Cassano

 
 
 

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