Elezioni 2022, la patata bollente del Pnrr

Di Alessandro Starnoni

Uno dei nodi più grandi da sciogliere in materia di elezioni, e quindi per chi sarà alla guida del prossimo governo, è sicuramente la gestione delle riforme legate al Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza approvato nel 2021 definitivamente dal governo Draghi.

E proprio il presidente del Consiglio uscente, Mario Draghi, in una conferenza stampa a margine del Cdm, ha già detto la sua, lanciando tra le righe un monito al prossimo governo: «Certamente il non soddisfare gli obiettivi del Pnrr indebolisce la credibilità del Paese […] però io sono certo che qualunque sia il prossimo governo, rispetterà gli obiettivi del Pnrr».

La questione principale che in questa campagna elettorale sembra preoccupi il centrosinistra, che tra i due schieramenti appare finora essere quello che accoglie con più favore il Pnrr, è che Fratelli d’Italia, che fa parte ovviamente dello schieramento attualmente più favorito – non ha mai votato a favore del Piano. Per questo gli esponenti del centrosinistra hanno più volte chiesto a Giorgia Meloni delucidazioni sulla questione.

Il Pnrr si inserisce all’interno del programma Next Generation Eu (Ngeu), quel pacchetto di 750 miliardi di euro, il recovery fund, (per circa metà sovvenzioni e per un’altra di prestiti) concordato dall’Ue per combattere la crisi scatenata dalla pandemia. Al nostro Paese sono stati assegnati 191,5 miliardi di cui 70 miliardi in sovvenzioni a fondo perduto e 121 miliardi in prestiti.

La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, in un forum organizzato a maggio da Adnkronos e Aepi aveva esposto perplessità non tanto sull’attuazione del piano in sé ma sulle modalità.
In breve i punti non chiari secondo Meloni erano due: il primo che «l’attuale Pnrr non dia delle forti direttrici di scelta. Ma tenda piuttosto a distribuire un po’ le risorse su tutto», e il secondo, forse il principale, che «i soldi del Pnrr non sono soldi che piovono dal cielo. Sono prevalentemente soldi a debito».

Quindi, ha spiegato la leader di Fdi, «fondi per 191 miliardi, sui quali noi ci stiamo indebitando per i 2/3. O meglio: ci sono 67 miliardi a fondo perduto, che sono sicuramente importanti. Ma poi ce ne sono 122 miliardi che si sommano al nostro debito pubblico».

Giorgia Meloni ha sottolineato come l’Italia sia l’unico tra i principali Paesi europei a vedersi assegnate le quote a debito (mentre gli altri grandi Paesi prendono quote a fondo perduto), e ha chiesto chiarezza sulle condizioni con le quali arrivano queste risorse: «Quali sono le condizioni per adire alla quota del debito europeo? Una la conosciamo, ed è l’adempimento della riforma del catasto […] nei documenti ufficiali del governo c’è scritto che la riforma del catasto, ai fini di un aumento della tassazione sugli immobili, ci viene richiesta dalla Commissione europea».

Infatti, l’erogazione dei fondi europei previsti dal Pnrr è direttamente condizionata dall’attuazione di diverse riforme da parte di ogni Paese membro, mirate soprattutto nel caso dell’Italia allo sviluppo digitale e alla transizione ecologica, oltre che a una ristrutturazione dell’economia nell’ottica del contrasto a diseguaglianze di genere, territoriali e generazionali, il tutto in un arco di tempo di 5 anni.

In controtendenza con la visione della Meloni, recentemente il segretario del Pd Enrico Letta, intervistato da Bloomberg, ha dichiarato: «Tutti i partiti devono rispettare il processo delle riforme legate al Pnrr, è impossibile non farlo con questi soldi. Proporrò a tutti i partiti in campagna elettorale di firmare un patto, affinché tutti rispettino questo programma e queste scelte, perché questi soldi sono per l’Italia ma sono soldi europei».

Ma a chiarire maggiormente la posizione di Fdi sul Pnrr ci ha pensato l’altro fondatore Guido Crosetto in un’intervista a Repubblica, che sui voti ostili di Fdi al Recovery e al Pnrr ha dichiarato: «Non furono voti contrari, ma astensioni. C’era la preoccupazione che gli Stati non riuscissero poi a rispettare i vari parametri europei, non a caso alcuni di quei requisiti sono stati poi corretti. Quando si è passati al merito Fratelli d’Italia ha sempre votato a favore».

Per poi proseguire e chiarire infine quella che ha tenuto a precisare come la sua posizione personale: «Credo che a nessun partito del centrodestra venga in mente di rinunciare ad investire una cifra che vale il 2 per cento annuo del Pil, per 5 anni».

 
 
 

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