Festa di metà autunno, per i sopravvissuti alla persecuzione resta difficile sorridere

Di Eva Fu

NEW YORK –  La Festa di metà autunno è la seconda festività cinese per importanza; le famiglie si riuniscono, condividono le Torte Lunari e ammirano assieme la Luna piena. Ma, quel giorno, Xiao Ping non era in vena di festeggiamenti.

In piedi davanti a un piccolo stand a Flushing, provvisto di striscioni, volantini e opuscoli, sorriso sul viso e volantini alla mano, informava come sempre i passanti di qualcosa che le sta molto a cuore. Anche se ogni tanto qualche cinese le lancia insulti o la chiama traditrice.

In cima al suo piccolo stand, si leggevano alcune parole: «La Falun Dafa è buona» e «Verità, compassione, tolleranza».

È la seconda festa di metà autunno che Xiao trascorre a New York. Praticante di una disciplina spirituale, 47 anni e proveniente da Nanchang, città nel Sud-est della Cina, Xiao ha lasciato il suo Paese nell’agosto del 2019 assieme al figlio appena adolescente, per fuggire dall’incessante persecuzione ai danni del suo credo spirituale.

Mentre parlava dei suoi cari che ha lasciato, la sua voce tremava: suo marito, sua sorella, la sua mamma 80enne e i suoi amici, tutti loro hanno subito allo stesso modo la persecuzione a causa della loro fede.
«Hai fatto la scelta giusta ad andare in America, ma è difficile sopportare questa distanza», le ha detto una volta la sorella al telefono.

La praticante del Falun Gong Xiao Ping davanti a uno stand mentre sensibilizza sulla persecuzione della pratica spirituale da parte della regime cinse; Flushing, New York, il 1° ottobre 2020 (The Epoch Times)

Arresti

Radicata nelle antiche tradizioni cinesi, la Falun Dafa, conosciuta anche come Falun Gong, consiste in insegnamenti morali e in una serie di esercizi dai movimenti dolci. Si è diffusa largamente in Cina negli anni novanta, fino al 1999, data in cui il Partito Comunista Cinese ha lanciato un’estesa campagna per sradicare la pratica.

Da allora, dai 70 ai 100 milioni di persone che avevano intrapreso questa disciplina di meditazione sono rimasti vittime di torture, incarcerazioni, lavori forzati e sottrazione forzata di organi. Allo stesso tempo, il regime cinese ha messo in atto una diffusa propaganda mediatica volta a stigmatizzare gli aderenti e a incitare all’odio contro il gruppo.

Tra il 1999 e il 2001 la signora Xiao ha vissuto per tre volte l’incubo della detenzione presso lo stesso carcere, e ogni volta di inverno, quando le temperature calavano sotto lo zero. All’epoca dei fatti aveva circa 27 anni, e ricorda ancora gli asciugamani in acrilico che diventavano dei blocchi di ghiaccio, e quella manciata di verdure bollite che ogni giorno mangiavano, con i vermi che galleggiavano nel ‘brodo’, e strati di terra sul fondo della ciotola.

«Sentivo la sabbia a ogni morso – ha ricordato Xiao – ed era impossibile mangiare il pasto se allo stesso tempo dovevi sputare la sabbia».

Dentro la minuscola cella della prigione, era costretta a dormire schiacciata ad altre decine di detenuti su delle assi di legno dure, che potevano reggerne forse la metà. La tavola era inclinata, così tutte dovevano dormire testa contro testa con nessuno spazio per muoversi o per cambiare posizione.

«Quando diventava stancante, ci giravamo tutte dall’altra parte in sincronia», ha aggiunto Xiao. Durante il giorno, sedevano su una panchina di cemento accanto al ‘letto’.

Per via della mancanza di nutrimento, i prigionieri soffrivano di stitichezza per settimane, che spesso culminava in giorni di diarrea, dopo il pasto mensile a base della carne di maiale dei suini allevati nella prigione.

Farsi la doccia era un lusso, ma anche un calvario a causa della scarsità di acqua, che era fredda e veniva chiusa prima che i prigionieri potessero finire di lavarsi. Per evitare di venire a contatto diretto con l’acqua fredda, Xiao di solito usava un asciugamano bagnato per lavarsi: «Lo sporco cadeva copioso come ti strofinavi la pelle».

Nel 2001 è stata trasferita dal centro di detenzione a un campo di lavoro. Lì ha trascorso cinque mesi a cucire maglioncini per cani, che sospettava fossero destinati all’esportazione. Quando non lavoravano, i praticanti del Falun Gong venivano costretti a sedere su degli sgabelli dalle gambe corte e a guardare video di propaganda che diffamavano la loro disciplina. Le guardie non permettevano le visite dei parenti a meno che i praticanti non bestemmiavano la loro fede ad alta voce.

Nel 2015 Xiao, allora 43enne, assieme ad altre decine di praticanti della sua zona ha intentato causa contro Jiang Zemin, l’ex leader del Partito comunista cinese che ha lanciato la persecuzione. Tale iniziativa ha scatenato la rappresaglia delle autorità.

Il vicedirettore dell’Ufficio 610 del luogo (l’organo extragiudiziale incaricato di eseguire direttamente la persecuzione del Falun Gong) si è recato sul posto di lavoro di ogni praticante per fare pressione sui loro datori affinché li licenziassero. In quell’occasione Xiao è stata una dei dieci praticanti che hanno perso il lavoro e che sono rimasti senza per i successivi due anni.

«Tutti dicono che voi siete delle brave persone, ma allora? Non siete autorizzati a praticare [i vostri esercizi di meditazione, la vostra fede, ndr]», le ha urlato il funzionario dopo che è stata licenziata. «Se pratichi il Falun Gong tu sei il nemico, il nemico, il nemico», ha detto puntando il suo dito verso il naso di Xiao.

Le autorità hanno persino tentato di interrogare suo figlio, allora in prima media, e sono arrivati a inviare una nota al suo insegnante, chiedendogli cosa sapesse della pratica.

Rinascita

Questi anni così traumatici hanno lasciato una profonda ferita in suo figlio. Tanto che quando il proprietario della casa di New York è entrato nell’abitazione per aiutarli a impostare la rete internet appena si erano trasferiti, la prima reazione del figlio di Xiao è stata quella di nascondere i libri del Falun Gong in un cassetto, in modo che il padrone di casa non potesse vederli.

Quel piccolo gesto è stato come «una stretta al cuore», ha dichiarato la mamma; ha quindi spiegato a suo figlio che ora sono in America e che non c’è più bisogno di nascondere i libri.

Come molti nuovi immigrati, Xiao si mantiene tramite lavori occasionali; deve prendersi cura di suo figlio, ma trova anche il tempo di meditare e per diffondere consapevolezza sulla persecuzione che dura ormai da 21 anni. E, racconta, la fatica quotidiana che affronta ora non è nulla in confronto a quello che ha passato in Cina.

Una praticante della città natale di Xiao, che ha la sua stessa età, è stata recentemente condannata ad altri 9 anni e mezzo di carcere, dopo aver trascorso in precedenza nove anni in prigione. A tal proposito Xiao ha affermato: «Quanti “nove anni” ci sono nella vita di una persona?».

Xiao Ping al Kissena Corridor Park a Flushing, New York, il 26 settembre 2020 (Linda Lin / The Epoch Times)

In vista della Festà di metà Autunno, Xiao si è unita a centinaia di praticanti del Falun Gong a New York nell’inviare i saluti al fondatore della disciplina, il sig. Li Hongzhi.

Il cambiamento d’ambiente ha fatto sentire Xiao più leggera, e «persino respirare è più facile». Ha ricordato di un evento a Times Square a settembre 2019, quando circa 100 praticanti si sono riuniti per una sessione di meditazione.

«Avete presente quanto è rumorosa quell’area?», racconta Xiao riferendosi al frastuono della metropoli. Ma dopo 30 minuti, quello che sentiva era solo la serena musica della pratica di meditazione, come se fosse stata trasportata in un altro mondo.

È stata la prima volta, dopo anni, che è riuscita a rilassarsi completamente e a dimenticare del tutto dove si trovava.

 

Articolo in inglese: For Survivors of Persecution, Time of Reunion Invokes Sorrow

 
 
 

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