Fuga di capitali, Pechino vieta le valute virtuali (ma non il mining)

Di Alexander Liao

Per molti anni, il Partito Comunista Cinese ha acconsentito all’utilizzo delle valute virtuali in Cina, ma nel 2018 ha iniziato a limitare le transazioni di Bitcoin, incoraggiandone però ancora segretamente il cosiddetto mining. Tuttavia, ora che grandi quantità di denaro stanno uscendo dal Paese mediante le valute virtuali, le autorità cinesi sembrano determinate a reprimere le criptovalute al 100 per cento.

Le valute virtuali, delle quali la principale è il Bitcoin, hanno attirato sempre più attenzione negli ultimi anni a causa della loro sicurezza, privacy e decentralizzazione. I dati mostrano che il prezzo unitario del Bitcoin aveva superato i 60 mila dollari, ma il 18 maggio il suo valore è sceso a 43 mila 300 dollari, con una capitalizzazione di mercato pari a 811 miliardi di dollari. E con l’aumento del prezzo del Bitcoin e di altre valute virtuali, sono aumentate in modo significativo anche le risorse mondiali investite nel mining (i complessi calcoli informatici necessari per la gestione del sistema Bitcoin a livello mondiale. Svolgere questa attività consente di guadagnare e produrre bitcoin).

Il Pcc, dal canto suo, non riconosce le valute virtuali e ha attivamente adottato misure per vietarne le transazioni. Inoltre, ha introdotto uno yuan digitale controllato dal regime.

A causa dei loro vantaggi in termini di sicurezza e privacy, le valute virtuali come il Bitcoin sono diventate una delle principali preoccupazioni del Pcc, che basa il suo dominio sul controllo centralizzato.

Paradossalmente, sebbene il Partito Comunista Cinese proibisca il commercio di criptovalute come il Bitcoin, non vieta il mining delle stesse. Nell’industria ‘mineraria’ globale del Bitcoin, i minatori cinesi rappresentano la stragrande maggioranza delle attività di mining nel mondo.

Secondo uno studio condotto da Statista nel 2020, la Cina conduce infatti il 65% delle attività di mining di Bitcoin nel mondo, mentre gli Stati Uniti sono al secondo posto, con solo il 7,24%.

Il mining si riferisce alla risoluzione di complessi calcoli matematici (da parte di computer) in cambio di una certa quantità di Bitcoin. Tramite questi procedimenti viene garantita la sicurezza e il corretto funzionamento del sistema, oltre a venire introdotti in circolazione nuovi Bitcoin per pagare i ‘minatori’. Secondo Nasdaq, ad aprile l’industria del mining dei Bitcoin ha portato una media di 56 milioni di dollari al giorno.

Il processo di mining non solo consuma molta elettricità, ma è necessario che gli operatori aggiornino e sviluppino continuamente super-computer per aumentare la potenza di calcolo. Al momento, infatti, vengono continuamente introdotte sul mercato una varietà di computer e macchinari specificamente progettati per queste operazioni.

La formula per calcolare la profittabilità del mining è: valore della criptovaluta ottenuta – (elettricità utilizzata + costo della macchina utilizzata).

Rappresentazioni della valuta virtuale Bitcoin in questa illustrazione del 13 marzo 2020. (Dado Ruvic / Reuters)

I minatori cinesi di valuta virtuale sono concentrati principalmente nella Cina occidentale, in aree come la Mongolia e lo Xinjiang. Questo perché ci sono molte centrali idroelettriche di piccole e medie dimensioni in queste aree e, a causa della mancanza di infrastrutture per la distribuzione dell’energia, molta energia idroelettrica viene sprecata, specialmente in estate, quando scoppiano alluvioni improvvise e le centrali idroelettriche inviano prontamente elettricità alle persone, in modo gratuito.

In queste zone, l’elettricità è a buon mercato a causa del terreno montuoso e delle basse temperature. Di conseguenza, un gran numero di ‘minatori’ di piccole e medie dimensioni si sono stabiliti nell’area per condurre le loro operazioni. Persino i capi delle centrali idroelettriche diventano minatori, e mentre percepiscono sussidi per l’energia verde dal governo, traggono anche profitto da questa attività sfruttando l’elettricità a basso costo.

Le grandi ‘miniere’ prevedono investimenti enormi e sono concentrate nella Mongolia interna e nello Xinjiang, dove l’elettricità è a buon mercato e il clima è abbastanza freddo.

In ogni caso, la Cina non domina solo il mining di valuta digitale a livello globale, ma anche la produzione delle macchine da mining si sta sviluppando rapidamente. Infatti, due giganti cinesi del mining di Bitcoin, Canaan Technology e Yibang International, sono stati quotati sul mercato azionario statunitense nel 2019 e nel 2020.

In altre parole, la maggior parte del mining di Bitcoin avviene in Cina; in aggiunta, a livello globale, la maggior parte dell’elettricità utilizzata per Bitcoin è prodotta in Cina, la maggior parte delle macchine utilizzate per il mining sono in Cina, le macchine più avanzate sono prodotte in Cina e il maggior numero di Bitcoin è controllato in Cina. Tuttavia, le transazioni Bitcoin sono illegali in Cina.

Al Congresso nazionale del Popolo del Pcc a marzo, il Pcc ha sottolineato le proposte per creare nuovi vantaggi nell’economia digitale e partecipare attivamente alla formulazione di regole internazionali e standard di tecnologia digitale come sicurezza dei dati, valuta digitale e tasse digitali. Il Pcc spera che l’economia digitale, incluse le blockchain, possano contribuire al Pil cinese e trasformare il Pcc in un «leader globale». Questo è il motivo per cui il Pcc non proibisce le attività di mining.

Il Pcc sviluppa vigorosamente la tecnologia blockchain e vuole controllarne lo sviluppo futuro a livello globale. Eppure, il concetto originale di decentralizzazione della tecnologia blockchain è contrario alle caratteristiche totalitarie del Pcc. Pertanto, il Pcc sta iniziando a sopprimere completamente altre valute digitali.

Di recente le autorità del Pcc hanno stretto la morsa. Il regime ha preso di mira diverse importanti banche commerciali e piattaforme finanziarie online di proprietà di giganti della tecnologia come Alibaba e Tencent. Anche la supervisione delle criptovalute è diventata più rigorosa, principalmente per impedire il riciclaggio di fondi nazionali o il trasferimento di grandi quantità di denaro tramite le criptovalute.

Il 22 aprile, la China Citic Bank ha annunciato che, al fine di prevenire i rischi di riciclaggio di denaro, tutti i conti presso la banca utilizzati per transazioni come Bitcoin e Litecoin, saranno cancellati.

In precedenza, la Banca Centrale del Partito Comunista Cinese aveva emesso una multa da 4,5 milioni di dollari alla China Citic Bank per via delle sue inefficaci politiche antiriciclaggio. Anche quattordici responsabili di rilievo sono stati puniti per riciclaggio di denaro legato alle criptovalute.

Fino al 12 aprile, la Banca Centrale del Partito Comunista Cinese aveva emesso multe per 97 milioni di dollari contro 417 istituzioni finanziarie, la maggior parte delle quali sono legate al riciclaggio di denaro e ai trasferimenti internazionali tramite criptovaluta.

Già nel dicembre 2013, la Banca centrale del Partito Comunista Cinese e altri cinque ministeri e commissioni, avevano emesso congiuntamente un avviso che richiedeva alle istituzioni finanziarie e agli istituti di pagamento di non svolgere attività legate ai bitcoin. Nell’aprile 2014, 13 banche, comprese le cinque principali banche cinesi (Industrial and Commercial Bank of China, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications) hanno annunciato che i loro conti sarebbero stati chiusi se utilizzati per Bitcoin e Litecoin.

Fermare i trasferimenti di denaro all’estero

I media cinesi hanno ripetutamente riferito che le criptovalute sono utilizzate da individui e aziende per trasferire enormi risorse all’estero e come strumenti di riciclaggio di denaro, in quanto questo metodo è difficile da tracciare e monitorare.

Il primo maggio di quest’anno, le criptovalute sono state identificate come uno dei metodi di raccolta fondi illegali che il Pcc intende fermare all’interno della Cina.

L’elevata liquidità delle criptovalute come Bitcoin non può nemmeno eguagliare quella del mercato azionario: secondo i dati forniti nell’aprile 2020 da Liang Xinjun, uno dei fondatori di Fosun Group, il valore di mercato di Bitcoin era di soli 158,9 miliardi di dollari, che è il 3,5 per cento del mercato della borsa di Hong Kong. Tuttavia, il volume annuale delle transazioni di Bitcoin è equivalente a tre volte il volume degli scambi della borsa di Hong Kong.

Infatti, l’elevata liquidità della criptovaluta offre condizioni molto convenienti per il trasferimento internazionale di grandi quantità di fondi.

Secondo il rapporto annuale del 2020 – contro il riciclaggio di denaro virtuale  – della società di sicurezza Blockchain PeckShield, il valore della valuta virtuale mobile cinese transfrontaliera non regolamentata (criptovaluta) ha raggiunto i 17,5 miliardi di dollari l’anno scorso, con un aumento del 51% rispetto agli 11,4 miliardi di dollari del 2019. Questa cifra è ancora in rapida crescita.

Mentre un articolo di Lu Media ha confermato che le attività interne cinesi sono state trasferite all’estero tramite valute virtuali e fondi illegali, sono stati riciclati attraverso valute virtuali. Tuttavia, nonostante lo stretto controllo delle autorità del Pcc, il numero di transazioni in criptovaluta è recentemente aumentato.

Una rappresentazione fisica del prodotto crittografico Ethereum. (Jack Taylor / Getty Images)

Secondo il calcolo del flusso di fondi di PeckShield, prima del lancio ufficiale della gestione rigorosa da gennaio a ottobre 2020, il numero di bitcoin che ogni mese fluivano dagli scambi di valuta virtuale interna dalla Cina verso l’estero, era compreso tra i 89.400 e 166.900. Tuttavia, a novembre e dicembre dello scorso anno dopo l’inizio dello stretto controllo da parte del regime del Pcc, il numero di bitcoin che fluiscono all’estero è aumentato rispettivamente tra i 231.700 e 254.100, con un incremento di quasi il 40% rispetto al picco precedente.

Se calcolati sulla base del prezzo unitario di Bitcoin di 50 mila dollari, registrato tra novembre e dicembre dello scorso anno, i fondi provenienti dalla Cina sotto forma di Bitcoin all’estero sono stati rispettivamente di 10,58 miliardi e 12,7 miliardi di dollari.

Nell’ambito del processo di riciclaggio di denaro, è stata creata una ‘piattaforma sotterranea’. Il metodo implica l’utilizzo dei codici di conto WeChat e Alipay o di un conto in banca per raccogliere i versamenti delle persone che cercano di inviare capitale fuori dalla Cina, guadagnando così una commissione sulla transazione. Utilizzando la valuta virtuale, il riciclaggio di denaro internazionale può essere effettuato in segreto.

Nel maggio 2020, un grande programma di riciclaggio è finito sotto inchiesta nella città di Hangzhou, in Cina. Le autorità hanno scoperto che l’operazione aveva riciclato oltre 7 miliardi di dollari, raccogliendo denaro tramite AliPay, WeChat Pay e conti bancari. Durante le sue operazioni, circa 4,6 miliardi di dollari sono stati inviati all’estero.

Ci sono molti Paesi nel mondo che reprimono le valute virtuali, inclusi Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera e India.

In un video pubblicato su YouTube il 7 maggio, Guo Wengui, il famoso miliardario cinese in esilio, ha dichiarato che questi Paesi temono che le valute virtuali mettano a repentaglio lo status delle rispettive valute ufficiali. Mentre, secondo lui, le paure del Pcc sono diverse. Il Pcc ha paura che il denaro cinese fugga all’estero. A suo parere, in Cina continentale l’aumento della ricchezza è correlato a quello delle insicurezze e delle minacce. Secondo lui, i ricchi in Cina sono sempre alla ricerca di metodi per trasferire i loro beni all’estero in modo sicuro e segreto. Per questi scopi, la valuta virtuale è il modo migliore.

La sua analisi ha senso. Le valute virtuali come il Bitcoin sono essenzialmente valute decentralizzate, paragonabili all’oro. Mentre le valute sovrane moderne sono valute di credito che possono essere create dal governo. Questa è la chiave per comprendere le valute digitali. Lo yuan digitale sviluppato dal Pcc utilizza la Blockchain ma conserva tutte le limitazioni del controllo centrale e delle valute del credito. La maggior parte degli esperti finanziari occidentali non è ottimista a riguardo dello yuan digitale.

 

Alexander Liao è un editorialista e giornalista di ricerca sugli affari internazionali negli Stati Uniti, in Cina e nel sud-est asiatico. Ha pubblicato un gran numero di rapporti, commenti e programmi video su giornali e riviste finanziarie cinesi negli Stati Uniti e ad Hong Kong.

 

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: CCP Cracks Down on Virtual Currency to Prevent Money Fleeing the Country



 
 
 

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