Il G-7 raggiunge un’intesa sulla tassazione minima globale per le multinazionali

Di Emel Akan

Il 5 giugno le principali nazioni industriali del mondo hanno raggiunto un’intesa per fissare un’aliquota fiscale minima a livello globale, nel tentativo di scoraggiare le società multinazionali dal trasferire i propri profitti nei Paesi a bassa tassazione. Sebbene l’accordo rappresenti un significativo passo avanti per i sostenitori di un accordo globale, resta ancora molto lavoro da fare.

Il Gruppo dei Sette (G-7) ha concordato di «impegnarsi per una tassazione minima globale di almeno il 15 per cento su base nazionale», secondo un comunicato rilasciato dai ministri delle finanze del G-7. Il gruppo spera di raggiungere un intesa simile durante le riunioni del Gruppo dei 20 fissate per il mese prossimo, il che potrebbe condurre entro l’anno ad un più ampio accordo nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse).

Sono ormai diversi anni infatti che l’Ocse coordina i colloqui tra 140 Paesi sulla riforma fiscale internazionale e confida dunque di poter raggiungere presto un accordo definitivo.

Daniel Bunn, vice presidente dei progetti globali alla Tax Foundation, ha dichiarato a Epoch Times: «Questo accordo è soggetto a ulteriori accordi, c’è ancora molto lavoro da fare per assicurare che questa politica funzioni bene. […] Sono preoccupato perché se i politici non stanno attenti, potrebbero avere un impatto sui flussi globali di investimenti esteri diretti, e danneggiare gli investimenti delle imprese a livello globale».

Secondo Bunn, questo accordo non «pone fine alla corsa al ribasso», come suggerito dalla segretaria al Tesoro degli Stati Uniti Janet Yellen. Piuttosto, l’economista ritiene che i Paesi continueranno a trovare altri modi per competere sulle politiche fiscali.

«È interessante che alcuni Paesi che hanno approvato questa politica fiscale abbiano disposizioni speciali che portano ad aliquote fiscali inferiori al 15 per cento. Ci sono Paesi con i ‘patent box’ come il Regno Unito, che ha un tasso del 10 per cento sui redditi da brevetti. Sarà curioso vedere se la tassa minima globale continuerà a permettere l’esistenza di queste politiche», ha aggiunto Bunn.

Ad ogni modo, i Paesi del G-7 – Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti – hanno raggiunto un’intesa su due pilastri fondamentali.

Il primo pilastro cambia l’assegnazione dei diritti di tassazione. Secondo la proposta, le aziende non dovrebbero pagare le tasse solo dove hanno la propria sede e hanno beni e dipendenti, ma anche dove concludono le vendite.

Secondo una proposta della Yellen, solo le 100 aziende più grandi e redditizie del mondo sarebbero soggette a questa nuova regola.

«È un modo completamente nuovo di fare politica fiscale per le multinazionali. E una delle ragioni per cui penso che il Tesoro abbia cercato di limitarlo alle 100 più grandi aziende è perché ha il potenziale per essere molto, molto complesso», ha spiegato Bunn.

Il secondo pilastro dell’accordo del G-7 impone una tassazione minima globale su qualsiasi azienda che goda di una bassa aliquota fiscale effettiva sui guadagni esteri. Se le aziende pagano aliquote più basse in un particolare Paese, i loro Paesi d’origine potrebbero «integrare» le loro tasse sui guadagni esteri fino al tasso minimo, eliminando così i benefici del trasferimento dei profitti.

Un’aliquota minima d’imposta sulle società a livello mondiale ridurrebbe l’attrattiva dei paradisi fiscali, che negli ultimi tre decenni sono diventati sempre più parte integrante delle pratiche commerciali globali.

Lo spostamento dei profitti aziendali nei paradisi fiscali da parte delle multinazionali statunitensi è balzato da circa il 5-10% dei profitti lordi negli anni ’90 a circa il 25-30% nel 2019, secondo un rapporto del Fondo Monetario Internazionale (Fmi).

Secondo uno studio citato dal Fmi, l’uso dei paradisi fiscali costa ai governi da 500 a 600 miliardi di dollari all’anno in mancate entrate fiscali.

Goldman Sachs ha stimato che un’aliquota fiscale minima globale del 15% avrebbe un «piccolo» impatto sui guadagni delle aziende statunitensi. Il rischio di perdite sarebbe compreso tra l’1 e il 2 per cento.

«All’interno del mercato azionario statunitense, le industrie con basse aliquote fiscali effettive e alta concentrazione di reddito estero affrontano il rischio maggiore – afferma lo studio di Goldman Sachs – A livello settoriale, Tecnologia Informatica e Sanità affronterebbero il più grande rischio sugli utili, ma anche questi settori sembrano rischiare un calo complessivo inferiore al 5% in base alle stime più accreditate».

Secondo gli esperti, l’impatto diretto di una tassa minima globale del 15% sulle aziende statunitensi dipenderebbe anche da altre politiche fiscali che dovrebbero essere varate dal Congresso degli Stati Uniti.

Il presidente Joe Biden sta infatti proponendo sostanziali aumenti delle tasse sulle società americane, per finanziare il suo American Jobs Plan da 2 mila 300 miliardi di dollari. La sua proposta imporrebbe una tassa minima del 15 per cento sul reddito contabile delle grandi società, oltre ad aumenti delle aliquote fiscali sui redditi nazionali ed esteri.

 

Articolo in inglese: G-7 Agrees on Global Minimum Corporate Tax, but Details Need Working Out

 
 
 

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