Giornalista francese descrive la prima intervista ai media di Peng Shuai come «propaganda»

Di Gary Bai and Nicole Hao

L’intervista alla tennista Peng Shuai faceva (probabilmente) parte di uno sforzo di propaganda del regime cinese. Lo sostiene un giornalista del quotidiano sportivo l’Equipe che l’ha condotta.

Marc Ventouillac è uno dei due reporter francesi che hanno parlato per primi con Peng dopo le sue accuse online a novembre contro un leader di alto livello del Partito Comunista Cinese (Pcc). In un lungo post sui social media, la tennista aveva sostenuto che l’ex vicepremier Zhang Gaoli l’avesse costretta ad atti sessuali. Dopo aver scritto le sue accuse, è però scomparsa dal pubblico per diverse settimane e la sua sicurezza è diventata una preoccupazione globale.

L’intervista a L’Equipe con la tre volte atleta olimpica ed ex giocatrice di doppio professionistico, è stata organizzata domenica 6 febbraio e osservata da funzionari cinesi in un hotel di Pechino. Il 7 febbraio, è stata pubblicata.

Nell’intervista, Peng ha negato di aver accusato Zhang di aggressione sessuale e ha affermato di aver cancellato lei stessa l’accusa dai social media. «Questo post ha provocato un enorme malinteso dal mondo esterno», ha affermato Peng nell’intervista a L’Equipe. «Il mio desiderio è che il significato di questo post non sia più distorto».

Un giorno dopo l’intervista, Ventouillac ha detto di non essere sicuro se Peng fosse libera di dire e fare ciò che voleva. «È impossibile dirlo», ha spiegato all’Associated Press in inglese. «Questa intervista non fornisce la prova che non ci siano problemi con Peng Shuai».

Secondo Ventouillac, i funzionari cinesi hanno concesso l’intervista così che la situazione di Peng non distogliesse l’attenzione dalle Olimpiadi invernali di Pechino. «Fa parte della comunicazione, della propaganda, del Comitato olimpico cinese».

Durante l’intervista, Peng non ha risposto direttamente a una domanda su se avesse avuto problemi con le autorità dopo aver fatto l’accusa, ma ha invece fatto eco alla versione dei fatti del Pcc: «Devo dire innanzitutto che emozioni, sport e politica sono tre cose nettamente separate. I miei problemi romantici e la mia vita privata, non dovrebbero essere mescolati con lo sport e la politica».

Thomas Bach, presidente del Cio, parla con Peng Shuai prima dello sci freestyle femminile il giorno 4 dei Giochi olimpici invernali di Pechino 2022 a Big Air Shougang l’8 febbraio 2022. (Richard Heathcote/Getty Images)

Domande in anticipo

Wang Kan, capo del personale del Comitato olimpico cinese (Coc), ha partecipato all’intervista e ha tradotto la risposta di Peng dal cinese all’inglese. Per verificare l’accuratezza della traduzione, L’Equipe ha utilizzato un interprete separato a Parigi per tradurre la risposta di Peng in francese.

Ventouillac ha affermato che L’Equipe ha inviato domande in anticipo e ha potuto pubblicare le risposte di Peng solo testualmente in formato Domanda e risposta, in base alla richiesta del Coc. Il Coc ha anche assegnato mezz’ora per l’intervista. Ma Ventouillac e il suo collega hanno avuto la possibilità di porre più domande di quelle che hanno presentato prima dell’intervista, che è durata circa un’ora. «Ha risposto alle nostre domande senza esitazione, con, immagino, risposte che conosceva. Sapeva cosa doveva dire», ha detto Ventouillac. «Ma non puoi sapere se è stata formata o qualcosa del genere. Ha detto quello che ci aspettavamo che dicesse».

Ventouillac ha posto domande relative sia al tennis che all’accusa di aggressione sessuale di Peng. Quando ha risposto alle domande relative a quest’ultimo tema, Peng sembrava più nervosa e attenta, ha osservato Ventouillac, aggiungendo che in ogni caso la tennista «sembra essere in buona salute».

Secondo Ventouillac il sostegno internazionale proteggerà Peng. Invece, se lo stesso fosse accaduto a dei cinesi non così noti al di fuori della Cina, questi sarebbero già in prigione, per aver mosso una simile accusa contro un alto funzionario.

«Intervista inscenata»

Laura Harth, direttrice della campagna di Safeguard Defenders, è tra coloro che mettono in dubbio l’integrità dell’intervista di Peng nel modo in cui è condotta e ai suoi tempi. «Ancora una volta, nel pieno rispetto della persona, non troviamo [i commenti di Peng, ndr] molto credibili […] Non era sola, le sue domande dovevano essere presentate in anticipo e anche le risposte sono state riviste prima [della pubblicazione, ndr]», ha sottolineato a Epoch Times martedì. «L’Equipe non ha avuto la possibilità, in realtà, di avere una conversazione schietta e aperta con lei».

Peng si è espressa in modo simile a quella che è la narrazione ufficiale delle autorità cinesi: «È abbastanza innaturale per una persona, direi, quando le viene chiesto della sua vita personale negli ultimi mesi, menzionare solo momenti perfettamente messi in scena che abbiamo visto passare per la macchina di propaganda cinese».

La Harth ha affermato di sospettare che il caso di Peng rientri nel classico schema di come il Pcc forza le confessioni di coloro che sono coinvolti in questioni «politicamente delicate». «Negli ultimi anni, dal 2013, abbiamo visto aumentare il numero delle sparizioni forzate: il numero di difensori dei diritti umani, giornalisti, cittadini-giornalisti, avvocati per i diritti umani, tutti coloro che cercano di interpretare una voce diversa[…] che vengono rinchiusi, e spariscono per un periodo, e poi forse tornano, o nei media statali o sotto processo con questo tipo di confessioni forzate e programmate».

Un ottimo esempio è quello che è successo a diversi cittadini di Hong Kong che vendono libri critici nei confronti del leader cinese Xi Jinping. Tra loro c’era Lam Wing-kee che è stato sequestrato nella città cinese di Shenzhen nell’ottobre 2015. In seguito ha affermato di essere stato costretto dagli agenti cinesi a fare una falsa confessione trasmessa dalla televisione cinese.

Esportare il terrore

La campagna di repressione del Pcc non si limita all’interno della Cina, ha affermato Harth di Safeguard Defender commentando le scoperte relative alla campagna di «rimpatri involontari» condotta dal Pcc. «[I rimpatri involontari, ndr] evidenziano come ciò che sta accadendo all’interno della Cina non stia più accadendo solo all’interno della Cina. Stiamo vedendo sempre più come il Pcc stia esportando con successo il suo regime di terrore politico della paura in tutto il mondo, minacciando persone in tutto il mondo, facendole tornare in Cina per persecuzioni, o per sparizione, tortura».

Negli ultimi anni, il Pcc ha rimpatriato con successo circa 10 mila «fuggitivi» all’estero per essere processati in Cina. Quelli che danno potere al regime cinese, ha aggiunto Harth, sono organismi come il Comitato Olimpico Internazionale (Cio). «Il Cio è sempre venuto in soccorso del Pcc al momento giusto».

 

Articolo in inglese: French Reporter Describes Peng Shuai’s 1st Media Interview as ‘Propaganda’

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