Gli allevatori al confine con il Messico vogliono il muro. E il motivo non è la droga

Quando si parla di trafficanti di droga e immigrati irregolari che varcano il confine sud-orientale del Texas, in pochi pensano che i più esposti a possibili pericoli siano gli allevatori alle frontiere; e tuttavia, gli allevatori non devono temere solo le incursioni di esseri umani, ma anche quelle degli animali.

L’allevamento nella zona è stato messo infatti in ginocchio da un piccolo intruso: la zecca. Le zecche possono portare un parassita che causa la babesiosi, comunemente nota come febbre da bestiame, capace di decimare una mandria in poco tempo.

Secondo le informazioni riportate sul sito della Commissione per la Salute del Texas (Tahc), il parassita attacca e distrugge i globuli rossi degli animali, causando anemia acuta, febbre alta e ingrossamento di milza e fegato di questi ultimi; se la mandria non era mai stata esposta prima al parassita, è possibile che il 90 per cento degli animali venga ucciso.

L’allevatore Richard Guerra possiede 9 mila acri di terreno rimasti deserti per quattro anni, senza neanche una mucca nei paraggi, con recinti e mangiatoie invasi dalle erbacce. Dopo che il suo terreno è stato messo in quarantena per ben 22 volte in 15 anni, è diventato per lui proibitivo gestire un bestiame. Al pieno delle sue capacità, Richard potrebbe gestire un migliaio di bovini; oggi però si mantiene affittando il suo terreno durante la stagione della caccia.

L’allevamento di Richard si trova a circa due chilometri più a nord del confine tra Stati Uniti e Messico, vicino al Rio Grande in Texas. Il Rio Grande è il confine internazionale e non esiste alcuna recinzione in quell’area. Questo confine è l’epicentro dell’infestazione da zecca, principalmente perché bestiame e cervi dal Messico attraversano il Rio Grande, infettando poi le mandrie negli Stati Uniti.

Potrà sembrare strano ma, come fa notare Guerra, in questo momento in Texas, nonostante il traffico di esseri umani, «uno dei principali problemi […] è la febbre da zecca. Quest’ultima viene dal Messico, e il Messico non fa nulla per arginarla. […] Basta guardare i nostri recinti, sono vuoti. Abbiamo mangiatoie da recinto proprio lì, che potrebbero nutrire 500 mucche contemporaneamente; ma proprio adesso, sono vuote».

Gli allevamenti di bestiame deserti nel La Anacua Ranch vicino a Rio Grande, in Texas, il 22 marzo 2019. (Charlotte Cuthbertson / The Epoch Times)

Non esiste alcuna cura o vaccino per questa zecca, e la speranza più grande del signor Guerra è che venga costruito un muro di confine che sia in grado di impedire o ridurre l’accesso alla fauna selvatica che porta il parassita oltre il confine.
«Basta una sola zecca portatrice di babesiosi per infettare un animale, e basta un solo animale infetto per trasmettere la babesiosi a un’altra zecca», ha dichiarato Callie Ward, direttrice delle comunicazioni del Tahc.

In questo momento in Texas, 2 mila 655 strutture, per un totale di 950 mila 500 acri, sono state messe in quarantena, stando ai dati di febbraio del Tahc. Secondo la Texas A&M University, il Texas ospitava il 16,4 per cento delle mucche nel 2009.

Per le normative del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti d’America, se dovesse essere trovata una zecca sul mantello di una mucca, l’intero allevamento deve venire posto in quarantena per nove mesi. Durante questo periodo, il bestiame deve essere immerso in una vasca ogni 14 giorni.
«Di conseguenza, dobbiamo impiegare gli elicotteri per fare il nostro lavoro, per radunare il bestiame  ̶  asserisce Guerra  ̶  Costano 350 dollari all’ora. Diventa piuttosto costoso; quindi il punto è che una volta che il mio bestiame si trova fuori dalla tenuta, fuori dalla zona di quarantena, ho già speso molti soldi; e quasi sicuramente, non avrò alcuna entrata quell’anno per via di tutte queste spese».

Richard Guerra nel suo allevamento, La Anacua Ranch, vicino a Rio Grande city, in Texas, il 22 marzo 2019. (Charlotte Cuthbertson / The Epoch Times)

Il protocollo di immersione di nove mesi andrebbe a interessare un allevamento medio di 500 mucche, con un costo di 250 dollari per mucca; e secondo uno studio pubblicato nel 2010 dal Centro di Politica Agricola e Alimentare presso la Texas A&M University, a queste uscite si deve aggiungere un aumento del 47 per cento di spese in contanti e quindi un calo dell’80 per cento del reddito netto degli allevatori.
Anche gli allevamenti confinanti sono coinvolti e devono essere sottoposti a controlli e ispezioni.

Jody, il figlio di Richard Guerra, che un giorno rappresenterà la quinta generazione a gestire l’allevamento, sostiene che questa stigmatizzazione della febbre da zecca aggiunga un’ulteriore sfida: «Molti compratori di bestiame ora non vogliono comprare nulla a Sud di San Antonio. E nonostante [gli allevamenti, ndr] potrebbero superare i controlli e le ispezioni, le persone sono comunque riluttanti ad acquistare bestiame proveniente da questa zona, perché preferiscono non rischiare».

Jody Guerra, il 22 marzo 2019. (Charlotte Cuthbertson / The Epoch Times)

Jody stima che dal 50 al 65 per cento degli allevatori della zona del Rio Grande abbia interrotto la produzione: «Una delle più grandi strutture nella Contea di Starr ha chiuso i battenti perché la produzione è talmente bassa da non giustificarne l’apertura».

Geraldo ‘Lalo’ Garza ha acquistato alcune strutture la scorsa estate per riaprirle a novembre solo per mettere all’asta il bestiame. Ma gli affari sono lenti ed è una battaglia in salita: «Al momento siamo in perdita», afferma Garza, che si affiderà alla sua attività di autotrasporto fino a quando la situazione con gli allevamenti non si sarà ripresa.
«I miei principali allevamenti sono proprio qui sul confine, al lato del fiume. La maggior parte di questi è stata messa in quarantena; ma le altre strutture più vicine si trovano a 100 o 200 chilometri di distanza, quindi se l’invasione da zecca dovesse fermarsi, sono in una buona posizione».

Storia della febbre da zecca negli Usa

La febbre da zecca era un tempo un problema dilagante in gran parte degli Stati Uniti, ma uno sforzo concordato durato 54 anni (dal 1906 al 1960) ha spinto il problema al confine tra Stati Uniti e Messico. È stata creata una zona cuscinetto, che comprende oltre mezzo milione di acri, che si estende dal Golfo del Messico (vicino Brownsville, nel Texas), fino ad Amistad Dam, a Nord di Del Rio, sempre nel Texas.

«Il Texas è nel mezzo di un’epidemia, che sta avvenendo ciclicamente dal 1960  ̶  spiega Callie Ward, direttrice delle comunicazioni del Tahc  ̶  Molti bovini, equini, cervidi e antilopi nilgai che arrivano in Texas attraverso il Messico, portano la zecca. Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti d’America impiega degli ‘agenti di pattuglia’ il cui compito è quello di cavalcare lungo il confine alla ricerca di animali randagi che potrebbero arrivare dal Messico. Catturano e curano gli animali».

Il signor Guerra punta il dito contro la passività del Messico, che non fa nulla per arrestare la rigenerazione della zecca che causa la febbre nell’area: «Il Messico non fa nulla, nada, niente. Quindi bovini e animali selvaggi vengono contagiati […] Sì, la nostra tecnologia e i nostri progressi con i vaccini e tutto il resto, hanno davvero aiutato. Ma questo non ferma il problema. Dobbiamo fermare il problema alla frontiera. Ecco perché siamo a favore di un muro».

Altri problemi al confine

Una recinzione di confine aiuterebbe anche a controllare altri problemi transfrontalieri, come il traffico di esseri umani e di droga, anche questi problemi che l’allevamento del signor Guerra vive regolarmente.
«Quando scoppia una sparatoria, possiamo sentirli», afferma Guerra, riferendosi ai cartelli messicani nei pressi del Rio Grande a Miguel Aleman.

«In certe occasioni in questa proprietà abbiamo avuto intrusioni armate. Persone che impugnavano armi sono passate di qui, trasportando carichi di marijuana, droghe o chissà cos’altro».
Guerra si considera fortunato per aver trovato un solo cadavere nel suo allevamento e aggiunge: «Dormo sempre con due o tre armi al mio fianco, anche durante il giorno le tengo vicine, o anche quando sono fuori nel mio camion, porto sempre con me un’arma da fuoco. Fortunatamente, non ho mai avuto il bisogno di usarla, finora».

Ma a questi problemi si sommano anche i danni causati a recinzioni e cancelli: «Questi clandestini danneggiano la mia proprietà, e io devo pagare i danni», fa notare l’allevatore.

Il 22 marzo 2019, agenti della pattuglia di frontiera si affacciano sul Rio Grande in direzione Messico, vicino a Rio Grande City. (Charlotte Cuthbertson / The Epoch Times)

Secondo Jody le cose sono iniziate a cambiare 15 o 20 anni fa: «Gli individui in cui ci imbattiamo non sono più gli stessi di un tempo; sono finiti i giorni in cui al massimo incontravi due persone che avevano bisogno di aiuto con la strada. Ora ti imbatti in gruppi di persone che possono essere scortate da individui armati; ed è evidente che alcuni di questi sono trafficanti di droga».

Nel frattempo, il signor Guerra è ancora fiducioso del fatto che il suo allevamento possa essere riaperto, prima di consegnarlo alla generazione successiva: «La mia eredità è qui. Sono nato e cresciuto qui, quindi il mio obiettivo è cercare di proteggere quello che abbiamo. Ma è triste il fatto che non possiamo gestire il nostro bestiame adesso nel timore che venga contagiato dalla zecca».

 

Articolo in inglese: Drugs, Illegal Aliens Not the Only Headaches for Border Ranchers

 
 
 

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