Hong Kong, dopo undici settimane le proteste continuano

Il 18 agosto oltre un milione e mezzo di persone si sono radunate in uno dei quartieri commerciali più importanti di Hong Kong, sfidando il maltempo, per prendere parte alla manifestazione che ha segnato l’undicesima settimana dall’inizio delle proteste.

L’affluenza di questa domenica indica che il movimento gode ancora del sostegno dell’opinione pubblica, nonostante gli spiacevoli eventi della scorsa settimana, quando i manifestanti hanno occupato l’aeroporto della città, atto per cui gli attivisti si sono scusati.

«Fa un caldo terribile e piove. È una tortura anche il solo uscire di casa, francamente. Ma dobbiamo farlo perché non abbiamo altra scelta», ha dichiarato uno studente 24enne di nome Jonathan, che ha preso parte alla manifestazione del Victoria Park, nel quartiere di Hong Kong noto come la Baia di Causeway: «Dobbiamo continuare finché il governo non ci mostrerà il dovuto rispetto».

La rabbia degli hongkonghesi è stata scatenata da una proposta di legge – attualmente sospesa – che consentirebbe a Pechino di ottenere agevolmente l’estradizione dei sospetti da Hong Kong alla Cina continentale. Ma la crescita del movimento di protesta è dovuta in realtà alle più ampie preoccupazioni per l’erosione delle libertà che erano state garantite dalla formula politica ‘un Paese, due sistemi’, nata quando Hong Kong è passata da essere colonia britannica per 156 anni, a divenire parte del regime comunista cinese nel 1997.

Radunati nel Victoria Park alla partenza del corteo, i manifestanti hanno retto tra le mani cartelli con su scritti slogan come ‘Hong Kong libera!’ e ‘Democrazia ora!’, oltre agli ombrelli per ripararsi dalla pioggia. La folla è stata pacifica e comprendeva anziani, persone di mezza età, giovani e famiglie, come anche alcuni genitori con bimbi piccoli.

Sebbene gli organizzatori del raduno non avessero il permesso per marciare, il parco non ha potuto accogliere tutta la folla; così in molti si sono diretti verso il centro finanziario della città, intonando slogan che inneggiavano alle dimissioni del capo dell’esecutivo della città, Carrie Lam.

La Central subway station, una delle stazioni della metropolitana più frequentate della città, è rimasta praticamente paralizzata quando un mare di persone, vestite con le ormai classiche magliette nere, si è riversato sulle banchine della metropolitana. In attesa dei treni, il folto gruppo di manifestanti ha inneggiato slogan in cantonese come ‘la rivoluzione del nostro tempo!’.

Oltre alle dimissioni di Lam, i manifestanti chiedono il completo ritiro del disegno di legge sull’estradizione, chiedono che le proteste non vengano più definite ‘sommosse’, chiedono poi il ritiro delle accuse nei confronti degli arrestati, un’inchiesta indipendente e la ripresa delle riforme politiche.

Un’insegnante di storia di nome Poon, riferendosi all’anno in cui scadrà l’accordo cinquantennale che garantisce l’autonomia di Hong Kong, ha dichiarato: «Quando eravamo giovani, non ci pensavamo. Ma mio figlio me lo dice spesso: “Cosa mi accadrà dopo il 2047?”».
«Verrò ancora e ancora e ancora e ancora e ancora e ancora. Non sappiamo come finirà tutto questo. Continueremo a combattere».

«Noi siamo hongkonghesi»

La polizia è stata criticata per aver adoperato tattiche sempre più aggressive per disperdere i manifestanti. Questa domenica alcune persone hanno distribuito palloncini a forma di bulbi oculari per denunciare le ferite riportate da una dottoressa, ricoverata in ospedale dopo essere stata colpita all’occhio da un proiettile di gomma la scorsa settimana.
Il 17 agosto, tuttavia, una manifestazione in sostegno del governo avrebbe radunato, secondo gli organizzatori, 476 mila persone (per la polizia erano invece 108 mila).

Ad ogni modo, le proteste di Hong Kong rappresentano una delle maggiori sfide che il leader cinese Xi Jinping ha dovuto affrontare da quando è salito al potere nel 2012. Inoltre, con il Partito Comunista Cinese che si appresta a celebrare il 70esimo anniversario dalla fondazione della Repubblica Popolare cinese, la crisi di Hong Kong è giunta in un momento molto delicato. Pechino sta usando toni sempre più duri nei confronti delle proteste, accusando le potenze straniere, inclusi gli Stati Uniti, di fomentare i disordini. E le immagini delle truppe paramilitari cinesi che si allenano in uno stadio della città di Shenzhen, che si trova al confine con Hong Kong, hanno lanciato il chiaro messaggio che il regime comunista sta considerando l’ipotesi di un intervento militare.

La settimana scorsa, i manifestanti che hanno occupato il terminal dell’aeroporto di Hong Kong hanno provocato la cancellazione di quasi mille voli e hanno persino arrestato due uomini che ritenevano essere simpatizzanti filogovernativi, dando così la possibilità a Pechino di parlare di atti terroristici, sebbene gran parte dei manifestanti abbiano preso le distanze da ogni genere di comportamenti violenti.

Frances Chan, una giornalista 60enne ormai in pensione che ha preso parte alla manifestazione di domenica, ha dichiarato: «Siamo hongkonghesi. Siamo qui per il nostro futuro. Lo facciamo per i nostri ragazzi».

Secondo la Chan, solo pochi manifestanti hanno usato la violenza, e lo hanno fatto con moderazione e unicamente per reazione alla pressione delle autorità e della polizia.

«In effetti noi vogliamo pace e libertà. Se solo il governo ascoltasse le cinque richieste, le cose si calmerebbero».

 

Articolo in inglese: Tens of Thousands of Hong Kongers Join Rally Pressuring Local Government Meet Their Demand

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