I file della polizia dello Xinjiang forniscono prove «scioccanti» della persecuzione

Di Michael Washburn e David Zhang

Un rapporto pubblicato dal Victims of Communism Memorial Foundation che analizza i documenti trapelati dagli archivi della polizia dello Xinjiang, offre prove «assolutamente scioccanti» degli abusi continui e della brutalità inflitti alla popolazione uigura in Cina.  È quanto dichiara Andrew Bremberg, presidente della fondazione ed ex ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite.

Bremberg ha definito i documenti trapelati, noti come «File di polizia dello Xinjiang», una «enorme cache di dati che non ha precedenti nel suo genere»; i file contengono le informazioni personali di centinaia di migliaia di persone incarcerate. Gli analisti stimano che il regime cinese detenga oltre 1 milione di uiguri e altre minoranze etniche musulmane in una rete di campi di concentramento in tutta la regione.

Tra l’altro, i documenti presentano «ampi dettagli incriminanti dall’interno del sistema dei campi di internamento cinese», ha affermato Bemberg, mentre procedeva a descrivere il contenuto dei file in modo più dettagliato. I file rivelerebbero migliaia di immagini di prigionieri uiguri, da bambini a uomini e donne anziani, e immagini di agenti di polizia e guardie che mettono manette e ceppi ai prigionieri durante le esercitazioni.

Un cancello di quello che è ufficialmente noto come un centro di formazione professionale in costruzione a Dabancheng, nella regione autonoma di Xinjiang Uighur, Cina, il 4 settembre 2018. (Reuters/Thomas Peter/File Photo)

Oltre alle immagini di prigionieri e guardie, i file contengono il testo di direttive e ordini da parte di funzionari di alto livello del Partito Comunista Cinese (Pcc) riguardanti la classificazione e il trattamento degli uiguri incarcerati. Una di queste direttive, secondo la fondazione, è l’esortazione di Chen Quanguo, ex segretario del partito del Pcc nello Xinjiang, nei confronti dei funzionari e della polizia, perché trattino le persone di etnie diverse come criminali violenti.

I file presentano anche un discorso di un anonimo «funzionario del governo centrale» in cui si afferma che il leader cinese Xi Jinping ha emesso l’ordine di espandere i finanziamenti e il numero di guardie disponibili per le carceri altamente affollate dello Xinjiang e di ampliare il sistema di internamento all’interno della regione.

Parlando al programma «China Insider» di EpochTv, Bremberg ha affermato che gran parte di ciò che i file hanno portato alla luce è coerente con ciò che gli osservatori dei diritti umani nello Xinjiang sapevano che stesse accadendo, ma che è comunque scioccante vedere le immagini di detenuti giovani e quelli in età avanzata. Uno dei detenuti è una ragazza fotografata a 14 anni e incarcerata a 15. «Quelle foto erano semplicemente scioccanti e orribili da vedere. Direi anche [lo stesso di, ndr] alcune delle altre foto che mostrano non solo coloro che sono stati imprigionati, ma pure le effettive forze di sicurezza all’interno di quelle strutture di internamento e come operano».

Andrew Bremberg, presidente della Victims of Communism Memorial Foundation, a Washington il 3 febbraio 2022. (Bao Qiu/The Epoch Times)

L’ex ambasciatore ha espresso un giudizio molto critico sulla visita di Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, in Cina, il primo viaggio di un tale funzionario dal 2005. «La visita in Cina dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani in questo momento è molto preoccupante. Ho parlato con lei molte volte in passato. Abbiamo a lungo sostenuto il ruolo che il suo ufficio può svolgere nel portare alla luce e affrontare le violazioni dei diritti umani che si verificano nello Xinjiang, ma è molto deludente che abbia scelto di andare in questo momento, che limita la sua capacità di avere qualsiasi tipo di indipendenza o svolgere un’indagine».

Secondo Bremberg, né Bachelet né il regime cinese considerano la sua visita una reale indagine sugli abusi avvenuti in Cina o nello Xinjiang in particolare; infatti Pechino è in grado di sfruttare i tempi della visita per ostacolare qualsiasi indagine che la Bachelet potrebbe fare. La pandemia in corso e il lockdown di Shanghai e di altre aree della Cina, mantengono la Bachelet in quello che Bremberg chiama «un circuito chiuso e strettamente controllato senza la stampa».

Se il regime ha insistito su tali restrizioni come condizione per la visita di Bachelet, la risposta appropriata sarebbe stata quella di rifiutarsi del tutto di visitare la Cina, sulla base del fatto che le condizioni necessarie non esistono, sostiene Bremberg.

Oltre alle sue immediate riserve sul viaggio della Bachelet, Bremberg ha descritto una preoccupazione più ampia che prova per la mancanza di trasparenza sulle relazioni dell’ufficio delle Nazioni Unite con il Pcc sui diritti umani e altre questioni: «Qual è la comunicazione che hanno avuto con il governo cinese? E che risposta hanno ricevuto? Non hanno bisogno di condannare la Cina o emettere giudizi, devono solo essere trasparenti. Spetta ad altri Paesi poi parlare e dire alla Cina: perché ti sei rifiutata di soddisfare le condizioni richieste dall’ufficio [della Bachelet, ndr]? Ma mantenendo tutto questo segreto, non consente agli Stati Uniti o ai Paesi europei, o ad altri governi in tutto il mondo, di sostenere effettivamente il lavoro del suo ufficio».

L’ex ambasciatore ha definito la visita un errore e ha affermato che un’indagine trasparente sui problemi portati alla luce negli archivi della polizia dello Xinjiang è impossibile date le circostanze. Ha continuato esprimendo preoccupazione su come i funzionari del Pcc gireranno la visita nelle loro dichiarazioni pubbliche: «Non puoi controllare ciò che gli altri dicono di te. Ma è molto preoccupante immaginare come il governo cinese rappresenterà questa visita da un messaggio nazionale o internazionale o da una prospettiva di propaganda. E se fanno ritratti che suggeriscono che ha fatto questa meravigliosa visita, ha davvero la responsabilità morale di rispondere immediatamente e pubblicamente e dire quali erano le condizioni di questo viaggio, cosa era permesso e cosa non lo era».

In risposta a una domanda e-mail di Epoch Times sul fatto che il viaggio della Bachelet nello Xinjiang avrebbe costituito un’indagine indipendente, il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha affermato che questa fosse «una condizione essenziale».

Bremberg ha sostenuto con passione la fine delle violazioni dei diritti umani e della repressione in corso nello Xinjiang: «Siamo profondamente consapevoli dei 100 milioni di vittime del comunismo nel corso del secolo scorso, sotto vari regimi comunisti. E sappiamo che l’unico modo in cui la vittimizzazione finisce è quando gli altri Paesi della comunità internazionale si alzano e fanno pressione sui regimi, come il Partito Comunista Cinese oggi, e chiedono che cambino il loro comportamento».

 

Articolo in inglese: Leaked Xinjiang Police Files Provide ‘Absolutely Shocking’ Evidence of Mass Persecution: Former US Ambassador

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