I Paesi nordici non sono paradisi socialisti

Di Jean Chen

Si sente spesso dire: «So che il comunismo è cattivo. Ma io sono per il socialismo, come quello della Svezia e di altri Paesi nordici».

Di fatto, i cosiddetti Paesi nordici vengono spesso indicati come esempi positivi di socialismo. In particolare negli Stati Uniti, dove personaggi come Bernie Sanders, i Clinton e Barack Obama hanno citato più volte il caso scandinavo.

Nel 2010, la National Public Radio statunitense ha lodato la Danimarca come «un Paese che sembra infrangere le leggi dell’universo economico». Sebbene abbia un’alta tassazione, ha «uno dei tassi di povertà più bassi al mondo, bassa disoccupazione, un’economia in continua crescita, e pochissima corruzione».

Mentre nel 2003, l’ex primo ministro svedese Göran Persson aveva usato una metafora per descrivere l’economia del suo Paese: «Con un corpo eccessivamente pesante e delle piccole ali, si suppone che non debba essere in grado di volare, eppure ci riesce».

Dal canto suo, il dottor Nima Sanandaji, un ricercatore e autore svedese, ha scritto il libro Scandinavian Unexceptionalism: Culture, Markets and the Failure of Third-Way Socialism [Il non eccezionalismo della Scandinavia: Cultura, mercato e il fallimento della terza via socialista, ndt], che offre un’ottima spiegazione del caso scandinavo. Nel seguente articolo sono riassunti i punti salienti della sua opera, per chi non avesse tempo e modo di leggerla personalmente.

La cultura – non lo Stato assistenziale – è la chiave del successo dei Paesi scandinavi

«Un economista scandinavo una volta disse a Milton Friedman (economista americano, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 1976): “In Scandinavia non abbiamo povertà”. Al che Milton Friedman rispose: “È interessante, perché in America, tra gli scandinavi, neanche noi abbiamo povertà”». [Citazione di Joel Kotin, professore dell’Università di Chapman].

Lo Stato assistenziale non è la causa del successo dei Paesi nordici. Le società scandinave avevano raggiunto una bassa disuguaglianza di reddito, bassi livelli di povertà e alti livelli di crescita economica già prima dello sviluppo dello Stato sociale.

Prima dell’implementazione delle politiche assistenziali, tra il 1870 e il 1936, il tasso di crescita della Svezia era il più alto tra le nazioni industrializzate. Tuttavia, quando lo Stato sociale è stato gradualmente adottato, tra il 1936 e il 2008, il tasso di crescita della Svezia è sceso al 13° posto.

Secondo il dottor Sanandaji, «Alti livelli di fiducia, una forte etica del lavoro, partecipazione civica, coesione sociale, responsabilità individuale e valori familiari sono caratteristiche di lunga data della società nordica che precedono lo Stato sociale. Queste istituzioni sociali più profonde spiegano perché la Svezia, la Danimarca e la Norvegia siano cresciute così rapidamente da nazioni povere a nazioni ricche, quando l’industrializzazione e l’economia di mercato sono state introdotte alla fine del XIX secolo. Hanno anche giocato un ruolo importante nella crescente prosperità della Finlandia dopo la seconda guerra mondiale». (Tutte le citazioni in questo articolo sono tratte dal libro di Sanandaji, se non diversamente specificato).

Il libro indica che la religione, il clima e la storia sembrano aver giocato un ruolo nel formare queste particolari culture. Questi Paesi hanno popolazioni omogenee con background religiosi e culturali simili. I protestanti tendono ad avere un’etica del lavoro molto forte; mentre l’ambiente naturale molto ostile rende la Scandinavia un luogo difficile dove sopravvivere a meno che un agricoltore non lavori duramente; molti agricoltori possiedono la propria terra e hanno il controllo completo sui frutti del loro lavoro, quindi è anche finanziariamente gratificante lavorare duro.

È la cultura che fa la differenza. Sono la cultura, il capitalismo di libero mercato e lo Stato di diritto che hanno reso i Paesi nordici prosperi, e hanno reso possibile l’attuazione di politiche di welfare senza gravi conseguenze negative. Si tratta della stessa cultura che ha favorito il successo dei discendenti degli immigrati scandinavi in America. La maggior parte di questi immigrati sono arrivati in America nel XIX secolo, prima dell’implementazione delle politiche assistenziali. Non erano gruppi d’élite, ma i loro discendenti hanno più successo dei loro cugini in Scandinavia, il che suggerisce che le politiche di Stato sociale abbiano frenato la crescita dell’economia scandinava.

I Paesi dell’Europa meridionale, come Italia, Francia e Grecia, hanno adottato politiche di Stato sociale simili a quelle dei Paesi nordici, ma hanno avuto risultati molto meno favorevoli. Di nuovo, questo suggerisce fortemente che la cultura è ciò che conta realmente.

Le politiche assistenziali indeboliscono la cultura e i valori nordici

«C’è voluto del tempo per costruire i livelli eccezionalmente alti di capitale sociale nelle culture nordiche. E c’è voluto tempo perché i generosi modelli assistenziali cominciassero a minare la forte etica del lavoro di questi Paesi». [Nima Sanandaji]

Le politiche contribuiscono a plasmare il carattere di una società. Mentre gli scandinavi si abituavano a tasse elevate e generosi sussidi governativi, il loro senso di responsabilità e la loro etica del lavoro si sono gradualmente deteriorati.

Quando è stato chiesto, durante un sondaggio del 1981-84, se «richiedere benefici governativi a cui non si ha diritto non è mai giustificabile», l’82% degli svedesi e l’80% dei norvegesi sono stati d’accordo. Ma in un sondaggio simile del 2005-08, solo il 56% dei norvegesi e il 61% degli svedesi sono stati d’accordo con questa affermazione.

I generosi sussidi dello Stato sociale riducono la spinta a cercare lavoro o a lavorare sodo. Inoltre indeboliscono la propensione dei genitori a insegnare ai propri figli a lavorare duramente. Sempre più persone sono diventate dipendenti dai sussidi statali. E la dipendenza verrà trasferita da una generazione all’altra. Questa crescente fetta della popolazione ha votato a sua volta per incrementare lo Stato sociale e per una maggiore presenza governativa, e quindi una tassazione più alta, il che ha spinto nel tempo i Paesi nordici verso forme più estreme di socialismo.

Gli scandinavi sono più tolleranti verso l’alta tassazione? No

«L’illusione fiscale distorce le decisioni democratiche e può risultare in una redistribuzione ‘eccessiva’». [Jean-Robert Tyran, economista svizzero, e Rupert Sausgruber, economista austriaco]

Gli scandinavi non erano pienamente consapevoli del prezzo da pagare per avere un governo più grande. I politici hanno creato una ‘illusione fiscale’ nella quale gran parte delle tasse è indiretta o nascosta, come quelle applicate prima del pagamento degli stipendi, sotto forma di tasse o contributi sociali a carico dei datori di lavoro, e quelle incorporate nei prezzi di listino dei prodotti, come l’Iva. Queste tasse alla fine si ripercuotono su tutte le persone, che però non ne sono consapevoli.

Il dottor Sanandaji ha illustrato un sondaggio condotto nel 2003: «Al pubblico svedese è stato chiesto di stimare l’ammontare totale delle tasse che pagava. Agli intervistati è stato ricordato di includere tutte le forme di tassazione diretta e indiretta. Quasi la metà degli intervistati riteneva che il totale delle tasse ammontasse a circa il 30-35% del proprio reddito. Mentre in realtà, al momento del sondaggio, la pressione fiscale complessiva su un salariato di reddito medio, comprese le imposte sui consumi, era di circa il 60%».

Secondo un database dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) e i calcoli del dottor Sanandaji, dal 1965 al 2013, gli oneri fiscali di tutte le nazioni nordiche sono aumentati significativamente, ma la maggior parte delle loro tasse visibili sono diminuite, tranne che in Danimarca.

Questo ha creato con successo l’illusione che l’espansione del governo non sarebbe costata molto. Quindi perché non eleggere politici che espandono le dimensioni del governo e aumentano lo Stato sociale?

Un esperimento socialista fallito, la Svezia

«La Svezia è il campione mondiale nella ‘crescita senza lavoro’». [Titolo di un articolo del 2006 sul quotidiano economico svedese Dagens Industri]

Dall’inizio dell’era socialdemocratica degli anni ’30, fino agli anni ’60, i Paesi nordici erano rimasti relativamente orientati al libero mercato, e avevano livelli di tassazione simili alle altre nazioni industrializzate. È stato all’inizio degli anni ’70 che sono state adottate politiche socialdemocratiche radicali, e la pressione fiscale e la spesa pubblica hanno raggiunto livelli elevati.

Dalla fine degli anni ‘60, la Svezia si è spinta maggiormente verso il socialismo rispetto alle altre nazioni scandinave. L’idea di base era di sostituire il libero mercato con un modello più vicino ad un’economia pianificata socialista: «Non solo la pressione fiscale complessiva aumentò, ma il nuovo sistema discriminò pesantemente gli individui che possedevano imprese. Con la radicalizzazione della politica, il sistema socialdemocratico iniziò a mettere in discussione il nucleo del modello di libero mercato: l’imprenditorialità».

Secondo l’economista svedese Magnus Henrekson, nel 1980, «l’aliquota fiscale marginale effettiva (imposta marginale più l’effetto dell’inflazione) che veniva applicata alle imprese svedesi oltrepassava il 100% dei loro profitti». Questo significa che un imprenditore privato perde soldi se fa profitti. Henrekson conclude quindi che le politiche fiscali erano state «sviluppate secondo la visione di un’economia di mercato senza capitalisti e imprenditori individuali».

Il risultato di questo genere di politiche è ovvio: la creazione di nuove imprese è calata significativamente dopo il 1970. Nel 2004, «38 delle 100 imprese con le più alte entrate in Svezia avevano iniziato come imprese private all’interno del Paese. Di queste imprese, solo due erano state formate dopo il 1970. Nessuna delle 100 aziende più grandi in termini di dipendenti è stata fondata in Svezia dopo il 1970. Inoltre, tra il 1950 e il 2000, anche se la popolazione svedese è cresciuta da 7 milioni a quasi 9 milioni, la creazione netta di posti di lavoro nel settore privato è stata prossima allo zero».

Per quanto riguarda i posti di lavoro nel settore pubblico, sono aumentati significativamente fino alla fine degli anni ’70. A quel punto, il settore pubblico non poteva crescere di più perché le tasse avevano già raggiunto il massimo livello possibile. «Quando lo Stato sociale non poté più crescere, la creazione complessiva di posti di lavoro si fermò, né il settore privato né quello pubblico si espansero».

All’inizio degli anni ’80, in Svezia furono introdotti i «fondi per i dipendenti». Si trattava di togliere una parte dei profitti delle aziende e trasferirli a fondi controllati dai sindacati. Lo scopo era di raggiungere il socialismo in modo moderato, trasferendo gradualmente la proprietà delle aziende private ai sindacati. «Anche se il sistema è stato abolito prima che potesse trasformare la Svezia in un’economia socialista, è riuscito ad allontanare dal Paese i fondatori di IKEA, Tetra Pak, H&M e altre aziende di grande successo».

La terribile politica dei ‘fondi per i dipendenti’ è stata finalmente abolita nel 1991, ovvero nel periodo in cui la Svezia ha affrontato la più grave crisi economica dopo la seconda guerra mondiale. Ci sono voluti quasi due decenni perché l’occupazione ritornasse ai livelli pre-1990. Per fare un paragone, ci sono voluti solo sette anni perché la Svezia si riprendesse, in termini di occupazione, dopo la Grande Depressione degli anni ’30.

Infine, la riforma dello Stato sociale

«La Svezia era il più socialista dei Paesi scandinavi qualche decennio fa. Ed è anche il Paese che da allora ha riformato di più». [Nima Sanandaji, ricercatore svedese]

A partire dagli anni ’90, quasi tutte le nazioni nordiche hanno capito che la riforma dello Stato sociale era inevitabile, tranne la Norvegia. Questo perché nel 1969 uno dei più grandi giacimenti di petrolio offshore del mondo è stato rinvenuto nelle acque norvegesi. La ricchezza derivante dall’estrazione del petrolio rende possibile sostenere i suoi generosi programmi di welfare. Dato che Svezia e Norvegia sono abbastanza comparabili sotto molti aspetti, tranne che per la riforma dello Stato sociale, si tratta di un grande esperimento per osservare l’impatto delle riforme.

Le riforme attuate in Svezia includono la riduzione dei sussidi sociali, l’abbassamento delle tasse, la liberalizzazione del mercato del lavoro e l’implementazione di meccanismi di controllo su chi riceve sussidi di malattia e invalidità. Dopo la riforma, dal 2006 al 2012, la popolazione sostenuta da sussidi pubblici è diminuita dal 20% al 14% in Svezia. Mentre la popolazione che riceve sussidi pubblici in Norvegia è diminuita di meno dell’1% nello stesso periodo di tempo.

I giovani norvegesi sono poco incentivati a lavorare sodo. Per questo i datori di lavoro si rivolgono sovente alla manodopera straniera, compresa quella svedese. Tra il 1990 e il 2010 il numero di giovani svedesi impiegati in Norvegia è aumentato di oltre 20 volte, a causa dei più alti salari in Norvegia, dovuti in parte alla ricchezza del petrolio. Durante un sondaggio con i datori di lavoro norvegesi, tre su quattro hanno risposto che i giovani svedesi lavorano con più impegno rispetto a quelli norvegesi.

In seguito alla riforma, durante la crisi finanziaria globale del 2008 e 2009, la Svezia ha mostrato una performance economica impressionante. Le riforme hanno portato a una maggiore libertà economica, a incentivi più forti per il lavoro e a una minore dipendenza dal welfare governativo.

Anche Danimarca e Finlandia hanno riformato i loro sistemi di welfare. In realtà, recentemente anche la Norvegia ha attuato alcune riforme del mercato. Ed è probabile che ne arrivino altre.

Un avvertimento per gli americani

Le nazioni nordiche stanno tornando alle loro radici del libero mercato. Hanno imparato diverse lezioni dalle esperienze di assistenzialismo o persino di tentato socialismo, e alla fine sono tornati indietro da un vicolo cieco. Gli americani non dovrebbero cadere nella propaganda di sinistra e andare verso un futuro che è destinato al fallimento.

 

L’autore dell’articolo, Jean Chen, è originario della Cina e scrive sotto uno pseudonimo per proteggere la sua famiglia in Cina.

Le opinioni espresse in questo articolo rappresentano il punto di vista dell’autore e non riflettono necessariamente quello di Epoch Times.

Articolo in inglese: Opinion: A Mom’s Research (Part 1): Nordic Countries Are Not Socialist Paradises

 
 
 

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