Il regime cinese si scontra sempre con l’India quando incontra delle sfide

Dopo 58 anni di pace lungo il confine, a maggio è scoppiato un conflitto militare tra Cina e India. Se si guarda alla Storia, non è una sorpresa: il regime crea un conflitto con i Paesi vicini ogni volta che le sue relazioni estere sono tese e le sue politiche economiche e sociali interne non stanno funzionando.

In passato, la Cina ha preso di mira l’India sotto la guida di Mao Zedong, in base alla teoria che «più errori si commettono, e più si deve sembrare calmi». La tattica di «spostare il fronte di battaglia per trovare una via d’uscita» è stata quindi applicata anche oggi. Tuttavia, è probabile che il Partito Comunista Cinese (Pcc) anche oggi non otterrà nulla, proprio com’è successo durante la guerra sino-indiana del 1962.

L’ascesa al potere, due dilemmi

I recenti scontri al confine che hanno causato vittime da entrambe le parti, sembrano essere la naturale continuazione della lunga disputa sui confini tra i due Paesi. Tuttavia, il confine tra Cina e India è rimasto conteso per quasi cento anni. In un periodo così lungo, le due parti hanno avuto però solo due conflitti, uno nel 1962 e uno adesso: la pace è stata mantenuta per quasi 60 anni. Perché il conflitto è inevitabile ora? Forse la risposta è che era solo una questione di tempo.

Entrambi gli scontri si sono verificati quando il Pcc ha incontrato dilemmi senza precedenti, sia a livello nazionale sia internazionale. Tali dilemmi sono in realtà i prodotti inevitabili del desiderio del Pcc di diventare una potenza in ascesa.

Il Grande Balzo in avanti, noto anche come il secondo Piano quinquennale, una campagna economica e sociale iniziata nel 1958, è totalmente crollato nel 1962. Questa campagna era stata condotta dall’allora leader del Partito, Mao Zedong, che mirava a superare in prodezza la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Ma nel 2020, il Pcc ha lanciato ancora una volta delle strategie volte a superare gli Stati Uniti. Tuttavia, il regime è caduto di nuovo una volta in una trappola derivata dalla sua stessa politica fallimentare.

La caratteristica comune di queste due campagne è quella di realizzare le ambizioni del regime in ambito internazionale. Per raggiungere i suoi obiettivi, il Pcc adotta una politica senza scrupoli che danneggia l’economia sia a livello nazionale che internazionale. Quando con il Grande Balzo in avanti il Pcc ha cercato di accelerare la produzione agricola formando delle comuni, per la fame sono morte decine di milioni di agricoltori. A livello internazionale, Mao ha lanciato la crisi dello Stretto di Taiwan del 1958, quando il Pcc e Taiwan si sono impegnati in un breve conflitto armato, dopo che il Dragone si era impadronito di diverse isole dello Stretto di Taiwan. Il Pcc chiese persino all’Unione Sovietica di partecipare, in caso di guerra nucleare con gli Stati Uniti. Quest’atto sfacciato portò alla fine della luna di miele dell’Unione Sovietica con il Pcc e alla fine dell’assistenza tecnica alla Cina comunista. Le relazioni sino-sovietiche e sino-americane si sono deteriorate nello stesso tempo.

L’attuale dilemma economico in Cina risale all’epoca di Hu Jintao e Wen Jiabao (ex leader e premier cinese dal 2002 al 2012) quando la bolla immobiliare ha iniziato a condurre l’economia cinese in un vicolo cieco. Da allora, il declino economico è diventato una nuova norma. La strategia del «rialzo» è iniziata con il furto di tecnologia su larga scala, insieme a un surplus commerciale a lungo termine con gli Stati Uniti, e alla violazione del diritto marittimo internazionale con la costruzione di isole artificiali, con persino un nuovo deterrente nucleare marittimo nel Mar Cinese Meridionale. E di fronte alle varie minacce del Pcc, l’amministrazione Trump ha adottato contromisure che hanno accelerato il declino dell’economia cinese. La nuova pandemia di coronavirus ha poi ulteriormente deteriorato le relazioni tra Cina e Stati Uniti.

La strategia di Mao Zedong

In un Paese democratico, i cittadini possono far sì che il governo si assuma le proprie responsabilità se si verificano  problemi. Tuttavia, non è così in una dittatura comunista, dove il governo non si scusa mai. Piuttosto, il regime trova vari modi per distogliere l’attenzione. Il nazionalismo, a questo proposito, è sempre stato utile: un conflitto internazionale mostra la forza di un esercito, il che assicura la leadership del Partito e previene ogni potenziale minaccia interna.

La strategia di Mao chiamata «più errori si commettono, più si deve sembrare calmi» significa che il Pcc non ammetterà mai la sua colpa. Il cosiddetto «spostare il fronte di battaglia per trovare una via d’uscita» significa creare nuovi conflitti negli affari interni e nelle relazioni estere. I Paesi vicini sono spesso il capro espiatorio: il conflitto con l’India è un grande problema che può incitare al nazionalismo e permettere al Pcc di flettere i muscoli. E la questione dei confini tra Cina e India può essere facilmente manipolata per incitare al conflitto.

Naturalmente, il Pcc si pone anche dei limiti: non può rimanere isolato dalla comunità internazionale. Pertanto, il conflitto è limitato ai soli confini e non si spingerà fino all’invasione territoriale, perché lo scopo è solo quello di distogliere l’attenzione dalle pressioni interne.

Il confine sino-indiano non è stato ispezionato da nessuna delle parti per molto tempo. I confini nazionali non sono distinti dai confini geografici naturali dei fiumi o delle valli, e le linee tratteggiate sulla mappa non sono precise. Le coordinate di latitudine e longitudine non possono essere implementate sul terreno, per non parlare della costruzione di punti di riferimento. Pertanto, la situazione attuale dei confini è che entrambi i lati hanno la propria linea di controllo (Lac), e tra le Lac c’è una zona cuscinetto che nessuno dei due lati occupa. Quando una parte intraprende alcune azioni nella zona cuscinetto, come ad esempio l’installazione di fortificazioni o bunker, causerà attriti. In questo momento, se una delle due parti vorrà prendere il controllo, il conflitto esploderà immediatamente. Questo valeva sia per la guerra sino-indiana del 1962, che per l’attuale conflitto.

Entrambi i conflitti sino-indiani seguono lo stesso schema: Pechino manipola lo status quo della disputa sui confini, irrisolta, per istigare l’attrito; poi invia truppe, progetta piani di conflitto e ordina attacchi a sorpresa; poi minimizza la situazione, riporta il confine al suo stato originale o si ritira in modo appropriato, e ristabilisce la pace. In ogni conflitto, il Pcc prende l’iniziativa, si prepara e attacca all’improvviso.

Può essere quindi utile passare in rassegna le caratteristiche di questi due conflitti.

Il conflitto sino-indiano del 1962

Nell’inverno del 1962 scoppiava la guerra sino-indiana lanciata dal Pcc. Il 20 ottobre di quell’anno, l’esercito comunista lanciava un’offensiva nella parte orientale del confine sino-indiano, sconfiggendo l’esercito indiano. Il 16 novembre l’esercito comunista eseguiva un attacco a lungo raggio sulla sezione orientale e occidentale della linea di confine, e le truppe cinesi avanzavano sopra le forze indiane. Le truppe comuniste ottennero una vittoria completa, ma il regime subì una grande sconfitta diplomatica.

Tra i Paesi occidentali, comunisti e in via di sviluppo, 50 di loro sostenevano l’India, come l’Egitto, l’Iraq, Ceylon (l’attuale Sri Lanka), il Nepal, la Mongolia, l’Afghanistan, la Cambogia; solo il Vietnam, la Corea del Nord e il Pakistan hanno mostrato il loro sostegno al regime. La cosa più importante è che gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano sostenuto con forza l’India, fornendole molta assistenza militare, compresi i grandi trasportatori militari, i jet da combattimento e gli elicotteri. L’esercito indiano ha quindi aumentato le sue capacità di combattimento. Di conseguenza, Mao ha ordinato all’intera linea di truppe di ritirarsi, rinunciando alla sua area controllata.

Il 21 novembre 1962 Pechino ha improvvisamente indetto un cessate il fuoco unilaterale e ha ordinato alle sue truppe di ritirarsi dalle precedenti posizioni a circa 12 miglia dietro il Lac. Con questa sconvolgente mossa, ha ingannato molte persone in patria e all’estero.

Per esempio, un giornalista britannico che si occupava della guerra di confine Cina-India del 1962, Neville Maxwell, scrisse che il regime aveva lanciato un contrattacco sul confine sino-indiano, dopo che l’India aveva aumentato le provocazioni militari nella regione, tentando di conquistare il territorio con la forza.

Anche lo scrittore dell’esercito cinese Jin Hui, nel suo libro The Charm of Tibet’s Medog [Il fascino del Medog del Tibet, ndt], pubblicato nel 1995, ha rievocato la guerra, esprimendo il suo disappunto per il fatto che la Cina non abbia potuto beneficiare della vittoria del 1962.

Il conflitto sino-indiano del 2020

Poiché la storia è sempre stata uno specchio della realtà, quest’anno il conflitto è scoppiato presso l’area nella parte occidentale del confine sino-indiano, vicino al Nepal. Questa è una zona deserta, in alta quota, molto fredda. Il clima è rigido, il terreno è scosceso e il trasporto è scomodo. Entrambe le parti non hanno residenti né risorse per cui competere. In passato, per segnare le loro rispettive posizioni di confine, gli agenti delle pattuglie spesso srotolavano degli striscioni faccia a faccia nella zona cuscinetto, e poi se ne andavano a piedi. Negli ultimi anni, l’India ha registrato centinaia d’incidenti ogni volta che la Cina ha attraversato la Lac. La Cina ha persino attraversato la Lac indiana, ha allestito accampamenti e poi si è schierata per diverse settimane; tuttavia, non ci sono stati morti, scontri o ostilità.

Poi, le pattuglie indiane, dopo aver trovato alcuni bunker costruiti dall’esercito cinese nella zona cuscinetto, hanno cercato di distruggerli, e sono stati attaccati dalle pattuglie cinesi. Poiché la Cina e l’India hanno un accordo di disarmo – in altre parole, le due parti non usano armi, per evitare conflitti militari – lo scontro tra i due eserciti è diventato una lotta a mano libera.

Secondo i media indiani, negli scontri tra le due parti alla fine di maggio, l’esercito del Pcc ha ferito 72 truppe indiane e catturato cinque persone.

Una scaramuccia dove hanno perso la vita almeno 20 indiani, è scoppiata di nuovo la sera del 15 giugno nella valle di Galwan, in Ladakh, e si è protratta per diverse ore. Entrambe le parti hanno usato pietre e mazze, e i cinesi anche bastoni con chiodi.

Con la parte cinese che ha usato armi fredde per attaccare, il conflitto sino-indiano di quest’anno può essere visto come un attacco preventivo e improvviso del Pcc. Nessun soldato può iniziare un attacco su larga scala da solo senza ricevere ordini; si può dire che dietro l’attacco improvviso dell’esercito cinese c’è la decisione provocatoria del Pcc. Se il regime vuole creare attrito, ai soldati viene ordinato di agire. Attualmente, entrambe le parti hanno temporaneamente lasciato la scena del conflitto, ma ognuna di esse ha mobilitato un gran numero di truppe e di equipaggiamenti pesanti in prima linea. Resta da vedere come la situazione si evolverà in futuro.

Da quando è iniziato lo stallo, i media ufficiali del Pcc hanno dichiarato che dopo il conflitto del 1962 è stato istituito un efficace meccanismo di comunicazione bilaterale, e che entrambe le parti lavoreranno per «risolvere le divergenze».

Il Pcc vincerà ancora?

Oltre alle ragioni per cui il Pcc ha provocato l’India, c’è anche una causa diretta del conflitto. Il Pcc si è sentito costretto per via della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, e il rifiuto dell’India di cooperare con i tentativi del Pcc di alleviare la pressione economica degli Stati Uniti. Per più di un anno, l’India si è rifiutata di partecipare all’accordo globale e progressivo per la partnership trans-pacifica (Cptpp), diretto dal Giappone, e non ha aderito alla «Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep)». Il rifiuto dell’India di sottomettersi ai desideri del Pcc avrebbe potuto portare a questo conflitto di confine.

Rispetto alla guerra sino-indiana del 1962, questo conflitto è molto più piccolo, per dimensioni e gravità, e le due parti non hanno utilizzato armi automatiche. Tuttavia, il suo significato internazionale è simile a quello del 1962. Il Pcc ha anche dovuto affrontare l’isolamento diplomatico in questo conflitto. Sembra che nessun Paese abbia espresso pubblicamente il proprio sostegno al Pcc in questo incidente.

Tuttavia, la situazione internazionale oggi è molto diversa da quella del 1962. Innanzitutto, le Nazioni Unite (Onu) sono state gradualmente dominate dai Paesi in via di sviluppo anti-occidentali. L’Onu è diventata non solo il burattino del Pcc, ma anche un avversario degli Stati Uniti, pertanto, non può più presiedere la giustizia internazionale, e naturalmente non è più un arbitro effettivo di questo conflitto sino-indiano. In secondo luogo, l’adesione del Pcc all’economia globalizzata, ha attirato molti Paesi per gli interessi economici. Pertanto, il Pcc non teme l’imposizione di sanzioni internazionali per questo conflitto su piccola scala.

Lo status internazionale e la forza economica dell’India sono aumentati nei decenni successivi al 1962. Oggi, con la sua stessa forza, l’India è in grado di combattere il Pcc sul fronte economico e politico senza l’assistenza internazionale. Secondo un’analisi dell’emittente Deutsche Welle, dopo il conflitto di confine, l’India cambierà rapidamente la sua politica estera ed economica per contrastare la Cina. I metodi principali sono i seguenti:

1) Rifiutare la tecnologia 5G di Huawei.

2) Boicottare i prodotti cinesi. Il segretario della Confederazione di tutti i commercianti indiani (Cait), Ashwani Mahajan, ha reso noto che 70 milioni di imprenditori indiani hanno deciso di intensificare una campagna nazionale per boicottare i prodotti cinesi.

3) Continuare a fare pressione sulla Cina per indagare sulla fonte della pandemia Covid-19 (‘Virus del Pcc‘).

4) Formare alleati contro la Cina. Il South China Morning Post ha accennato al fatto che Nuova Delhi potrebbe ora prendere in considerazione l’aggiustamento delle relazioni geopolitiche. Il recente conflitto con la Cina potrebbe spingere l’India ad accettare le pressioni degli Stati Uniti e a partecipare ulteriormente alla strategia indopacifica guidata dagli Stati Uniti per frenare l’espansione della Cina e le attività militari nel Mar Cinese Meridionale.

5) Estendere la partecipazione alle organizzazioni internazionali e partecipare attivamente alla comunità accademica e al settore privato.

6) Aumentare il potere militare.

Il Pcc non ha ottenuto nulla dalla guerra sino-indiana del 1962, ed è probabile che la cosa si ripeta in questo nuovo conflitto.

 

Il dottor Cheng Xiaonong è uno studioso di politica ed conomia cinese e vive nel New Jersey. Si è laureato alla Renmin University, dove ha conseguito un master in economia, e alla Princeton University, dove ha conseguito il dottorato in sociologia. In Cina, Cheng è stato ricercatore politico e assistente dell’ex leader del Partito Zhao Ziyang, quando Zhao era premier. Cheng è stato uno studioso in visita all’Università di Gottingen e Princeton, ed è stato capo redattore della rivista Modern China Studies. I suoi commenti e rubriche appaiono regolarmente sui media cinesi d’oltreoceano.

 

Le opinioni espresse in quest’articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Articolo in inglese: The Chinese Regime Always Picks a Fight With India Whenever It Encounters Challenges

 
 
 

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