Il vero motivo per cui la Cina si è ritirata dai negoziati con gli Usa

Dopo che il presidente americano Donald Trump ha rincarato i dazi su 200 miliardi di dollari di merci cinesi dal 10 al 25 percento, ha anche consigliato a Pechino di non intraprendere rappresaglie.

In un tweet pubblicato il 13 maggio Trump ha infatti scritto: «Non rimarrà nessuno in Cina con cui fare affari. Molto male per la Cina, molto bene per gli Usa! Ma la Cina si è approfittata degli Stati Uniti per cosi tanti anni, che ora sono molto avanti (i nostri presidenti non hanno fatto il proprio lavoro)… Perciò la Cina non dovrebbe intraprendere rappresaglie, o le cose si metteranno ancora peggio».

In un altro tweet pubblicato lo stesso giorno, il presidente americano ha affermato esplicitamente che la Cina si è ritirata da un ottimo accordo: «Dico apertamente al presidente Xi e a tutti i miei molti amici in Cina che la Cina subirà conseguenze molto pesanti qualora non venisse raggiunto un accordo, poiché le aziende saranno costrette ad abbandonare la Cina in favore di altri Paesi. Sarà troppo costoso acquistare dalla Cina… Avevate un ottimo accordo, quasi completato, e vi siete tirati indietro!».

Tuttavia, quasi contemporaneamente il regime cinese ha annunciato le sue misure di rappresaglia: dal primo giugno la Cina aumenterà i dazi su 60 miliardi di dollari di merci statunitensi, che passeranno dal 10 al 25 percento.
E considerando le attuali tensioni commerciali è molto improbabile che venga raggiunto in tempi brevi un accordo che soddisfi entrambe le parti.

Alcuni potrebbero chiedersi: considerando che il modus operandi tipico di Pechino nei negoziati è quello di firmare gli accordi per poi rifiutarsi di metterli in pratica (come nel caso del trattato commerciale firmato dalla Cina per entrare nel Wto) perché questa volta, difronte a un «ottimo accordo» Pechino ha deciso di tirarsi indietro?

Una delle principali ragioni è che il governo Trump ha incluso delle misure per la supervisione e delle penali all’interno degli accordi, in netto contrasto con le trattative condotte dai precedenti presidenti statunitensi e il Partito Comunista Cinese (Pcc). Se questo accordo venisse firmato, per il Pcc diventerebbe molto difficile comportarsi da canaglia come in passato, e di conseguenza perderebbe il controllo della crescita economica della Cina.

Dando uno sguardo alle condizioni che hanno portato il Pcc a fare marcia indietro, si capisce facilmente perché il Partito non abbia osato firmare l’accordo. La Cina dovrebbe infatti:

1. Varare una riforma fiscale che garantisca un’equa competizione tra la aziende cinesi e quelle straniere;
2. Rompere il monopolio statale sulla corrente elettrica, la rete telefonica e l’industria petrolifera, permettendo cosi un’equa concorrenza.
3. Ridurre gli interventi del governo sui mercati, abolire varie forme di controllo, supervisione e tasse.
4. Garantire la libertà di stampa e di internet;
5. Rafforzare la tutela della proprietà intellettuale: porre fine al trasferimento forzoso di tecnologia e ai furti di tecnologia all’estero;
6. Rispettare i diritti umani;
7. Tutelare i beni, la libertà e l’incolumità personale degli imprenditori stranieri;
8. Interrompere tutti i sussidi alle aziende statali e alle aziende orientate all’esportazione.

Se il regime cinese varasse effettivamente riforme strutturali in accordo con i requisiti posti dagli Stati Uniti, sarebbe come rinunciare al controllo dell’economia cinese; in altre parole, porre questi requisiti equivale proprio a chiedere al Pcc di rinunciare a una parte del potere politico e del suo controllo sulla Cina.

Negli ultimi anni, tutte le decisioni del Pcc in ambito politico, economico, militare e diplomatico hanno avuto come obiettivo ultimo il mantenimento del potere politico e della stabilità politica. Qualsiasi cosa possa mettere a repentaglio il ruolo e il controllo del Pcc, anche se portasse grandi benefici alla Cina e al popolo cinese, verrà fortemente osteggiata dal Partito Comunista Cinese.

Se la guerra commerciale tra Usa e Cina, o un eventuale accordo, potrà alla fine condurre alla riforma strutturale dell’economia cinese e alla disintegrazione del regime comunista cinese, da una prospettiva più ampia questo equivarrebbe proprio a eliminare il Pcc, che sull’economia cinese agisce come un vampiro o un parassita.

Senza il Pcc, l’economia cinese godrebbe di una crescita sostenibile e salutare, il che porterebbe naturalmente benefici alla Cina e al popolo cinese.

Tuttavia, con l’incalzare delle tensioni commerciali tra Usa e Cina, il Pcc continua ad essere interessato unicamente a preservare la propria presa sul potere politico. Per questo ‘mantenere la stabilità’ è diventata la sua priorità assoluta.

Attualmente il Partito sta mobilitando l’intero apparato statale e utilizzando tutte le risorse per stabilizzare il potere politico, ad ogni costo. Tra le altre manovre, sta manipolando la svalutazione dello yuan cinese per contrastare le perdite causate dal rincaro dei dazi,  sta intensificando i saccheggi nei confronti della popolazione cinese e delle aziende private, e scaricando le perdite derivanti dalla guerra commerciale sul popolo cinese.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Articolo in inglese: Chinese Regime Only Cares About Preserving Its Grip on Power in US-China Trade Talks

 
 
 

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