Iran, proteste senza precedenti dopo l’abbattimento dell’aereo ucraino

Di Venus Upadhayaya

Un’ondata di proteste senza precedenti ha attraversato l’Iran a seguito dell’abbattimento dell’aereo di linea ucraino. E per la prima volta i manifestanti si oppongono alle principali istituzioni, come il leader supremo e l’esercito, che costituiscono il fondamento stesso del regime.

Secondo l’esperto di Iran Pierre Pahlavi, le proteste iniziate l’11 gennaio, per lo più nei campus universitari di tutto il Paese, sono diverse da tutte le proteste affrontate negli ultimi 40 anni: «A differenza delle manifestazioni di novembre, motivate dal rincaro del costo della vita, queste manifestazioni si oppongono alle principali istituzioni del regime islamico: allo stesso leader supremo [l’Ayatollah Ali Khamenei, ndr] e al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, che la strada [i manifestanti, ndr] incolpa per il loro dilettantismo e per la loro incompetenza».

Per Pahlavi, membro dell’ex famiglia reale dei Pahlavi – che ha governato in Iran fino alla rivoluzione islamica del 1979 – le proteste iniziate l’11 gennaio denotano un ribaltamento nell’opinione pubblica, che era stata grandiosamente descritta come favorevole al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dopo l’assassinio del generale Soleimani, ma che invece si è ribellata contro il regime dopo la sua confessione di aver abbattuto l’aereo ucraino, uccidendo i 176 civili a bordo.

Anche dopo aver assicurato all’opinione pubblica che sarà condotta un’indagine approfondita sull’«imperdonabile errore» dell’esercito – che ha erroneamente abbattuto il volo di linea PS752 della Ukraine International Airlines – il presidente iraniano Hassan Rouhani non è riuscito ad arginare il sentimento di sfiducia diffusosi tra la popolazione, almeno secondo uno studio del Consiglio Atlantico.

Studenti iraniani cantano slogan durante una manifestazione in onore delle vittime dell’Ukraine International Airlines Boeing 737 davanti all’Università Amirkabir nella capitale Teheran, l’11 gennaio 2020. (Atta Kenare/AFP tramite Getty Images)

«Tante vite sono andate perdute in modo tragico, ma non credo che nessuno ai piani alti pagherà per questo», ha dichiarato Maryam, un’insegnante di 29 anni che si è unita ai manifestanti nella piazza Azadi di Teheran il 12 e 13 gennaio.

Le proteste in piazza Azadi sono state in effetti il simbolo del «ribaltamento» di cui parlava Pahlavi. In passato, la piazza è stata il centro delle proteste rivoluzionarie; è costruita intorno a una torre che fu commissionata dall’ultimo monarca dell’Iran per celebrare i 2 mila e 5 cento anni dalla fondazione dell’impero iraniano, e prima della rivoluzione islamica si chiamava piazza Shahyad, ovvero la piazza costruita in memoria dello scià.

Negli anni ‘70 la piazza è diventata il fulcro di molte grandi proteste che portarono alla rivoluzione ed è stata perciò ribattezzata come Azadi, che in persiano significa libertà. E la Repubblica islamica dell’Iran tiene proprio in questa piazza le commemorazioni annuali della sua fondazione.

L’anno scorso, come sempre, moltitudini di persone si sono radunate nella piazza della capitale sventolando bandiere iraniane e cantando «Morte all’America», una consuetudine nelle manifestazioni iraniane, che secondo i critici del regime sono più che altro eventi di propaganda di massa.

Questo ultimo «ribaltamento», sebbene ancora marginale in termini numerici, sembra mostrare un marcato cambiamento dell’opinione pubblica verso il regime e le sue istituzioni.
La giovane Maryam ha dichiarato: «Hanno dimostrato più volte che si aggrappano al potere e alle loro cariche a qualsiasi costo, nonostante la morte di tante persone; credo sia questo ad aver fatto percepire a molti, come me, che la loro vita non vale molto agli occhi di chi è al potere».

Pahlavi ha dichiarato che sebbene ci siano stati movimenti di protesta simili, ci sono stati divari decennali tra loro (1999, 2009-2011). «Il fatto che le recenti manifestazioni si svolgano a distanza sempre più ravvicinata è di per sé un fattore significativo».

Muhammad Sahimi, un esperto di politica iraniana, ha dichiarato a Epoch Times che le proteste rivelano il profondo malcontento diffuso tra la popolazione iraniana.
Sahimi ha attribuito le attuali proteste al «terribile stato dell’economia» che, secondo lui, «soffre a causa delle sanzioni statunitensi, della mala gestione e della profonda corruzione». «Allo stesso tempo, sono proteste contro la natura repressiva della Repubblica islamica, la censura della stampa e quantomeno alcuni aspetti della politica estera del governo».

La repressione delle proteste

Recentemente, sui social media sono circolati dei filmati che mostrano le violenze presumibilmente perpetrate dal regime iraniano contro i manifestanti. Amnesty International ha accertato diversi casi di «forze dell’ordine che hanno sparato pallottole con fucili ad aria compressa – di solito usati per la caccia – contro pacifici manifestanti, causando loro emorragie e ferite».

«Le forze di sicurezza hanno anche usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e spray al peperoncino per disperdere i manifestanti, oltre a prenderli a calci e a pugni, picchiarli con manganelli ed eseguire arresti arbitrari», ha scritto l’organizzazione per i diritti umani.

Durante le proteste dello scorso novembre in Iran, Reuters ha riferito che le autorità avrebbero ucciso mille e 5 cento manifestanti, citando fonti anonime interne al regime, il che la renderebbe la più sanguinosa repressione dai tempi della rivoluzione islamica del 1979.

Philip Luther, direttore della ricerca e dell’advocacy per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International, ha dichiarato: «È spaventoso che le forze di sicurezza iraniane abbiano violentemente schiacciato raduni pacifici e manifestazioni di persone che chiedevano giustizia per i 176 civili uccisi sull’aereo ucraino, oltre ad aver espresso la propria rabbia per il depistaggio iniziale delle autorità iraniane».

Amnesty ha affermato di avere prove sotto forma di foto e testimonianze di manifestanti feriti, e di aver ricevuto una «scioccante accusa» di violenza sessuale commessa contro una donna che è stata arbitrariamente arrestata durante la manifestazione dalle forze di sicurezza in borghese.

Sono emersi altri video che evidenzierebbero come le famiglie delle vittime dell’incidente aereo siano state molestate dalle autorità e non abbiano ancora ricevuto un risarcimento.

«Per ovvie ragioni, le famiglie delle vittime sono molto turbate», ha dichiarato a Epoch Times Elizabeth Shakman Hurd, titolare della cattedra di Studi sul Medio Oriente alla Northwestern University. «Il fatto che il governo abbia inizialmente cercato di coprire il suo ruolo nell’incidente ha portato a galla le frustrazioni e la paura di molti iraniani che ritengono che il governo non stia lavorando nell’interesse del popolo».

Masih Alinejad, un giornalista e attivista iraniano che ha costantemente documentato su Twitter i risvolti dell’incidente aereo e delle proteste, ha scritto il 16 gennaio che secondo alcune fonti le autorità iraniane avrebbero «estorto con la forza dichiarazioni» dalle famiglie delle vittime da poter utilizzare nella propaganda televisiva di Stato.

«L’Iran ha estorto con la forza le dichiarazioni pronunciate dai genitori di Amir-Hossein Saeed-Nia andate in onda sulla Tv di Stato», ha scritto Alinejad in un tweet indirizzato al primo ministro canadese Justin Trudeau. «Prima di essere costretta a comparire in Tv, la madre di Amir Hossein aveva dichiarato che suo figlio era canadese e che solo il Canada poteva aiutarli». Mentre nella dichiarazione, il padre di Saeed-Nia è stato costretto a lodare la Guida Suprema dell’Iran.

Alinejad ha poi condiviso un video in cui, dopo che i genitori sono stati costretti a rilasciare dichiarazioni, la nonna di Saeedi-Nia ha denunciato la responsabilità delle autorità.

«Hanno ucciso il mio piccolo», ha detto la nonna nel video condiviso da Alinejad. «Non l’ha ucciso Dio, l’hanno ucciso loro. L’hanno ucciso loro. Quando Dio uccide, diranno che è stato un incidente. L’aereo è esploso in aria. Ma hanno ucciso mio figlio. Musulmani, ascoltatici. Hanno ucciso il nostro Amir-Hossein. Chiunque sia stato, spero che soffra la fine peggiore».

In reazione al video, Hurd ha dichiarato: «È importante ascoltare donne come questa nonna e capire che ci sono molti iraniani che sono critici nei confronti del regime e anche ferocemente contrari all’interferenza degli Stati Uniti negli affari dell’Iran e nella regione più in generale».

Hurd ritiene che le proteste rappresentino il desiderio della gente di una «terza via democratica» e che gli Stati Uniti «devono capirlo meglio, e agire di conseguenza con più rispetto».

Alinejad ha anche condiviso un video di una madre in lutto il cui figlio è morto nell’incidente e che non ha potuto piangerlo perché le autorità hanno costruito una recinzione attorno alla sua tomba. Nel video si può sentire la donna che urla disperata: «Lasciateci in pace! Lasciateci in pace!».

«Mio fratello è morto per questo Paese 30 anni fa. Sono stata orgogliosa che sia morto per il suo Paese, ma i nostri governanti sono dei succhia sangue», afferma la donna nel video.

Per sottolineare il tipo di rabbia che gli iraniani provano nei confronti del regime, Hurd ha citato il caso di Kimia Alizadeh, l’atleta olimpica iraniana che recentemente ha disertato quando ha avuto la possibilità: «Da dove posso cominciare? Con un saluto, un addio o porgendo le mie condoglianze? Un saluto al popolo oppresso dell’Iran, addio al nobile popolo iraniano, e le mie condoglianze al popolo iraniano in perenne lutto», ha scritto Alizadeh su Instagram.

In che direzione sta andando l’Iran?

Hurd ritiene che le proteste rappresentino una nuova fase nella storia del dissenso interno all’Iran. «Il governo iraniano si sta innervosendo e purtroppo la repressione di queste proteste potrebbe diventare ancora più violenta», ha dichiarato.

Amir Taheri, ex capo redattore di Kayhan, il principale giornale iraniano, ha affermato di aver ricevuto segnalazioni di proteste da quattro città iraniane e che questa è la prima volta che i giovani iraniani chiedono un cambio di regime.

Ho ricevuto segnalazioni da Ahvaz, Tabriz, Mash’had e Kashan di proteste contro la ‘Guida Suprema’ Ali Khamenei con richieste sempre più chiare per un cambio di regime: «Questa è la prima volta che un cambiamento di regime viene richiesto dalla base, specialmente dai giovani iraniani. Nessuna riforma superficiale basterà», ha dichiarato Taheri, autore di 13 libri, in un messaggio su Twitter.

Sahimi ha dichiarato che se il regime iraniano trascura le richieste dei manifestanti «allora, ovviamente, le proteste si intensificheranno e spingeranno verso la sostituzione del sistema politico con un governo migliore e più rappresentativo».

Sam Bazzi, un esperto libanese del Medio Oriente, ha dichiarato a Epoch Times che le proteste, sebbene siano numericamente limitate rispetto ai raduni che il regime iraniano ha organizzato per i funerali di Soleimani, sono una fonte di imbarazzo per il regime sulla scena internazionale: «Ci sono milioni di silenziosi oppositori del regime che sono stati intimiditi dalla brutalità dell’Irgc e della milizia di mobilitazione Basij», ha dichiarato Bazzi. «Il regime monitora gli attivisti dell’opposizione e, sin dalla Rivoluzione verde del 2009, l’Irgc dispiega cecchini per eliminare gli organizzatori delle proteste e gli attivisti più zelanti. Pertanto, la maggior parte degli iraniani preferisce tenersi alla larga dalla furia e dalla macchina di morte del regime».

Pahlavi afferma che l’influenza politica dell’Irgc, l’istituzione più potente del regime, è aumentata costantemente nel Paese e che «una parte significativa della leadership iraniana è ora detenuta, direttamente o indirettamente, dai suoi membri». Di conseguenza, è possibile che l’Irgc sia divenuto ancora più radicato nella società iraniana, mentre il regime sta diventando sempre più una dittatura militare con una «facciata teocratica».

L’analista ha dichiarato infine che sebbene l’ultima ondata di proteste rappresenti una «nuova prova per la solidità del regime islamico», le voci circa il collasso irreversibile del regime «potrebbero essere ancora molto esagerate».

 

Articolo in inglese: Unprecedented Iran Protests Target Islamic Regime, Say Experts

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