La Peste, lezioni dal Medioevo

La Peste Nera (1347-51) devastò la società europea. Ricordandola quarant’anni dopo, il monaco e cronista inglese Thomas Walsingham scrisse: «Così tanta miseria seguì quei mali, che in seguito il mondo non poté più tornare al suo stato precedente».

Questo commento medievale riflette una realtà vissuta: un mondo rivoltato dalla paura di massa, dai contagi e dalla morte.

Eppure, la società si riprese. La vita continuò nonostante l’incertezza. Ma non fu tutto come prima, in quanto la minaccia della peste permase.

Una ripresa lenta e dolorosa

Il mondo del dopo-peste «non era stato migliorato affatto dal suo rinnovamento»: secondo il monaco francese Guillaume de Nagis, gli uomini erano diventati più «avari e avidi», «ingordi e litigiosi» e coinvolti in sempre più «risse, dispute e cause legali».

La penuria di lavoratori dopo la peste fu acuta. La Historia Roffensis, di quegli anni, afferma che grandi quantità di terre in Inghilterra «rimasero incolte», in un mondo che dipendeva dalla produzione agricola.

Presto seguì la scarsità di beni, che costrinse alcuni proprietari di abitazioni ad abbassare il prezzo degli affitti o a non riscuotere il pagamento, pur di non perdere gli inquilini. «Se i lavoratori non lavorano», disse il predicatore inglese Thomas Wimbledon, «preti e cavalieri devono diventare agricoltori e allevatori, o morire di inedia».

A volte, gli stimoli economici vennero con la forza. Nel 1349, per esempio, il governo inglese emanò l’Ordinance of Laborers, che ordinava che agli uomini e alle donne in forze venissero pagati salari e stipendi ai livelli precedenti alla peste.

Altre volte, la ripresa fu più naturale: secondo il frate carmelitano francese Jean de Venette, «ovunque, le donne concepivano più facilmente del solito». Nessuno era sterile e le donne incinte abbondavano. In molte diedero vita a gemelli e triplette, dando il via a una nuova era, dopo una tale mortalità.

Un nemico comune e familiare

Poi la peste tornò. Una seconda pestilenza colpì l’Inghilterra nel 1361. Una terza ondata colpì molti altri Paesi nel 1369. Una quarta e quinta ondata seguì negli anni 1374-79 e 1390-93.

La peste fu una costante nella vita tardo medievale e negli inizi dell’età moderna. Tra il 1348 e il 1670, scrivono gli storici Andrew Cunningham e Ole Peter Grell, essa fu un evento regolare e ricorrente: «A volte si diffuse in vaste regioni, a volte solo in poche località, ma senza omettere un singolo anello annuale in questa lunga e luttuosa catena».

La malattia colpì comunità, villaggi e città; le zone più a rischio erano i centri urbani. Con la sua densa popolazione, Londra fu solo di rado libera dalla malattia e grandi focolai si accesero nel 1603, nel 1625 e nel 1636, fino poi alla Grande Peste del 1665, che si portò via il 15 per cento della popolazione della città.

Nessuna generazione sfuggì alla sua devastazione.

Risposte al disastro

I governi non furono timidi, nelle loro risposte. Pur non essendo riusciti, nonostante l’esperienza, a prevenire le epidemie, la loro gestione cercò di mitigare disastri futuri.

Il Plague Order della regina Elisabetta I del 1578, per esempio, introdusse una serie di controlli per sostenere gli infetti e le loro famiglie. In tutta l’Inghilterra, un provvedimento governativo assicurava che gli infetti non lasciassero le loro case per comprare cibo o lavorare.

Furono costruiti dei lazzaretti per ospitare i malati e proteggere i sani. Nel 1666, re Charles II ordinò a ogni paese e città «di essere pronto nel caso si dovessero verificare infezioni». Quando una persona infetta veniva scoperta, veniva rimossa dalla sua abitazione e dalla sua città, mentre la sua abitazione veniva chiusa per 40 giorni e marchiata con una croce rossa e il messaggio ‘Che il Signore possa avere pietà di noi’ affisso alla porta.

In alcuni casi vennero costruite barriere o ‘cordoni sanitari’ attorno alle comunità infette. Tuttavia, a volte ebbero un effetto più negativo che positivo. Secondo lo storico illuminista Jean-Pierre Papon, infatti, ai residenti di Digne nel 1629 venne impedito di abbandonare la città, di seppellire i morti e di costruire capanni, cosa che invece avrebbe potuto prevenire in parte i contagi.

Stato e autorità morale

L’esperienza e le misure restrittive non sono state sempre efficaci. La grande peste che colpì la città francese di Marsiglia tra il 1720 e il 1722 uccise, si stima, 100 mila persone. Dopo l’arrivo della Grand Saint-Antoine, una nave mercantile che tornava dal Levante, le «cure e i rimedi adeguati» per prevenire le conseguenze fatali della malattia furono ritardati e ignorati e la peste si diffuse in tutta la città.

Tra i fattori che contribuirono al disastro ci furono un medico corrotto, dei certificati falsi, le pressioni economiche e politiche perché le merci della nave venissero scaricate, nonché una serie di funzionari corrotti che si occuparono delle indagini sull’iniziale diffusione della malattia.

Di lì a poco gli ospedali si ritrovarono strapieni, incapaci di «ricevere la grande quantità di malati che arrivarono a frotte». Le autorità costruirono nuovi ospedali e «riempirono grandi tendoni» nelle periferie, utilizzando «tutti i letti liberi possibile».

Temendo una trasmissione dalle proprie coste, il governo inglese aggiornò subito le sue misure protettive. Il Quarantine Act del 1721 minacciava conseguenze violente, imprigionamento o morte per chiunque cercasse di sfuggire al confinamento forzato o rifiutasse di obbedire alle nuove restrizioni.

Alcuni pensarono che queste misure non fossero necessarie: «Le infezioni potranno aver ucciso migliaia di persone – scrisse un autore anonimo – ma le chiusure hanno ucciso decine di migliaia di persone».

Edmund Gibson, vescovo di Londra e sostenitore del governo non fu d’accordo: «Dove la malattia è disperata – scrisse – anche il rimedio deve esserlo». Di conseguenza, riferiva il vescovo, non vi era ragione di preoccuparsi troppo «dei diritti e delle libertà, o dell’agio e della comodità degli uomini, quando vi è una peste che attenta alle nostre vite».

La disgregazione sociale fu un risultato inevitabile, un male necessario. Ma come ci ricorda l’esperienza fatta da chi è vissuto nell’era medievale e negli inizi di quella moderna, la peste non dura per sempre.

 

Kriston R. Rennie è un visiting fellow dell’Istituto Pontificio degli Studi Medievali in Canada e un professore associato di Storia medievale presso l’Università del Queensland in Australia. Questo articolo è stato prima pubblicato su The Conversation.

Articolo in inglese: Lessons From Medieval Europe’s Waves of Plague

 
 
 

Dpcm, molte attività commerciali a rischio. Manifestazioni in tutta Italia

Dpcm, molte attività commerciali a rischio. Manifestazioni in tutta Italia
Il nuovo Dpcm segna un punto di svolta. La speranza è che le nuove restrizioni rallentino il contagio, ...
Leggi >
 

Trump media uno storico accordo di pace tra Israele e Sudan

Trump media uno storico accordo di pace tra Israele e Sudan
Israele e Sudan si sono impegnati a normalizzare gradualmente le loro relazioni in un accordo negoziato con la ...
Leggi >
 

Il Regno Unito offre il visto a tutti i residenti di Hong Kong

Il Regno Unito offre il visto a tutti i residenti di Hong Kong
Cittadinanza lampo per gli hongkonghesi: la assicura il Regno Unito, come risposta alla legge sulla sicurezza nazionale che ...
Leggi >
 

Storie di coraggio, attivisti cinesi chiedono al Partito Comunista di lasciare il potere

Storie di coraggio, attivisti cinesi chiedono al Partito Comunista di lasciare il potere
Due attivisti cinesi si stanno opponendo direttamente al Partito Comunista Cinese (Pcc) e hanno chiesto alla leadership di ...
Leggi >