Le élite economiche americane sono diventate lobbiste per la Cina

Di Michael Washburn

Difficile affrontare la Cina se le élite economiche amano commerciarci. È quanto hanno affermato i relatori di un incontro tenuto dal think tank dell’American Enterprise Institute il 14 giugno.

Secondo gli esperti, i dirigenti americani ed europei tendono a farsi cullare e lusingare dai leader cinesi che si mostrano come loro amici. Così, modificare questa falsa visione è di fondamentale importanza per l’assunzione di un’azione efficace contro l’aggressione del Partito Comunista Cinese (Pcc) e per proteggere la sicurezza nazionale e gli interessi economici e politici delle potenze occidentali.

Intitolato «Difendere le economie occidentali dalle pratiche sleali cinesi», l’incontro ha visto la lunga testimonianza del deputato americano Darin LaHood (R-Il.), che ha lanciato un duro avvertimento su ciò che vede come il pericolo che la Cina rappresenta per il mondo. «Dal mio punto di vista, la Cina è una minaccia esistenziale in molti modi: dal punto di vista della sicurezza nazionale, economico, commerciale, informatico. Lo dico spesso: la Cina ha un piano per sostituirci, economicamente, militarmente».

Ma anche se i governanti di Pechino nutrono ambizioni ostili agli interessi degli Stati Uniti, gli stretti legami economici tra le potenze spesso impediscono ad alcune persone di vedere chiaramente la questione, ha affermato LaHood. Nel 18° distretto congressuale nell’Illinois centrale che rappresenta, per esempio, i mezzi di sussistenza dei suoi elettori dipendono fortemente dal commercio con la Cina: «Ho l’ottavo distretto agricolo più grande del Paese. Circa un terzo del mais e della soia che coltivano i miei agricoltori va in Cina ogni giorno. Ho la più grande concentrazione di lavoratori di Caterpillar al mondo. Nel mio distretto produciamo molti motori, trattori ed escavatori».

Caterpillar ha 29 stabilimenti di produzione e quattro strutture di ricerca e sviluppo in Cina, ha sottolineato. Date queste realtà, c’è un evidente scollamento tra gran parte della retorica ascoltata al Congresso, dove i legislatori chiedono una mentalità da Guerra Fredda per contrastare la minaccia del Pcc, e la realtà quotidiana di una stretta collaborazione economica tra i lavoratori americani e le imprese cinesi.

Se le argomentazioni avanzate all’epoca dell’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nel 2001 si fossero rivelate veritiere e l’ammissione all’organismo avesse inaugurato un sistema commerciale per la Cina basato su regole e in stile occidentale, allora la disconnessione tra le posizioni politiche ed economiche non sarebbe ora così grave. Ma le promesse fatte all’epoca si sono rivelate vane, ha affermato LaHood: «Nel complesso, non si sono adattati al sistema basato su regole. Continuano a rubare la nostra proprietà intellettuale, continuano a non rispettare le stesse regole e standard di tutti i Paesi industrializzati del mondo».

La dimensione psicologica

Le élite cinesi sono diventate molto abili nell’adulazione dell’ego dei leader e dei rappresentanti degli affari americani e nel mantenere le relazioni economiche profondamente radicate e in contrasto con gli obiettivi politici degli Stati Uniti, ha affermato James Palmer, vicedirettore di Foreign Policy, una rivista con sede a Washington. Gli imprenditori americani si sentono attratti dalla «forza gravitazionale» di un mercato cinese di 1,3 miliardi di consumatori e dall’enorme potenziale commerciale che vedono lì, e il richiamo di enormi profitti smorza la reazione dei leader aziendali statunitensi agli abusi dilaganti come il furto della proprietà intellettuale (Ip).

Il furto di Ip da parte di entità cinesi è costato agli Stati Uniti miliardi di dollari all’anno negli ultimi anni, secondo la Commissione sul furto della proprietà intellettuale americana: «Abbiamo riscontrato una riluttanza a collaborare con i furti, ma nulla di tutto ciò dissuade le aziende dal voler entrare nel mercato [cinese, ndr], per ottenere i vantaggi di manodopera a basso costo non gravata dai sindacati, perché se c’è una cosa che il Pcc odia, sono i sindacati», ha detto Palmer.

Quando gli uomini d’affari americani si recano in Cina, spesso si dimostrano sensibili alle rassicurazioni sulla centralità del partenariato economico Usa-Cina e alle lusinghe sul proprio ruolo nel sostenerla. È importante guardare da vicino il modo in cui il Pcc ha preso di mira i dirigenti occidentali per questo tipo di stratagemmi psicologici, ha affermato: «Arrivi a Pechino, vai allo Shangri-La Hotel o al Mandarin Oriental, sei in un hotel a cinque stelle, e sei circondato da giovani cinesi simpatici che ti dicono quanto sei importante, quanto sia importante il rapporto tra Stati Uniti e Cina, quanto siano importanti gli affari per loro e come ci siano estremisti da entrambe le parti, ma puoi essere tu a parlare con moderazione, diventando il ponte. E poi torni e dici a [Washington, ndr] Dc, oh, i cinesi sono davvero persone così ragionevoli. E ti trasformi effettivamente in un lobbista» per il Pcc.

Palmer ha descritto questo tipo di offensiva leggera nei confronti degli uomini d’affari americani come difficile da contrastare perché ovviamente non è possibile o, oggettivamente parlando, desiderabile impedire conversazioni amichevoli tra cinesi e americani in visita. I leader economici e politici devono utilizzare tattiche efficaci. Palmer ha citato l’esempio delle sanzioni statunitensi imposte al produttore di smartphone e apparecchiature high-tech Huawei nel 2019 come esempio di un mezzo efficace per rispondere alle pratiche abusive cinesi. «Huawei ci ha fornito alcuni modelli molto utili per le sanzioni e strumenti sanzionatori che sono stati rivitalizzati e utilizzati contro la Russia».

Il disaccoppiamento economico può avvenire anche come risultato delle iniziative di Pechino, ha aggiunto. Ciò accade quando i funzionari cinesi soffrono di «paranoia interna» per l’influenza degli Stati Uniti, o per ciò che i leader del Pcc considerano «infiltrazione culturale ed economica americana». Un esempio di questo è evidente nell’industria dell’intrattenimento, dove i film di produzione americana hanno difficoltà a superare la censura: «Hollywood per anni è stato un ottimo esempio di un’industria americana che faceva tutto ciò che Pechino chiedeva per ottenere l’accesso, ma sono così pochi i film che ottengono il permesso di entrare in Cina, ed ora questo sta iniziando ad avere un effetto su Hollywood».

 

Articolo in inglese: American Business Elites Have Become Lobbyists for China, Expert Says

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