Le vittime dimenticate di quegli assassini comunisti infiltrati tra i partigiani

Era l’11 maggio del 1945 quando nel piccolo comune di Pieve di Cento sono stati rapiti, e nel pomeriggio selvaggiamente uccisi, i 7 fratelli Govoni. Il primogenito, Dino, aveva 41 anni, mentre la più giovane, Ida, ne aveva appena 20; solamente due di loro avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana, ciononostante sono stati tutti massacrati di botte, e infine strangolati, da un drappello di comunisti che facevano parte della Brigata Garibaldi e si definivano partigiani.

Gran parte degli italiani sa poco o nulla degli eccessi perpetrati dalle frange più estreme dei ‘partigiani’ comunisti italiani al termine della Seconda Guerra Mondiale, eccessi che per molti anni sono stati minimizzati dalla stampa in quanto azioni di guerra, o di vendetta nei confronti di coloro che avevano commesso nefandezze sotto il regime nazifascista della Repubblica di Salò.

Tuttavia il quadro reale è ben diverso; secondo Alberto Fornaciari «le fosse comuni, le foibe e buona parte degli omicidi portati brutalmente a termine dalle brigate di partigiani comunisti avevano lo scopo ben preciso di eliminare fisicamente i possibili avversari del comunismo di stampo sovietico che si voleva instaurare a guerra finita».
Quel che è certo è che una parte consistente delle vittime non erano state collaboratori del regime nazifascista. Molti sono stati uccisi solo perché avevano espresso pubblicamente una certa avversione per il comunismo, e per le violenze causate da questa ideologia; numerosi sacerdoti cristiani sono stati trucidati principalmente per via della propria fede; in nome della ‘lotta di classe’ proprietari terrieri e funzionari pubblici sono stati seviziati e massacrati con l’accusa di essere fascisti.
Molti altri ancora, come ad esempio i fratelli Govoni, sono stati uccisi al solo scopo di «seminare il terrore, per continuare ad avere il controllo della situazione, anche a guerra finita», come ha scritto lo storico Giordano Bruno Guerri in un articolo pubblicato dal Giornale in memoria dei sette fratelli.

Ma come è possibile che dei crimini cosi efferati e numerosi siano stati taciuti, e sostanzialmente esclusi dai libri scolastici, dai programmi universitari e dai musei italiani? Secondo il celebre storico e giornalista Indro Montanelli «il silenzio mantenuto finora, o quasi, si spiega facilissimamente. Tutta la storiografia italiana del dopoguerra era di sinistra; apparteneva all’intellighenzia di sinistra, la quale era completamente succube del Partito Comunista. […] Non si poteva parlare delle stragi del triangolo della morte, perché anche queste ricadevano sulla coscienza – ammesso che ce ne sia una – del Partito Comunista».

Il Triangolo della morte

L’espressione ‘triangolo della morte’ (o triangolo rosso), si riferisce a una delle zone in cui le violenze partigiane si manifestarono con la maggiore intensità, ovvero l’area compresa tra Bologna, Reggio Emilia e Ferrara. Ad oggi non è ancora possibile stabilire con certezza quante persone siano state effettivamente giustiziate sommariamente dai partigiani comunisti tra il ‘43 e il ‘46. Tuttavia, nel libro Il triangolo della morte, i fratelli Pisano hanno raccolto i nomi – e per quanto è stato loro possibile anche le vicende – di circa 4500 persone uccise in Emilia Romagna dalla furia comunista di quegli anni.

I funerali dei fratelli Govoni il 28 febbraio 1951. (Wikimedia)

I corpi dei fratelli Govoni, anch’essi emiliani, sono stati rinvenuti il 24 febbraio del 1951, grazie alle testimonianze di Guido Cevolani, che – secondo la ricostruzione dei fatti presentata dal libro Vincitori e Vinti, di Bruno Vespa – ha trovato il coraggio di superare il terrore e rompere il muro di omertà solo in seguito ai disperati appelli di Caterina Gamberini, la madre dei 7 fratelli.

Nella zona erano in molti a sapere, ma nessuno aveva il coraggio di parlare, anche perché la strage dei fratelli Govoni era stata preceduta da molti altri massacri. Non a caso nel 1951, assieme ai corpi dei fratelli, sono stati rinvenuti altri 35 cadaveri, dieci sepolti nella stessa fossa, mentre gli altri 25 interrati in una seconda fossa a pochi metri di distanza. Le indagini hanno appurato che si è trattato di due distinti massacri, avvenuti nella stessa settimana per mano dei militanti della Brigate Garibaldi; il tribunale di Bologna ha scelto di unire le due stragi in un solo procedimento, dal momento che gli imputati erano gli stessi.

Un eloquente articolo pubblicato dal Centro San Giorgio ha riassunto con le seguenti parole lo svolgimento dei terribili fatti dell’11 maggio: «I partigiani della Brigata Paolo infierirono con una crudeltà e un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero. Anche Ida, la mamma ventenne, che non aveva mai saputo niente di fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati. Quando le urla si spensero erano le 23,00 dell’11 maggio. Ebbe luogo, quindi – prosegue il testo della sentenza – la ripartizione degli oggetti d’oro in possesso dei prelevati».

Per rendersi conto dei criteri con cui i ‘partigiani’ comunisti selezionavano le proprie vittime basti pensare che tra i corpi rinvenuti nella seconda fossa è stato identificato quello di Giacomo Malaguti, un ragazzo di 22 anni che l’anno precedente aveva combattuto nell’Esercito del Sud contro i tedeschi a Montecassino. Tuttavia – secondo le informazioni raccolte da Bruno Vespa – il ragazzo aveva commesso «l’imperdonabile errore» di manifestare pubblicamente avversione al comunismo per via delle ripetute violenze partigiane.

Nel 1953 il processo di Bologna si è concluso con quattro condanne all’ergastolo, tuttavia in quel momento gli assassini erano già stati aiutati a fuggire in Cecoslovacchia, oltre la cortina di ferro, e così di loro si è persa ogni traccia.

Il seminarista Rolando Rivi

Rolando Rivi, seminarista di 14 anni torturato e ucciso nel Triangolo della morte da un gruppo di partigiani comunisti il 13 aprile 1945. (Dominio pubblico)

Un altro caso esemplare dell’efferatezza dei crimini commessi dai partigiani comunisti in Emilia Romagna è quello di Rolando Rivi, un seminarista appena 14enne scomparso il 13 aprile del 1945. Quella mattina il ragazzo era andato come di consueto a studiare in un boschetto vicino casa, ma quando il padre – non vedendolo tornare – è andato a cercarlo, ha trovato i suoi libri sparsi per terra, insieme a un biglietto con su scritto: «Non cercatelo, viene un momento con noi partigiani».

Dopo un giorno di ricerca, il padre, accompagnato dal curato di San Valentino, ha incontrato un partigiano a cavallo a cui ha domandato se sapesse qualcosa del seminarista Rivi, e quello – secondo la testimonianza del curato – ha risposto: «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo», e ha poi indicato loro il luogo dove si trovava il cadavere.
I due, dopo alcuni attimi di stordimento, hanno effettivamente rinvenuto il corpo del ragazzo in mezzo alla boscaglia, appena coperto da qualche foglia di quercia, con il volto tumefatto, il corpo pieno di lividi e due pallottole nel corpo, una alla tempia sinistra e l’altra all’altezza del cuore.

Nel 1951 il tribunale di Lucca ha condannato Giuseppe Corghi, il partigiano a cavallo, e Delciso Rioli per il rapimento e l’assassinio di Rolando, commutando a entrambi una pena di 22 anni di reclusione. Tuttavia, a causa dell’amnistia Togliatti, i due partigiani hanno trascorso in carcere solo 6 anni prima di tornare a piede libero.

Col passare degli anni, la tomba di Rolando è diventata una meta di pellegrinaggio, e nel 2013 le autorità ecclesiastiche hanno promulgato un decreto che ne ha riconosciuto il martirio, e ha santificato il giovane fedele.

Questo delitto è senza dubbio un caso emblematico della distorsione che l’ideologia comunista può indurre nella coscienza di un essere umano: una distorsione tale da consentire a un uomo, altrimenti sano di mente, di seviziare e uccidere un ragazzo innocente, di 14 anni, a cuor leggero; pensando persino di essere nel giusto.

La strage dei Conti Manzoni e la testimonianza di Indro Montanelli

Tra la notte del 7 e l’8 luglio 1945 si è consumato un altro brutale delitto nel comune di Lugo, in provincia di Ravenna. I quattro membri della famiglia Manzoni sono stati sequestrati insieme alla loro domestica da un gruppo di ex partigiani comunisti, che poi hanno saccheggiato la loro villa di famiglia. I 5 sono stati condotti in un azienda agricola, dove hanno trovato la morte, uno dopo l’altro. Secondo il libro Vincitori e Vinti, «l’autopsia dimostrò che la contessa e la domestica erano state uccise a bastonate, Giacomo e Luigi a colpi di pistola, mentre Reginaldo fu ferito e sepolto ancora vivo».

I cadaveri dei Conti Manzoni rinvenuti semischeletriti il 4 agosto 1948. (Wikipedia/Dominio Pubblico)

Il caso è rimasto avvolto nel mistero per diversi anni, anche perché prima della strage i comunisti avevano a più riprese garantito che non avrebbero torto un capello alla famiglia Manzoni, che aveva sempre aiutato i contadini della zona; ma nel 1948 i carabinieri hanno iniziato a indagare e hanno rinvenuto alcuni degli oggetti appartenuti alla famiglia Manzoni nelle case degli ex partigiani. Poco dopo, uno di loro ha confessato e così sono stati riesumati il 4 agosto 1948 i cadaveri dei 5 scomparsi, assieme alla salma del loro cane.

Il processo, terminato nel 1953, ha condannato all’ergastolo ben 13 ex partigiani comunisti, tra cui Silvio Pasi, leader dei Gruppi di Azione Patriottica della zona, nonché membro del Pci e dirigente della Camera del Lavoro di Faenza. Tuttavia anche in questo caso la pena è stata ridotta per effetto dell’amnistia Togliatti, in teoria fino a 19 anni di detenzione, ma poi in pratica gli assassini hanno trascorso in cella appena 5 anni, prima di tornare in libertà.

Montanelli ha raccontato, durante il programma televisivo La Storia d’Italia, di essersi recato nel triangolo della morte poco dopo la fine della guerra, per indagare sulla vicenda: «La strage dei conti Manzoni, che erano tutti miei amici e furono sterminati. Una famiglia di persone che con il fascismo non aveva niente a che fare; ci avevano convissuto come tutti gli italiani. Bene, nessuno mi voleva parlare di questa faccenda; quando ne parlai con il questore di Reggio Emilia, lui mi disse: “Montanelli guardi che se lei insiste in questa inchiesta non rispondo della sua pelle”».

«Io gli dissi: “Ma della mia pelle non deve rispondere lei, della mia pelle rispondo io. Io voglio andare in fondo a questa faccenda”. Allora lui, e questo l’ho saputo dopo, si rivolse al ministro Scelba, il ministro degli Interni, il quale si rivolse al direttore del Corriere, che era allora Gugliemo Emanuel, perché mi richiamasse; ed Emanuel mi richiamò con la scusa di mandarmi in Germania a seguire il processo di Norimberga. Ecco, ma nessuno aveva parlato: né dei carabinieri, né della polizia e tanto meno della magistratura, eppure lo sapevano».

Montanelli ha poi precisato che il ministro Scelba non ha agito così per insabbiare le indagini, ma piuttosto perché temeva realmente per la sua incolumità: «Sapeva che andavo incontro a dei grossi rischi, cercando di schiodare le bocche di questa gente. C’era una complicità assoluta».

Conclusione

Naturalmente i tre episodi sopracitati non rappresentano che una goccia tra le migliaia di storie dimenticate; storie di persone giustiziate sommariamente – spesso in maniera disumana – con l’accusa di essere ‘fasciste’.

La verità è che l’etichetta ‘fascista’, in gran parte dei casi, non era affatto legata al reale comportamento tenuto da ciascuno durante il ventennio, ma piuttosto è stata adoperata dai militanti comunisti per attaccare coloro che si opponevano al comunismo.

L’etichetta di ‘fascista’ è stata in effetti utilizzata in Russia, in Cina e a Cuba, per contrassegnare ed eliminare fisicamente i ‘nemici della rivoluzione’ e lasciare spazio alle ‘opere’ di questi regimi, che complessivamente hanno causato la morte innaturale di ben oltre 100 milioni di persone in tempi di pace, nel solo XX secolo, al fine di perorare la ‘grande causa del comunismo’.

Per saperne di più sugli eccidi avvenuti tra il 1943 e il 1946 si consiglia la lettura dei due libri sopra citati, come anche del saggio storico di Gianpaolo Pansa, Il sangue dei vinti.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

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