L’economia cinese a rilento, l’anno del maiale non porta ricchezza

Nel 2019 ricorre l’anno cinese del maiale. La leggenda narra che un giorno l’Imperatore di Giada, un sovrano leggendario che regnava sul Cielo e sulla Terra, decise di dare ai segni dello zodiaco il nome dei primi dodici animali che sarebbero giunti al suo palazzo. Il lento maiale, che si era fermato sulla strada per consumare un lungo pasto, fu l’ultimo ad arrivare; così divenne l’ultimo animale nel ciclo dodecennale dello zodiaco cinese.

Mentre gran parte dei cinesi si aspettano un anno del maiale sicuro e prospero, il Partito Comunista Cinese (Pcc), al contrario, sembra essere ansioso e preoccupato per l’andamento dell’economia, e probabilmente ha buone ragioni di esserlo. L’attuale controversia commerciale tra Stati Uniti e Cina sta avendo infatti un forte impatto sullo stato dell’economia: secondo uno studio condotto dalla multinazionale di consulenza strategica McKinsey, gli investimenti cinesi negli Stati Uniti sono diminuiti di oltre il 70 percento nel 2018 e probabilmente continueranno a diminuire nel 2019.
Contemporaneamente, diventerà più difficile per le aziende cinesi accedere al mercato statunitense, anche alla luce delle restrizioni imposte ad aziende come Huawei e Zte. Inoltre, i dazi americani hanno di fatto costretto alcune imprese straniere a spostare i propri impianti di produzione al di fuori della Cina, verso paesi del sud-est asiatico o altrove.

Il declino dell’industria manifatturiera

In base ai dati pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica della Cina, l’Indice del settore manifatturiero cinese (Pmi) è calato al ritmo più veloce degli ultimi tre anni tra gennaio e febbraio, passando rispettivamente dal 49,5 percento al 49,2 percento (secondo la rivista Caixin, con sede a Pechino, nel mese di marzo la tendenza si sarebbe invertita, e il Pmi sarebbe risalito fino al 50,5 percento, tuttavia molti economisti hanno messo in dubbio l’attendibilità di questo dato).

Il 27 marzo, l’Istituto nazionale di statistica della Cina ha anche rivelato che i profitti industriali del primo bimestre hanno subito un calo del 14 per cento, pari a 708 miliardi di yuan (93 miliardi di euro), il calo più grande dal 2011. Zhu Hong, esperto statistico dell’Istituto, ha sottolineato che il calo dei profitti è imputabile principalmente ai settori manifatturieri, come l’industria automobilistica, la lavorazione del petrolio, il settore siderurgico e l’industria chimica.

Lavoratori di una catena di produzione di Suv a Pechino il 29 agosto 2018. Donald Trump ha iniziato ad imporre una serie di dazi doganali alla Cina a partire dal gennaio 2018. (NICOLAS ASFOURI/AFP/Getty Images)

Calano gli investimenti nel settore immobiliare

L’economia cinese è strettamente legata agli enormi investimenti su infrastrutture e beni immobili. Nel 2014, questo genere di investimenti ha infatti raggiunto il 35 percento del Pil, e i soli investimenti immobiliari sono stati pari al 21 percento del Pil. Per dare un’idea, basti pensare che all’epoca delle grandi bolle immobiliari che hanno travolto Giappone e Stati Uniti, il rapporto tra gli investimenti immobiliari e il Pil era rispettivamente del 9 percento e del 6 percento.

Le cosiddette ‘città fantasma’ della Cina sono un fenomeno unico al mondo: le amministrazioni locali dell’intero Paese hanno costruito molti quartieri residenziali di fascia alta nel tentativo di stimolare l’economia locale e il mercato immobiliare, ma non hanno considerato adeguatamente la domanda e il potere d’acquisto; come risultato, oggi in Cina ci sono almeno 64,5 milioni di appartamenti vuoti. Inoltre negli ultimi anni la saturazione del mercato immobiliare ha ridotto significativamente il gettito fiscale per le autorità locali.

Non molto tempo fa, i ricercatori dell’università cinese Tsinghua hanno constatato che la popolazione e le attività economiche di 938 città cinesi – circa un terzo delle città più grandi – sono diminuite tra il 2013 e il 2016. Molte delle città interessate avevano basato la propria crescita sulle sfruttamento delle risorse naturali, come la città mineraria di Hegang, nella provincia di Heilongjiang.

Long Yin, un esperto di pianificazione urbanistica dell’Università di Tsinghua, ha analizzato assieme al suo team oltre 60 progetti urbanistici. Recentemente, in occasione di un convegno nella città di Shanghai, ha dichiarato: «La maggior parte della pianificazione urbanistica cinese è fondamentalmente disconnessa dalla realtà».

Una popolazione sempre più vecchia

Nel 2010, la Cina ha superato il Giappone, divenendo la seconda economia più importante al mondo, e non vede l’ora di rimpiazzare gli Stati Uniti come leader mondiale entro il 2030, come hanno previsto alcuni analisti cinesi. Tuttavia, in base ai suoi studi sull’economia cinese, Yi Fuxian, ricercatore all’Università del Wisconsin, non è affatto d’accordo con questa previsione. Il ricercatore sostiene infatti che l’economia cinese non diverrà mai la prima al mondo, e che piuttosto sia destinata alla recessione.

Una donna anziana raccoglie plastica e carta a Pechino il 14 marzo 2019. (FRED DUFOUR/AFP/Getty Images)

Yi ha dichiarato: «La Cina sta affrontando un grave problema di invecchiamento. La percentuale della popolazione in età superiore ai 65 anni passerà dal 12 percento del 2018 al 22 percento nel 2033 e al 33 percento entro il 2050. Per fare un raffronto, negli Stati Uniti gli over 65 saranno il 23 per cento della popolazione nel 2050».

«Si prevede che in Cina l’età media si assesterà intorno ai 47 anni nel 2033 e intorno ai 56 nel 2050. Negli Stati Uniti invece l’età media dovrebbe essere di 41 anni nel 2033 e di 44 anni nel 2050. In Cina il bacino di persone in età lavorativa (20-64 anni) ha iniziato a restringersi nel 2017, mentre negli Stati Uniti la popolazione in età lavorativa raggiungerà l’apice solo nel 2050».

La crescita del Pil gonfiata

Secondo un recente studio stilato da Brooking, intitolato Un’analisi accurata dei conti correnti nazionali della Cina, l’economia cinese è in realtà più piccola di circa il 12 percento rispetto ai dati ufficiali di Pechino.

Inoltre, le stime dell’Istituto di statistica cinese sulla crescita del Pil degli ultimi anni sono state gonfiate con l’aggiunta di quasi un 2 percento. Questo studio ha preso in esame i conti correnti nazionali della Cina tra il 2008 e il 2016. Se il Pil del 2018 fosse sovrastimato di quasi il 2 percento, come è avvenuto nel periodo tra il 2008 e il 2016, ciò significherebbe che è stata aggiunta al Pil l’ingente somma di 1.800 miliardi di Yuan (264 miliardi di euro). Per questo in passato, l’Istituto ha cercato di accusare i funzionari provinciali di aver fornito cifre gonfiate.

Citando le parole di Adam Smith: «Questo è uno di quei casi in cui l’immaginazione rimane basita di fronte ai fatti».

Durante il recente Congresso Nazionale del Popolo, il premier Li Keqiang ha abbassato le stime della crescita economica per il 2019, riconoscendo l’attuale clima di contrazione economica. Nel corso degli anni molti analisti finanziari occidentali, economisti e investitori di Wall Street si sono apparentemente affidati ai numeri forniti da Pechino per prendere decisioni commerciali e fare le proprie stime economiche. Ma ora forse la situazione sta cambiando, di pari passo con l’aumento del debito pubblico della Cina.

Investitori parlano di fronte a un tabellone elettronico che mostra informazioni sulle quotazioni in borsa nella città di Hangzhou, il 3 dicembre 2018. (STR/AFP/Getty Images)

La crescita del debito cinese

Secondo l’Istituto della finanza internazionale, il debito della Cina è pari al 300 percento del suo prodotto interno lordo, rispetto al 105 percento degli Stati Uniti e al 250 percento del Giappone. E mentre l’economia di questi ultimi due Paesi si basa sul libero mercato, l’economia centralizzata della Cina non è trasparente ed è diretta dal Pcc piuttosto che dal mercato.

I prestiti che non fruttano interessi stanno stritolando le banche statali. Secondo Charlene Chu, senior partner di Autonomous Research, nel 2018 circa il 24 per cento del credito totale (circa 7.500 miliardi di euro) è ‘andato a male’.

Spesso lo Stato è al contempo banchiere, mutuatario e regolatore. In gennaio, le banche cinesi hanno erogato la somma record di 3570 miliardi di yuan (470 miliardi di euro) da dare in prestito al settore delle imprese, nel tentativo di rilanciare l’economia. Alcuni analisti occidentali temono tuttavia che l’enorme debito pubblico e privato della Cina (che ammonta a 30 mila miliardi di euro) costituisca una minaccia esplosiva per l’economia globale.

Il debito pubblico, insieme agli altri problemi dell’economia cinese, hanno fatto suonare il campanello d’allarme. Molti esperti di Cina hanno seriamente consigliato ai Paesi occidentali di adottare contromisure e diminuire il proprio coinvolgimento nell’economia cinese, così da ridurre i rischi legati al possibile tracollo economico della Cina.

Un uomo in bicicletta davanti alla People’s Bank of China a Pechino il 12 agosto 2015. (WANG ZHAO/AFP/AFP/Getty Images)

D’altra parte se l’economia non dovesse rivelarsi un grosso impedimento per il Pcc, il mondo si ritroverebbe ad affrontare i rischi derivanti dalle smoderate ambizioni di Pechino.

La sua ‘One Belt, One Road Initiative’ (nota in Italia come Nuova Via della Seta) è stata ideata per conquistare il mondo, non solo economicamente, ma anche politicamente e militarmente.

Come ha dichiarato a Bloomberg Peter Navarro, assistente del presidente e direttore del Consiglio nazionale del commercio della Casa Bianca: «A me non importa quale sia il Paese più potente o prospero al mondo. Tutti i Paesi vogliono essere prosperi. È in corso un ‘gioco a somma zero’ tra Cina e Stati Uniti, dove il loro guadagno è la nostra perdita».

In effetti Navarro ha ragione. Gli Stati Uniti e la Cina stanno combattendo una guerra su differenti livelli: economica, politica, ideologica e morale. Il segretario generale del Pcc Xi Jinping lo ha affermato chiaramente durante un discorso del 2013: «Il socialismo sconfiggerà inevitabilmente il capitalismo». Perciò Washington non sta combattendo con Pechino solamente sul piano commerciale, ma più fondamentalmente si tratta di un conflitto tra ‘stili di vita’: una democrazia aperta o una dittatura comunista.

 

L’autore Peter Zhang si dedica a ricerche sulla politica economica in Cina e nell’Asia orientale. Si è laureato all’Università internazionale degli studi di Pechino, alla Fletcher School of Law and Diplomacy e alla Harvard Kennedy School.

Le opinioni espresse in questo articolo sono opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times.

Articolo in inglese: 2019 Starts Slowly for China’s Economy

Per saperne di più:

 
 
 

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