LinkedIn si piega alla censura cinese

In un mondo in cui la libertà di espressione è considerata molto importante, è normale aspettarsi che un social media americano come LinkedIn la tuteli. E in effetti LinkedIn afferma di farlo; tuttavia, quando sono in ballo grossi affari in Cina, le sue azioni divergono dalle sue affermazioni.

A febbraio 2014, il social network dei professionisti si era fatto notare per aver lanciato una versione in lingua cinese del proprio sito web. Logicamente, come ha riconosciuto la società mediatica quando ha annunciato il proprio ampliamento, ottenere il permesso per entrare in un Paese significa necessariamente doverne rispettare le leggi.

Il CEO di Linkedin, Jeff Weiner, arriva al Computer History Museum per organizzare un incontro del municipio di Linkedin con il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il 26 settembre 2011 a Mountain View, in California.AFP PHOTO/Mandel NGAN (Photo credit should read MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

Jeff Weiner, Ceo di LinkedIn, ha scritto in un post sul blog che il regime cinese aveva richiesto a LinkedIn di rispettare i requisiti di censura, ma che la società implementerà la censura «solo quando e al livello richiesto» perché «LinkedIn sostiene fortemente la libertà di espressione e fondamentalmente dissente con la censura governativa».

Inoltre, la società «sarà trasparente sul proprio modo di condurre gli affari in Cina e – aggiunge Weiner – utilizzerà diverse vie per informare i membri sui nostri servizi».

Tuttavia, pochi mesi dopo, alcuni utenti di LinkedIn sono rimasti scioccati nell’apprendere che i loro messaggi, contenenti informazioni sensibili sul regime cinese, sarebbero stati oscurati sui profili di altri membri di LinkedIn. Ad esempio, un corrispondente in Cina di The Australian è stato informato da LinkedIn che la sua storia su un artista australiano di nome Guo Jian, arrestato per aver commemorato il massacro di Tiananmen nel 1989 con una sua opera d’arte, sarà censurata e non sarà disponibile ad altri membri di LinkedIn.

(Photo credit should read TOMMY CHENG/AFP/Getty Images)

Inoltre, la censura non è limitata a coloro che vivono nella Cina comunista. Anche Patrick Poon, studente di giurisprudenza presso l’Università cinese di Hong Kong, ha dichiarato al Wall Street Journal di essere rimasto «davvero scioccato» quando LinkedIn gli ha comunicato che un video da lui pubblicato, che esprimeva cordoglio per le vittime del massacro di piazza Tiananmen, non sarebbe stato disponibile in Cina.

«Vogliamo chiarire che la tua attività è ed è stata visibile a livello globale, ad eccezione della Repubblica Popolare Cinese – si legge nel messaggio di LinkedIn – Ciò è dovuto a richieste specifiche della Cina di bloccare determinati contenuti in modo che non appaiano sulla nostra rete nel Paese».

Il Partito Comunista Cinese sta cercando disperatamente di nascondere alla popolazione il fatto che quel giorno ha ucciso più di 10 mila studenti e insegnanti disarmati. Il fatto strano è che LinkedIn, anche se «fondamentalmente dissente con la censura governativa», voglia aiutare il Pcc a nascondere la verità a 1,3 miliardi di cinesi.

Il massacro di piazza Tiananmen non è l’unica frase ‘sensibile’ su LinkedIn

Un mese dopo la segnalazione della censura di LinkedIn, Suman Srinivasan, ex sviluppatore web per Epoch Times, ha riferito al giornale che LinkedIn gli aveva inviato un’e-mail per informarlo che gli utenti in Cina non sarebbero stati più in grado di visualizzare il suo profilo, sebbene gli utenti del resto del mondo fossero ancora in grado di farlo. Questo solo perché Srinivasan, ora ingegnere informatico presso Microsoft, nel suo profilo menzionava la persecuzione del Falun Gong: un’antica disciplina di auto-miglioramento cinese che consiste in cinque esercizi ed è basata sui principi di Verità, Compassione e Tolleranza (nota anche come Falun Dafa).

©The Epoch Times | Youzhi Ma

Quando il numero di persone che praticavano la Falun Dafa è salito alle stelle in soli cinque anni da quando è stata presentata al pubblico nel 1992, il regime cinese, temendo la popolarità della disciplina ha dato il via a una persecuzione della pratica. Di conseguenza, una quantità innumerevole di praticanti della Falun Dafa in Cina sono stati, e sono tuttora, arrestati, detenuti e sottoposti a torture brutali.

©Minghui

«La persecuzione in Cina è orrenda – ha affermato Srinivasan, anche lui un praticante – Sento che devo fare tutto il possibile per cercare di fermarlo». Tuttavia, due rappresentanti della compagnia hanno telefonato a Srinivasan per dirgli che questo è diventato ben presto il motivo per cui il suo profilo è diventato invisibile per i profili in Cina.

La compagnia ha dato a Srinivasan un’opzione: «Mi hanno detto che se avessi eliminato le espressioni critiche nei confronti del regime cinese – ha spiegato Srinivasan – avrebbero sbloccato il mio profilo».

Sebbene siano trascorsi quattro anni, LinkedIn continua a censurare i profili dei suoi utenti per tranquillizzare i funzionari del Partito Comunista. Ad esempio, secondo BuzzFeed News, nel dicembre 2018, Peter Humphrey, un investigatore di frodi aziendali, ora residente in Gran Bretagna, era incapace di accedere al suo profilo LinkedIn in Cina per la «presenza di contenuti specifici».

(Photo credit should read JOHANNES EISELE/AFP/Getty Images)

Humphrey e sua moglie sono stati imprigionati in Cina per «aver ottenuto illegalmente informazioni private su cittadini cinesi».

«Mi ha fatto venire il volta stomaco – ha dichiarato Humphrey – Questa dovrebbe essere una società che opera nell’ambiente del libero flusso di informazioni. Una compagnia dell’America, in cui hai un emendamento costituzionale che rende sacra la libertà di espressione».
In seguito, in realtà, il suo profilo è stato ripristinato e Nicole Lverich, portavoce della compagnia, ha dichiarato che era stato «bloccato per errore».

«Il nostro team di Trust and Safety – ha proseguito la Lverich – sta aggiornando i nostri processi interni per aiutare a prevenire che un errore come questo accada di nuovo».

©The Epoch Times | Youzhi Ma

Tuttavia, un episodio simile è accaduto di nuovo ai primi di gennaio 2019 a Zhou Fengsuo, ex leader studentesco del Movimento Democratico di Tiananmen nel 1989, che ora vive a New York. LinkedIn ha spiegato a Zhou che gli utenti in Cina non sarebbero stati in grado di visualizzare il suo profilo.

Secondo uno screenshot dell’email che Zhou ha pubblicato sul suo account Twitter, LinkedIn ha scritto che «a causa della presenza di contenuti specifici», il suo profilo non sarebbe stato disponibile in Cina. Anche in questo caso, LinkedIn ha successivamente ripristinato il profilo di Zhou e si è scusato del fatto che il suo profilo fosse stato «bloccato per errore».

 

Articolo in inglese: The Dark Side of LinkedIn: Is This Popular Platform Engaged in Bootlicking?

 
 
 

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