L’Italia come porta di ingresso del Pcc in Europa

Di John Mills

Winston Churchill ha definito l’Italia «il ventre molle» d’Europa, intendendo che l’invasione del continente da parte degli Alleati dovesse iniziare proprio da qui.

Il Bel Paese ha ricevuto altri ‘titoli’ simili, come «il malato d’Europa». In realtà quest’espressione è stata usata per vari Paesi, ma l’Italia è spesso destinataria di questo inglorioso titolo a causa della sua scarsa crescita economica. Di fatto, l’alta tassazione, la bassa crescita economica e gli alti tassi di disoccupazione hanno spinto l’Italia in una condizione di perpetua crisi negli ultimi decenni.

L’asse della seconda guerra mondiale con l’alleato del Nord è finito miseramente per il Bel Paese, facendo precipitare il tentativo del dittatore Mussolini di ristabilire l’antica gloria imperiale. E forse è proprio questa immagine grandiosa di sé, combinata alla mancanza di liquidi, ad aver reso l’Italia la prima nazione europea disposta ad aderire al progetto della Via della Seta Marittima del Partito Comunista Cinese (Pcc).

La Cina ha offerto investimenti in cambio della firma di accordi che potrebbero anche non essere stati tradotti correttamente, e il governo italiano ha preso la palla al balzo. Forse, ancora una volta, l’Italia sta fungendo da porta di ingresso per l’invasione dell’Europa, solo che questa volta l’invasore è il Partito Comunista Cinese.

Porti e telecomunicazione

Il modello di accordi portuali utilizzato in Kenya, Sri Lanka e altri luoghi è stato un punto di partenza naturale per le operazioni di influenza del Pcc in Italia. Il grande porto di Trieste è stato tra i primi ad entrare nel programma di partnership sui porti. Peraltro, è ironico che quella di Trieste è la stessa regione in cui le forze militari britanniche e americane si sono scontrate con i comunisti sovietici e jugoslavi che volevano sottrarre il territorio all’Italia alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma anche porti più piccoli stanno suscitando l’attenzione dei cinesi. Il porto di Vado Ligure ha ricevuto notevoli attenzioni da parte del Pcc nell’ambito dell’accordo sui porti. Il fatto che Vado Ligure sia il «più grande hub logistico per la frutta nel Mediterraneo» sembra giustificare in parte l’interesse del Pcc (la Cina è un importatore netto di cibo), ma forse ci sono altre ragioni.

Al contempo, Huawei è naturalmente in prima linea nelle operazioni di influenza del Pcc all’estero. Inizialmente aveva ottenuto il consenso per entrare nel mercato italiano delle infrastrutture 5G, ma le cose sono cambiate nell’autunno del 2020. Il 5G di Huawei è stato bloccato dall’Italia nell’ottobre 2020 insieme alla Bulgaria: una grande vittoria per l’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo e per l’iniziativa ‘Clean Network’ sostenuta dal governo Trump. Con il cambio di amministrazione negli Stati Uniti, resta da vedere se questa iniziativa del Dipartimento di Stato verrà portata avanti e se l’inasprimento europeo nei confronti del dragone comincerà a vacillare.

È troppo presto per dire quanto a lungo durerà l’interdizione di Huawei dalle reti 5G italiane, ma probabilmente il gigante cinese continuerà a sfruttare ogni possibilità per consolidare la propria posizione in Italia tramite la vendita di telefoni, router e altri dispositivi mobili. Anche se non valgono quanto il controllo della rete stessa, questi dispositivi e componenti di rete rappresentano tappe importanti in quanto consentono di monitorare parte dei dati che attraversano le reti.

Una joint venture per la produzione di aeromobili

Una joint venture è operativa da diversi anni a Pomigliano d’Arco, appena fuori Napoli. Si tratta del più grande stabilimento nel sud Italia di Alenia Aermacchi, che fa parte da anni della consolidata catena di approvvigionamento internazionale della Boeing.

L’azienda contribuisce alla produzione del Boeing 787, producendo circa il «14% della struttura del 787», secondo il sito web dell’azienda. Alenia è a sua volta di proprietà della più grande società multinazionale Leonardo, specializzata nel settore aerospaziale, militare, e in settori correlati. Leonardo possiede anche la Leonardo Drs negli Stati Uniti, attualmente diretta dall’ex vicesegretario della Difesa William J. Lynne III.

Un fatto curioso dell’impianto di Alenia fuori Napoli è la presenza di interessi sia russi che cinesi, apparentemente nella stessa struttura dove si lavora per la Boeing. Il 26 ottobre 2018, la Cina, tramite la Commercial Aircraft Corporation of China (Comac), ha firmato un accordo con Leonardo (proprietaria di Alenia) per lo sviluppo del CR929, essenzialmente l’equivalente cinese del Boeing 737.

Anche se i documenti della Leonardo citano solo la Comac, la Comac ha a sua volta avviato una joint venture con la United Aircraft Corporation (Uac) della Federazione Russa, e il CR929 è in effetti il China-Russia Commercial Aircraft International Corporation (Craic) CR929. Da qui in avanti le cose potrebbero risultare un poco confuse.

Un controllo della Consolidated Screening List (Csl), un ente del Dipartimento del Commercio statunitense, mostra la Uac come una società inserita nel suo elenco. Questo significa che ci sono preoccupazioni del governo degli Stati Uniti verso la Uac. La Comac invece non risulta direttamente nella Csl, ma alcune sue variazioni sì.

Nell’ambito del programma di fusione civile-militare, il Pcc è solito creare costantemente società nuove o leggermente diverse, quindi il legame di Comac/Uac con Leonardo/Alenia, che produce al contempo parte del Boeing 787, dovrebbe essere considerato un pericolo per la proprietà intellettuale della Boeing.

Questo significa che una società russa quotata in borsa e una discutibile società cinese stanno lavorando con un partner di fiducia della Boeing, potenzialmente nella stessa struttura, potenzialmente all’interno della stessa rete aziendale. La lista Csl è ottima, ma c’è bisogno comunque di tempo prima che le variazioni societarie vengano incorporate. Infatti, spesso vengono fatte intenzionalmente per eludere il Csl, che a sua volta viene aggiornato costantemente per rilevare questi aggiramenti intenzionali.

In realtà si è già verificato un tentativo da parte della Comac (o meglio della Craic) di ottenere la proprietà intellettuale di Boeing e contribuire allo sviluppo dell’immediato predecessore del CR929s, il CR919, come rilevato da una società di cybersecurity chiamata Crowdstrike, che ha identificato tale attività nel periodo che va dal 2010 al 2015.

Il Boeing 737 è essenzialmente il fiore all’occhiello delle esportazioni della compagnia aereospaziale americana. Se il Craic riuscisse a insidiare la posizione di mercato del 737, potrebbe diventare uno dei principali fornitori mondiali nell’industria aerea.

La possibile co-locazione dei terminali di rete Boeing, così fisicamente vicini al personale della Craic dovrebbe essere motivo di grande preoccupazione in qualsiasi analisi sui rischi di cybersecurity. C’è anche un altro problema: una possibile situazione di ‘minaccia interna’, un’espressione nella cybersecurity che descrive una persona di fiducia che ha accesso alla rete e che potrebbe aver giocato un ruolo in tutto questo. Il nome della persona: Arturo D’Elia.

Arturo D’Elia, ex direttore della cybersecurity all’interno di Leonardo, è stato incarcerato nel dicembre 2020 in relazione al possibile accesso illegale e alla sottrazione di dati dalle reti di Leonardo. Un’analisi di Reaqta ha in seguito stabilito che i trasferimenti di dati sono stati significativi, contrariamente a quanto riportato inizialmente da Leonardo. E attualmente sono in corso ulteriori indagini delle autorità italiane relative a grosse tangenti che coinvolgono diverse personalità della Leonardo.

Riassumendo tutti questi eventi, ancora una volta l’Italia sembra essere il punto di ingresso per un atterraggio (morbido) sul continente europeo: il Pcc sta inesorabilmente sfruttando la porta di ingresso italiana con operazioni di influenza. Al contempo, non è chiaro quanto il presidente Biden sia determinato a contrastare l’avventurismo del Pcc, il che equivale a un ‘via libera’ perché il Pcc intensifichi le sue operazioni estere.

Il colonnello in pensione John Mills è un professionista della sicurezza nazionale statunitense che ha prestato servizio durante cinque periodi bellici. È stato anche direttore della politica di sicurezza informatica, della strategia e degli affari internazionali del Dipartimento della Difesa americano.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: Italy the Beachhead for CCP’s Invasion of Europe

 
 
 

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