L’onore del lavoro e l’etica del lavoro

Di Mark Hendrickson

La maggior parte di chi è cresciuto nella classe media è stato educato con quelli che Karl Marx chiamava valori «borghesi». Uno di quei valori fondamentali era che una volta raggiunta l’età adulta, si sarebbe andati a lavorare. Forse non viene nemmeno esplicitamente insegnato: sembra un ordine naturale delle cose che si assorbe inconsciamente, come per osmosi.

La necessità di ottenere un lavoro a tempo pieno in età adulta e, si spera, alcuni lavori part-time durante l’adolescenza, era un requisito evidente della vita. Dal momento che nessuno nasce in questo mondo accompagnato da una scorta permanente delle cose che ci sostengono, dobbiamo trovare un modo per ottenere quelle cose. Dal momento che pochi di noi in questi tempi moderni sanno come coltivare cibo, fare vestiti da zero, costruire case e automobili e così via, abbiamo bisogno di procurarci quelle cose da altri.

Ci sono due opzioni su come possiamo ottenere cose dagli altri: possiamo pagarle o possiamo rubarle. Un mondo in cui tutti rubano a tutti, sarebbe un inferno economicamente impraticabile e miseramente impoverito. Gli esseri umani razionali hanno scelto l’alternativa più civile: paghiamo gli altri per i beni necessari che ci forniscono, occasionalmente tramite baratto, ma di solito usando il mezzo di scambio che chiamiamo «denaro». Guadagniamo lavorando.

Ci sono eccezioni a questa regola generale. Alcune persone non devono guadagnarsi da vivere perché hanno ereditato la ricchezza o perché qualcun altro (genitore, nonno, sugar daddy e così via) le sostiene finanziariamente. O forse hanno risparmi sufficienti dai lavori precedenti, tali che non hanno più bisogno di lavorare. Questa disposizione funziona bene per alcuni, ma molte persone nelle loro vite vanno alla deriva senza meta, senza lavorare per uno scopo, a volte con risultati tragici.

Tuttavia, ci sono persone che si ribellano all’apparente ovvietà che il lavoro sia una necessità economica per la maggior parte di noi. Un esempio importante sono gli ideologi anticapitalisti, come marxisti, socialisti e comunisti. Al raduno del May Day Occupy Wall Street del 2012 a Chicago, un cartello colorato recava il messaggio: «Se devi lavorare per vivere, è una scelta? Se non hai scelta, sei libero?»

Analizziamo questo concetto di pura ignoranza.

I manifestanti hanno affermato che non si è liberi se si ha bisogno bisogno di lavorare per vivere e che questo fosse un orribile errore di Giustizia. Avrebbero potuto festeggiare il fatto che negli Stati Uniti hanno la benedetta libertà di scegliere quali competenze sviluppare e che tipo di lavoro svolgere, una libertà spesso assente nelle società non capitaliste. Avrebbero potuto sostenere di essere liberi di diventare ricchi nella misura in cui le loro capacità e i loro sforzi lo rendano possibile. Invece si sono lamentati. La vera assenza di libertà si è verificata nelle società feudali, dove i contadini erano legati alla terra e condannati alla povertà per tutta la vita, e nelle società comuniste, dove il governo spesso detta il tipo di lavoro che gli individui devono fare.

Più spaventoso – sinistro, in realtà – del loro lamento infantile era la presunta, ma fondamentalmente fraudolenta, preoccupazione per la libertà. Quei manifestanti affermavano che non avrebbero dovuto lavorare. Ma se devono essere liberati dal fardello del lavoro, come potranno ottenere il cibo e le altre necessità di cui hanno bisogno? Con stupefacente spudoratezza, come bambini viziati, credono che gli altri dovrebbero essere obbligati a produrre e fornire loro ciò di cui hanno bisogno: in altre parole, libertà per se stessi e schiavitù per gli altri. Bella «libertà»!

Il lavoro che dobbiamo fare per sostenere noi stessi e i nostri cari è onorevole. Nella nostra economia di mercato basata sulla proprietà privata e sullo scambio volontario, dobbiamo fare qualcosa di valore per gli altri affinché ci diano denaro. Per la maggior parte di noi, questo significa reddito da lavoro, anche se per una minoranza crescente, guadagnarsi da vivere deriva da sforzi imprenditoriali, come avviare un’impresa che, piccola o grande che sia, come il reddito da lavoro vale abbastanza perché qualcun altro volontariamente ci paghi in cambio di quello che facciamo per loro. Questa dinamica è la cosa più vicina sulla Terra alla Regola d’Oro applicata nel regno economico.

Il focus dello scambio orientato verso l’altro in un’economia di mercato è di fondamentale importanza da comprendere. Uno slogan marxista preferito è «produzione per le persone, non per il profitto». Quello slogan compare periodicamente nelle diatribe di sinistra oggi. In effetti, c’è un’intera linea di magliette che si possono acquistare online con lo slogan marxista stampato a grandi lettere che tutti possono leggere. Bene, suppongo che dovremmo essere grati di vivere in un Paese in cui le persone sono libere di pubblicizzare apertamente la propria ignoranza.

Quelle magliette mi ricordano la popolarità delle magliette di Che Guevara da quando la mia generazione guidava le proteste. Sorprendentemente, gli americani sono stati a lungo felici di indossare l’immagine di quel razzista, omofobo e psicopatico omicida, che era così degenerato che persino alcuni dei suoi compagni comunisti si sono sentiti sollevati quando è stato ucciso.

L’evidente difetto nell’errore della «produzione per le persone, non per il profitto» è che, in un’economia di mercato, le imprese possono trarre profitto solo nella misura in cui soddisfano i bisogni e i desideri delle persone. Gli imprenditori di successo elevano il tenore di vita dei loro simili. Margini di profitto più grandi sono più vantaggiosi per la società rispetto a margini di profitto più piccoli, perché i grandi profitti significano un valore aggiunto maggiore alla ricchezza esistente rispetto a quello che aggiungono i profitti più piccoli. E gli imprenditori miliardari così disprezzati dalla sinistra, sono in realtà i più grandi benefattori economici della società e meritano la nostra gratitudine, non la nostra repulsione e odio.

È qui che anche alcuni conservatori si lasciano ingannare. Temono che alcuni di quegli imprenditori agiscano per avidità, ma come ogni buon economista sa, gli scambi di mercato sono a somma positiva, cioè entrambe le parti traggono profitto. C’è reciprocità. Un concetto chiave della ricchezza è comprendere mezzi e fini.

Piuttosto che perdere tempo a discutere se gli imprenditori sono egoisti (Ayn Rand) o altruisti (George Gilder), basta vedere che non importa se il motivo interiore è l’avidità o l’altruismo; ciò che conta è che l’unico modo per guadagnare profitti (modesti o massicci) è servire e soddisfare le richieste degli altri. Se una persona avida vuole accumulare un’immensa fortuna, allora il suo mezzo per raggiungere questo obiettivo è eccellere nella competizione per creare valore per i suoi simili. E se l’obiettivo della vita di una persona altruista è quello di rendere la vita migliore per gli altri, è meglio che lo faccia con profitto, perché se opera in perdita perenne, non sarà in grado di rimanere in affari.

È un peccato che gli ideologi di sinistra sminuiscano il lavoro e i profitti. Lo fanno perché vivono in un mondo fantastico utopico, un mondo senza alcuna mancanza e dove gli individui presumibilmente possono fare quello che vogliono. Purtroppo, una serie di politiche governative alimenta questa illusione e impedisce o scoraggia attivamente le persone dal lavorare. Le politiche contro il lavoro includono leggi sul salario minimo, l’ottusa tassa sui profitti aziendali e i sussidi di disoccupazione che superano i salari di mercato. Con l’obiettivo politico di trasformare lavoratori produttivi e indipendenti in dipendenti governativi improduttivi, i progressisti e i socialisti fanno guerra al lavoro e alla prosperità, al successo e alla sensazione soddisfacente di realizzazione che il duro lavoro produce.

Il lavoro, che sia principalmente fisico o mentale, svolto come dipendente o come imprenditore autonomo, benedice la società nel suo insieme, così come i lavoratori stessi. La società ne beneficia perché il lavoro produce ciò di cui abbiamo bisogno e desideriamo, e lo fa attraverso una cooperazione pacifica e volontaria basata sul servizio agli altri. Gli individui che si guadagnano da vivere al servizio degli altri, sperimentano una crescita personale superando le sfide (e quelle sfide sono una miriade) che inevitabilmente sorgono sul posto di lavoro e sul mercato. Sperimentano anche l’autocompiacimento, un senso appagante di realizzazione per aver dato il meglio di sé al lavoro e aver ricevuto le giuste ricompense per i lavori ben fatti.

A ogni giovane che legge questo, lasciatemi dire: Coraggio. Assapora le sfide del lavoro. Fai del tuo meglio e vedi fino a che punto puoi salire nella scala delle opportunità. La tua autostima fiorirà e ti godrai la vista dall’alto del tuo successo.

 

Mark Hendrickson è un economista, che si è ritirato dalla facoltà del Grove City College in Pennsylvania, dove rimane borsista per la politica economica e sociale presso l’Institute for Faith and Freedom. È autore di numerosi libri su argomenti vari come la storia economica americana, personaggi anonimi della Bibbia, la questione della disuguaglianza della ricchezza e il cambiamento climatico, tra gli altri.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

Articolo in inglese: Thoughts on Work and the Work Ethic

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