Il Parlamento fantoccio della Cina approva la legge sulla sicurezza per Hong Kong

Di Frank Fang

Il Parlamento fantoccio di Pechino, l’Assemblea Nazionale del Popolo, ha approvato il 28 maggio la cosiddetta legge di ‘sicurezza nazionale’ relativa a Hong Kong, nonostante le critiche internazionali secondo cui eliminerebbe l’autonomia e le libertà fondamentali degli abitanti dell’ex colonia britannica.

Il disegno di legge è stato approvato con 2 mila 878 voti favorevoli, un contrario e 6 astensioni. L’approvazione apre la strada affinché il Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo (Anp) metta per iscritto i dettagli della legge e la aggiunga al III Allegato della mini costituzione di Hong Kong, la cosiddetta Legge Fondamentale.

Una volta aggiunta al III Allegato, la legge non dovrà neanche essere votata dal Parlamento di Hong Kong: basterà che il capo dell’Esecutivo di Hong Kong pubblichi un avviso sulla Gazzetta di Governo e avrà piena validità.

La legge vieta gli atti e le attività legate alla secessione, all’eversione e al terrorismo, nonché le attività legate a ingerenze straniere. Inoltre, autorizzerebbe le autorità di sicurezza del regime comunista a operare nel territorio di Hong Kong.

Le dichiarazioni dei politici di Hong Kong

Circa un’ora e mezza dopo la votazione, l’ala pro-democrazia del Parlamento di Hong Kong ha tenuto una conferenza stampa per esprimere la propria preoccupazione per il futuro della città.

 I parlamentari di Hong Kong favorevoli alla democrazia tengono una conferenza stampa a Hong Kong, il 28 maggio 2020. In prima fila, da sinistra verso destra: Dennis Kwok, Alvin Yeung, Tanya Chan, Claudia Mo e Wu Chi-wai. (Xiao Long/The Epoch Times)
I parlamentari di Hong Kong favorevoli alla democrazia tengono una conferenza stampa a Hong Kong, il 28 maggio 2020. In prima fila, da sinistra verso destra: Dennis Kwok, Alvin Yeung, Tanya Chan, Claudia Mo e Wu Chi-wai. (Xiao Long/The Epoch Times)

La parlamentare Claudia Mo ha dichiarato: «È l’inizio di un’era triste e dolorosa per Hong Kong. Loro [Pechino, ndr] ci tolgono di fatto la nostra anima. La nostra anima consiste nei valori di cui abbiamo fatto tesoro in questi anni, dello Stato di diritto, dei diritti umani. Loro ce la stanno portando via. Da questo momento, Hong Kong non sarà altro che un’altra città della Cina continentale».

Un altro parlamentare, Dennis Kwok, ha dichiarato: «Non fatevi illusioni. Questa è la fine di ‘un Paese, due sistemi’. La fine di Hong Kong per come noi la conosciamo». Quello di ‘Un Paese due sistemi’ è il modello che Pechino aveva promesso di utilizzare per Hong Kong, quando la città è tornata sotto la sovranità cinese nel 1997: pur facendo parte della Cina, alla provincia era stato promesso un sistema democratico.

Il Fronte per i diritti umani e civili (Chrf), un gruppo filodemocratico che l’anno scorso ha organizzato diversi raduni di massa, ha commentato sulla sua pagina Facebook: «È arrivata l’era di ‘un Paese, un sistema’».

Dal canto suo invece, il capo dell’Esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha accolto con favore l’approvazione della legge, affermando che il suo governo «collaborerà pienamente» con il comitato permanente dell’Anp per «completare il lavoro pertinente alla legge il prima possibile».

La Lam ha anche aggiunto che il suo governo si adopererà affinché l’Articolo 23 sia approvato «il prima possibile»: si tratta della famigerata legge anti-sovversione proposta per la prima volta nel 2003, ma rapidamente scartata in seguito alle grandi proteste inscenate dagli hongkonghesi, che l’hanno vista come una grave minaccia alle loro libertà civili.

Reazioni internazionali

In risposta alla votazione dell’Anp, l’Ong britannica Hong Kong Watch ha scritto su Twitter: «Questa è una flagrante violazione del trattato di passaggio [della sovranità, ndt]. La Gran Bretagna deve agire ora, e fornire un’ancora di salvezza agli hongkonghesi che ne avranno bisogno».

Il 27 maggio, diverse organizzazioni internazionali avevano manifestato la loro opposizione alla legge sulla sicurezza nazionale, tra cui la Confederazione Internazionale dei Sindacati, un’organizzazione sindacale globale con sede a Bruxelles, l’Ordine degli Avvocati di New York e il Bar Human Rights Committee, il comitato internazionale per i diritti umani dell’Ordine degli Avvocati di Inghilterra e Galles.

L’Ordine degli Avvocati di New York esorta «le autorità sia di Hong Kong che di Pechino ad onorare i loro obblighi di diritto internazionale e nazionale, e a rinnovare il loro impegno in favore dello Stato di diritto e dei diritti umani sulla base dell’impegno a mantenere ‘Un Paese, due sistemi’».

Il 26 maggio anche la Commissione internazionale dei giuristi (Cig), una Ong ginevrina che si occupa di diritti umani, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha espresso grave preoccupazione per la legge cinese e ne chiede il ritiro.

La posizione degli Stati Uniti

L’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale è arrivata il giorno dopo che il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha informato il Congresso americano che Hong Kong non è più autonoma dalla Cina. Ha anche sottolineato che la legge sulla sicurezza nazionale è stata una «decisione disastrosa» da parte di Pechino: «Gli Stati Uniti si schierano con il popolo di Hong Kong nella lotta contro il crescente disconoscimento da parte del Pcc dell’autonomia che aveva promesso».

Il segretario di Stato americano è tenuto a certificare ogni anno se Hong Kong sia sufficientemente autonoma dalla Cina, ai sensi dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act del 2019. L’autonomia è un prerequisito affinché Hong Kong possa godere degli speciali privilegi economici e commerciali garantiti, in qualità di entità separata dal regime comunista, dallo U.S.-Hong Kong Policy Act del 1992.

Martedì il presidente Donald Trump aveva detto ai giornalisti che il suo governo avrebbe intrapreso in settimana azioni contro la nuova legge di Pechino, senza però fornire ulteriori dettagli.

Ad Hong Kong, intanto, nella mattinata di giovedì tre membri del partito filodemocratico locale Demosistō – Agnes Chow, Nathan Law e il segretario generale Joshua Wong – hanno tenuto una conferenza stampa.

Agnes Chow, Nathan Law e Joshua Wong del partito pro democrazia locale Demosistō tengono una conferenza stampa a Hong Kong il 28 maggio 2020. (Song Bilung/The Epoch Times)

Citando fonti anonime, Wong ha detto che il governo degli Stati Uniti sta valutando la possibilità di sospendere i dazi preferenziali sulla merce proveniente da Hong Kong.

In effetti anche Reuters, citando fonti anonime bene informate, ha scritto che il governo Trump sta considerando la sospensione dei dazi preferenziali, il che significa che le merci di Hong Kong potrebbero essere soggette ai dazi punitivi imposti sulle esportazioni cinesi nell’ambito della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Anche se una potenziale sanzione statunitense avrebbe un impatto negativo sull’economia locale, secondo Chow si tratta di un «passo tragico ma necessario».

Nel pomeriggio di giovedì, Demosisto ha rilasciato un comunicato ufficiale riguardo le dichiarazioni di Pompeo, spiegando quale potrebbe essere il senso delle possibili sanzioni statunitensi. Basti pensare che le aziende cinesi si sono registrate come aziende di Hong Kong dall’inizio della guerra commerciale sino-americana, ha affermato Demosistō: «Crediamo che la cessazione dello status speciale di Hong Kong da parte degli Stati Uniti sia finalizzata a sradicare questo comportamento».

Il Consiglio per la democrazia di Hong Kong, con sede a Washington, ha rilasciato un comunicato per accogliere le dichiarazioni di Pompeo sull’autonomia di Hong Kong e ha aggiunto: «Sollecitiamo il presidente Trump a mobilitare immediatamente e adoperare tutte le risorse e gli strumenti disponibili per prevenire la morte di Hong Kong come città libera e globale».

 

Guarda ‘Il Metodo del Pcc’, il nuovo documentario di Epoch Times sulle proteste di Hong Kong e l’infiltrazione del Pcc fuori dalla Cina:

 

Articolo in inglese: China’s Rubber-Stamp Legislature Approves Security Bill as Hong Kong Worries for Ominous Future

 
 
 

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