Pompeo conferma: forti resistenze all’indagine sul laboratorio di Wuhan nel Dipartimento di Stato e dai servizi segreti

Di Mark Tapscott

Il 3 giugno l’ex segretario di Stato Mike Pompeo ha confermato a Epoch Times che lo scorso anno i suoi sforzi per indagare sulle origini del nuovo coronavirus hanno incontrato una forte opposizione all’interno del governo statunitense.

Interrogato sul contenuto di un articolo pubblicato da Vanity Fair il 3 giugno, secondo cui alcuni funzionari chiave del Dipartimento di Stato americano avrebbero tentato di impedire che l’opinione pubblica venisse informata degli investimenti statunitensi in esperimenti di modificazione genetica presso l’Istituto di virologia cinese di Wuhan (Wiv), Pompeo l’ha descritta come un’ «accesa battaglia».

Quella ricerca, incentrata sulle tecniche per modificare i virus presenti in natura per renderli più virulenti e trasmissibili all’uomo, è stata parzialmente finanziata sin dal 2012 con i dollari delle tasse statunitensi, attraverso il National Institutes of Health e una fondazione senza scopo di lucro nota come EcoHealth Alliance.

L’analisi di Vanity Fair ha «scoperto che i conflitti di interesse, derivanti in parte da ingenti sovvenzioni governative a sostegno della controversa ricerca virologica, hanno ostacolato ad ogni passo le indagini statunitensi sull’origine del Covid-19». «In una riunione del Dipartimento di Stato, i funzionari che richiedevano trasparenza al governo cinese, affermano di essere stati esplicitamente invitati dai colleghi a non esplorare la ricerca sulle ‘modificazioni genetiche’ del Wuhan Institute of Virology, perché porterebbe un’attenzione sgradita al finanziamento del governo degli Stati Uniti», si legge nell’articolo.

Quando il virus è apparso per la prima volta alla fine del 2019, le autorità cinesi hanno insistito nel sostenere che si sia diffuso dai pipistrelli agli umani in un mercato alimentare di Wuhan. Tuttavia, vari funzionari del governo e della sanità pubblica americana, scienziati del settore privato e giornalisti investigativi, sostengono dall’inizio del 2020 che ci siano prove sostanziali che il virus si sia diffuso in qualche modo dall’Istituto di virologia cinese di Wuhan (Wiv).

L’allora presidente Donald Trump e Mike Pompeo, così come il senatore Tom Cotton (R-Ark.), avevano pubblicamente fatto notare l’esistenza di tali prove nell’aprile 2020 e avevano invitato i funzionari cinesi a consentire a investigatori indipendenti di accedere al Wiv e ai suoi registri. Le autorità della Cina comunista hanno però negato questa possibilità.

In seguito alle elezioni del novembre 2020, Pompeo ha fatto pressioni affinché il Dipartimento di Stato e il governo Trump rendessero pubbliche quante più prove possibili sul collegamento tra il virus e il laboratorio.

Di fatto, il 15 gennaio Pompeo ha diramato un comunicato che include un’informazione importante: alcuni ricercatori del Wiv hanno sofferto di sintomi simili a quelli provocati dal nuovo coronavirus, anche noto come virus del Pcc, mesi prima che la malattia si diffondesse in Cina e nel resto del mondo. Inoltre, il comunicato menzionava le ricerche sulle ‘mutazioni genetiche’ in corso presso il Wiv, affermando che i finanziamenti statunitensi potrebbero essere stati deviati su progetti militari cinesi segreti presso il Wiv.

Ma anche pubblicare quel comunicato è stata una lotta, ha confessato Pompeo a Epoch Times: «Mi sono reso conto alla fine del 2020 che ormai avevamo un maggiore livello di confidenza nei dati che sostenevano le nostre dichiarazioni di metà gennaio. Il tempo stava chiaramente scadendo, e stavo combattendo molto duramente all’interno del Dipartimento di Stato e anche più in generale».

Un grosso ostacolo era il fatto che parti significative delle prove erano nelle mani di agenzie di intelligence che si opponevano alla loro divulgazione pubblica. «C’erano luoghi al di fuori del Dipartimento di Stato che possedevano il set di dati all’interno della comunità dell’intelligence, quindi ci stavamo dando da fare per convincerli a darci più spazio per scrivere il più possibile – ha spiegato Pompeo – Stavamo usando un linguaggio che proteggesse le cose classificate che dovevano essere protette, ma volevamo assicurarci di portare queste informazioni nello spazio pubblico».

L’ex segretario di Stato ha dichiarato che riteneva e ritiene importante che il popolo americano conosca tutti i fatti, e che il governo cinese venga costretto a pagare il prezzo delle sue azioni se il virus fosse realmente fuoriuscito dal laboratorio. «C’erano due ragioni dietro. Primo, era una questione di trasparenza e, secondo, volevamo che anche il Partito Comunista Cinese spiegasse ciò che sapevamo, quindi avevamo un grado molto alto di certezza su ciò che facevamo. Il comunicato è stato elaborato con molta attenzione, ma non è ambiguo nei suoi contenuti».

Un ex alto funzionario del Dipartimento di Stato con conoscenza diretta di queste questioni, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha dichiarato a Epoch Times che Pompeo aveva chiarito a tutte le persone coinvolte nelle indagini del Dipartimento di Stato sulle origini del virus che dovevano seguire i fatti ovunque li conducessero.

Quando gli è stato chiesto dell’opposizione interna, l’ex alto funzionario ha affermato che Pompeo una volta ha reagito con una frase che riflette la sua carriera nell’esercito: «Ha detto: ‘Che vadano al diavolo, e digli che il Segretario di Stato ha detto di farlo’. Ha anche detto qualcosa di molto, molto importante: ‘Non mi interessa quale conclusione tirate fuori. Potrebbe essere qualcosa che ci piace sentire, politicamente, o qualcosa che non ci piace sentire, ma voglio la verità’. Questo è stato esattamente l’atteggiamento durante l’intera indagine che questo gruppo stava facendo».

 

Articolo in inglese: Pompeo Confirms Intense Opposition to Wuhan Lab Probe From State Department, Intelligence Bureaucracies



 
 
 

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