Pool di esperti all’Onu: indagare sul genocidio cinese

NEW YORK – Durante due audizioni tenutesi a Ginevra e a New York, l’Onu è stata chiamata con urgenza a investigare sulla condotta del regime cinese in materia di diritti umani; Pechino è infatti accusata dell’uccisione di prigionieri di coscienza per i loro organi.

Il 24 settembre, l’avvocato londinese Hamid Sabi, rivolgendosi al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra, ha presentato le conclusioni di una relazione pubblicata a giugno dal China Tribunal, composto da un pool di avvocati ed esperti di livello internazionale convocati per indagare sul regime cinese e sulle accuse di prelievo forzato degli organi dai prigionieri di coscienza.

Dopo un anno di indagini, infatti, il tribunale indipendente presieduto da sir Geoffrey Nice (Queen’s Counsel), ha concluso che il prelievo forzato di organi sta avendo luogo in Cina da un «considerevole periodo di tempo, coinvolgendo un numero di vittime molto consistente». Nice aveva in passato condotto l’accusa contro l’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic al Tribunale Penale Internazionale.

L’avvocato Sabi afferma quindi che, viste le prove, il Consiglio e gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno ora l’«obbligo legale» di indagare sulla «condotta criminale» da parte della Cina.

«Il prelievo forzato di organi da prigionieri di coscienza va avanti da anni su scala significativa in tutta la Cina e continua ancora oggi», ha dichiarato Sabi, che è stato anche consigliere speciale del China Tribunal.

Il prelievo forzato coinvolge «centinaia di migliaia di vittime», in particolare i meditatori del Falun Gong, ha continuato Sabi, ma tra queste figurano anche i musulmani uiguri.
Il Falun Gong, conosciuto anche come Falun Dafa, è una disciplina spirituale che comprende esercizi di meditazione e insegnamenti per il miglioramento morale dell’individuo. Negli anni ’90 in Cina godeva di una notevole popolarità: secondo le stime ufficiali dei media di quel periodo, nel 1999 il numero dei praticanti aveva raggiunto i 70-100 milioni. Il 20 luglio 1999, ritenendolo una minaccia al suo potere, il Partito Comunista Cinese ha dichiarato fuori legge il Falun Gong, e da allora ha coinvolto l’intero apparato statale nella persecuzione di questi pacifici meditatori.

Da vent’anni in Cina, secondo le stime del Centro Informazioni Falun Dafa, centinaia di migliaia di praticanti del Falun Gong vengono perseguitati, arrestati, incarcerati e mandati nei campi di lavoro nonché nei ‘centri di lavaggio del cervello’; molti vengono torturati finché non dichiarano di voler rinunciare alla loro fede.

«Vittima dopo vittima, una morte dopo l’altra, prelevando cuori e altri organi da persone vive, senza colpe, indifese e pacifiche, si è andata formando una delle peggiori atrocità di massa di questo secolo», ha dichiarato Sabi davanti all’Onu.

Il racconto di un testimone

Durante un evento tenutosi presso l’Harvard Club di New York il 25 settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, due donne hanno accusato il regime cinese di aver ucciso i loro rispettivi padri (entrambi praticanti del Falun Gong) per i loro organi. Entrambi gli uomini erano incarcerati nelle strutture di detenzione cinese per via della loro fede.

Han Yu, di New York, ha raccontato della morte di suo padre, Han Junqing, avvenuta in un centro di detenzione nei pressi di Pechino nel 2004, appena due mesi dopo il suo ingresso nella struttura. La donna ha dichiarato che suo padre era in ottime condizioni di salute prima della sua detenzione.
Dopo la morte di Han Junqing, la polizia non ha voluto permettere ad Han Yun e alla sua famiglia di vedere la salma, e ha portato avanti l’autopsia senza il consenso dei familiari. Nella relazione medica si afferma che Junqing sarebbe morto di infarto.

La polizia ha concesso alla famiglia dell’uomo e a sua figlia Han Yu di vedere suo padre a più di un mese di distanza dalla sua morte: «Quando ho visto mio padre, non potevo ancora credere ai miei occhi. Il suo corpo giaceva lì esanime con innumerevoli cicatrici addosso», ha dichiarato la figlia, che ha notato anche un’incisione lungo la gola dell’uomo che si estendeva fino a dentro la sua camicia. Quando ha iniziato a sbottonarla per controllare meglio, è stata fermata dalla polizia che l’ha subito costretta a uscire dalla stanza.

Ma suo zio è riuscito a esaminare il corpo senza che i poliziotti se ne accorgessero. Lui e gli altri parenti hanno scoperto che quell’incisione proseguiva fino all’addome: «Nel premere sull’addome, hanno capito che era stato riempito di ghiaccio».
Quando lo zio di Yu ha chiesto alla polizia spiegazioni in merito, gli è stato risposto che fosse per via dell’autopsia.

Torsten Trey, medico e direttore del gruppo Medici Contro il Prelievo Forzato di Organi (Dafoh), che ha ospitato l’evento, ha riferito a Epoch Times come le esperienze vissute dalla famiglia di Han dimostrassero che le autorità stavano cercando di nascondere qualcosa.
Dato che nessuno, all’interno della famiglia di Han, aveva dato il consenso alla rimozione degli organi dell’uomo, essi devono essere stati prelevati illegalmente.

Genocidio

La storia degli Han, continua Trey, è solo un piccolo tassello del puzzle che tuttavia indica come la terribile pratica si stia verificando su «scala industriale» in Cina.

I tempi di attesa pressoché nulli per un trapianto di organi in Cina – in alcuni casi anche solo due giorni – sono un forte indicatore del fatto che il regime cinese ha accesso a una banca d’organi al di fuori del suo programma ufficiale di donazione, afferma Trey.

Dal 2015 Pechino sostiene che gli organi provengano da donatori volontari, ma «un programma di donazione di organi non dispensa organi su richiesta e con questa velocità», risponde Trey, secondo cui, per il diritto internazionale, l’uccisione dei praticanti del Falun Gong per i loro organi equivale a un genocidio: «La persecuzione delle vittime, che vengono prese specificatamente di mira come fonte di organi, non serve solo a fornire gli organi, ma è portata avanti con l’intento di sradicare questo gruppo di persone – ha affermato il medico – C’è un intento specifico di sradicare questo gruppo di persone».

I praticanti del Falun Gong sopravvissuti alla detenzione, continua Trey, hanno riferito di essere stati sottoposti a esami del sangue e test medici da parte delle autorità (test che a detta del medico servivano a verificare lo stato degli organi per il trapianto), mentre agli altri detenuti non è stato riservato lo stesso trattamento.

Il China Tribunal ha potuto solo constatare che le azioni del regime cinese possano suggerire un genocidio, e ha quindi lasciato alle Nazioni Unite e ai tribunali internazionali il compito e il dovere «di verificare se sia stato commesso genocidio».

Trey ha quindi invitato a sua volta le Nazioni Unite a indagare sul prelievo forzato di organi, nonché sulla possibilità che il regime cinese possa aver commesso genocidio. Ha fatto infine notare come da quando la pratica del prelievo degli organi è venuta alla luce, siano già passati 13 anni, duranti i quali le atrocità si sono intensificate, in parte a causa dell’inerzia della comunità internazionale: «Non c’è tempo da perdere – ha concluso – è necessario che la comunità internazionale intraprenda azioni definitive».

 
 
 

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