Porre fine alla tirannia delle Big Tech

Di Betsy McCaughey

Il 5 aprile il giudice statunitense Clarence Thomas ha annunciato che presto la Corte Suprema dovrà porre fine alla tirannia delle Big Tech, citando il problema «lampante» delle piattaforme di social media come Facebook e Google che esercitano un potere illimitato nel censurare le opinioni che non condividono.

Questi giganti della tecnologia dovrebbero essere regolamentati come «operatori/vettori comuni» che sono legalmente obbligati a servire tutti i clienti, ha affermato Thomas. Tim, per esempio, non può rifiutarsi di aprire un account telefonico per un utente o limitare le sue conversazioni.

L’opinione di Thomas offre speranza in un momento in cui i Democratici che controllano il Congresso chiedono ai giganti della tecnologia di censurare di più, e non di meno. Per esempio, il 25 marzo la commissione per l’energia e il commercio dei Democratici alla Camera ha ordinato agli amministratori delegati del settore tecnologico di reprimere la «disinformazione» e mettere a tacere le opinioni che «minano i movimenti per la giustizia sociale».

L’annuncio rivoluzionario di Thomas è stato fatto nel contesto di un caso che coinvolge Donald Trump. In qualità di presidente, Trump ha impedito ai critici di commentare i suoi tweet o di ritweettarli. I critici lo hanno citato in giudizio, sostenendo che l’account Twitter del presidente è un forum pubblico. L’alta corte ha stabilito che il caso è ora nullo perché Trump non è più presidente. Thomas è d’accordo sia con l’annullamento del processo, che con una sentenza della corte di grado inferiore, secondo cui Trump avrebbe violato il diritto dei suoi critici di essere ascoltati.

Ma Thomas ha sottolineato che «la preoccupazione più lampante» non è ciò che Trump ha fatto ad alcuni critici. È il potere dei giganti della tecnologia di censurare o bandire completamente gli utenti, persino un presidente. Thomas ha espresso stupore per il fatto che Facebook e Google siano autorizzati a rimuovere un account «in qualsiasi momento per qualsiasi motivo o senza motivo». Ha scritto che «una singola persona controlla Facebook […] e solo due controllano Google», eppure decidono quali punti di vista possono esprimere o ascoltare miliardi di persone, quindi quel potere deve essere frenato quando una futura controversia raggiungerà l’alta Corte.

I difensori delle Big Tech sostengono che, poiché sono aziende private, esse sono libere di censurare. Il primo emendamento della Costituzione americana, che sancisce il diritto alla libertà di espressione, è stato scritto per vietare solo al governo di mettere a tacere i punti di vista. Ma Thomas ritiene che è tempo che la Corte si occupi della tecnologia. Queste società sono più simili a vettori comuni o servizi di pubblica utilità che a società private, e devono perciò essere aperti a tutto il pubblico.

Thomas li ha anche paragonati ad «alloggi pubblici» come hotel e stadi di baseball, che sono legalmente obbligati a servire tutti e a non discriminare.

Thomas non ritiene che la tirannia della Big Tech possa essere risolta dalla concorrenza, con la nascita di nuove aziende, a causa delle «barriere sostanziali all’ingresso». Il destino di Parler dimostra questo punto: quando Parler ha offerto una piattaforma priva di censura, le Big Tech si sono unite per schiacciarla.

Alcuni hanno appoggiato l’opinione di Thomas interpretandola come «un invito al Congresso a dichiarare Twitter, Facebook e società simili, come vettori comuni», ma la verità è che i Democratici non hanno alcun interesse nel libero scambio di idee. Vorrebbero invece costringere Mark Zuckerberg a censurare di più.

Per non parlare del presidente Joe Biden: 14 delle persone da lui reclutate per la transizione alla sua amministrazione o per il suo nuovo governo, vengono da Apple, Facebook, Twitter, Google e Amazon, secondo un conteggio del Daily Caller.

Probabilmente Biden deve in parte la sua presidenza alle Big Tech. Quando il New York Post ha pubblicato un articolo che documentava i rapporti di un’azienda cinese con la famiglia Biden, incluso il candidato Joe Biden, la Silicon Valley l’ha etichettata come «disinformazione». Facebook l’ha insabbiato e Twitter ha bloccato completamente l’account del Post. Nelle settimane precedenti le elezioni, agli elettori sono state negate informazioni che avrebbero potuto influenzare la loro scelta.

Ora con i Democratici al potere, non c’è alcuna possibilità che i legislatori classifichino le società tecnologiche come vettori comuni, ma secondo Thomas la Corte può applicare quel ragionamento in qualsiasi modo, senza aspettare il Congresso.

Fino ad allora, il pubblico ascolterà solo ciò che vuole la Silicon Valley.

La scorsa settimana, Lara Trump ha pubblicato un’intervista con l’ex presidente su Facebook. Immediatamente Facebook lo ha rimosso, spiegando che «ulteriori contenuti pubblicati con la voce di Donald Trump verranno rimossi».

Solo l’alta Corte ripristinerà il discorso politico senza censure, un ideale americano. E l’opinione di Thomas illumina la strada.

 

Betsy McCaughey, Ph.D., è una commentatrice politica, esperta costituzionale, editorialista e autrice di diversi libri, tra cui «The Obama Health Law: What It Says and How to Overturn» e «The Next Pandemic». 

 

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

Articolo in inglese: Ending Big Tech Tyranny



 
 
 

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