Presto potremo resuscitare le specie estinte, ma ne vale la pena?

Fino a qualche anno fa, riportare in vita specie estinte era materia esclusiva dei romanzi di fantascienza e dei set cinematografici. Oggi, gli scienziati hanno annunciato di essere riusciti a «decifrare il codice» per «resuscitare» le specie estinte, come ad esempio il mammut lanoso siberiano. Il che fa sorgere una domanda: le implicazioni etiche di queste tecniche sono davvero  state prese in adeguata considerazione?

L’11 marzo, gli scienziati dell’Università Kindai di Osaka, in Giappone, hanno pubblicato i risultati dell’esperimento in cui sono riusciti a produrre un’«attività biologica» nelle cellule di un mammut lanoso di 28 mila anni fa.

‘Yuka’, il mammut lanoso in una mostra a Yokohama, Tokyo, il 9 luglio 2013 (©Getty Images | KAZUHIRO NOGI/AFP).

Secondo la pubblicazione accademica, gli scienziati hanno inoculato i nuclei cellulari prelevati dal tessuto muscolare del mammut negli ovociti di alcuni topi; le strutture cellulari hanno quindi iniziato a formarsi, proprio come accade prima che avvenga la divisione cellulare.

I risultati suggeriscono dunque che potenzialmente sarebbe possibile riportare in vita le specie estinte.

Uno degli autori dello studio, Kei Miyamoto, ha dichiarato alla Nikkei Asian Review che l’esperimento rappresenta «un importante passo avanti per riportare in vita i mammut».

D’altronde nel 2015 un gruppo di ricercatori internazionali è riuscito a mappare quasi interamente il genoma di due mammut lanosi siberiani, un impresa che molti definirebbero titanica: «Questa scoperta significa che ricreare specie estinte è una possibilità reale, e che in teoria potremmo riuscirci nel giro di alcuni decenni», ha dichiarato il biologo evoluzionista Hendrik Poinar a NewsWise.

Nonostante i progressi nel campo della ‘de-estinzione’, nota anche come biologia della resurrezione, ci sono sicuramente delle implicazioni etiche che andrebbero considerate. Secondo John Rafferty, membro dell’associazione Advocacy for animals, «riportare questi animali estinti in vita va fondamentalmente contro il disegno della natura e fa scaturire una serie di complesse questioni filosofiche».

Alcune delle domande poste da Rafferty sono: «Le specie estinte da lungo tempo traggono beneficio dall’essere riportate in vita? Non è crudele catapultare questi animali in degli ecosistemi così diversi rispetto a quelli in cui si sono evoluti? È possibile che alcune specie sopravvivano e spingano alcune delle specie attuali verso l’estinzione?»

O ancora: gli scienziati stanno giocando a essere Dio solo per compiacere la curiosità umana?

Molte delle critiche che circondano l’idea della ‘de-estinzione’ riguardano l’effetto che le specie estinte potrebbero avere sull’equilibrio dell’ecosistema attuale, e il sospetto che non sia una buona trovata investire i pochi fondi disponibili per un progetto dettato dalla pura vanità umana.

In riferimento al piccione migratore, Beth Shapiro, biologa evoluzionista dell’Uc Santa Cruz e autrice indipendente, ha sottolineato che gli ecosistemi non sono statici e hanno continuato a mutare da quando questi animali si sono estinti. Il piccione migratore è infatti un altro animale degli animali estinti che gli scienziati vorrebbero riportare in vita.

(©Getty Images | Rob Stothard)

«Mi chiedo se sia giusto farlo a fronte delle molteplici questioni etiche e ambientali», ha dichiarato la Shapiro. «Se l’obbiettivo è di mettere questi animali in uno zoo, allora dovremmo fermarci immediatamente».

Jacob Sherkow, un ricercatore dello Stanford Center for Law and the Biosciences, ha affermato che anche se il piccione migratore venisse riportato in vita non c’è ragione di credere che si comporterà come faceva nel 1850: «Molti dei loro tratti distintivi vengono trasmessi culturalmente. Le conoscenze e i ritmi migratori possono cambiare quando non vengono trasmessi di generazione in generazione».

Gli scienziati hanno dichiarato che il mammut lanoso potrebbe avere svolto un ruolo importante negli ecosistemi artici, e contribuito al mantenimento della tundra artica, calpestando il terreno e sradicando alberi e altre piante. Prima di intraprendere la creazione in laboratorio di un simile animale, bisogna considerarne le implicazioni con serietà.

Un impressionante esemplare di mammut lanoso in mostra al Pacifico Yokohama (©Getty Images | KAZUHIRO NOGIRO NOGI/AFP).

Douglas McCauley, un ecologo dell’UCSB, ha dichiarato a ScienceMag che se la de-estinzione fosse concepita come uno strumento per ripopolare gli ecosistemi, «probabilmente foreste, savane e oceani diventerebbero pieni di specie ‘Frankenstein’ ed eco-zombie» .

Nonostante le avvincenti trame dei film come Jurassic Park, dove le persone vengono rincorse dai T-Rex, «la prospettiva di essere braccati da un antico predatore è meno preoccupante delle altre questioni sopra menzionate», ha dichiarato Rafferty.

«Prima di clonare il primo mammut, dovremmo comprendere quali sono le ragioni che ci spingono a farlo».
«Se è solo un altro modo per dare sfogo all’arroganza umana o per riempirsi il portafogli, direi che sarebbe meglio che i mammiferi del Pleistocene restino morti».

 

Articolo in inglese: Experts Say They Are on Verge of a Cloning Breakthrough, but What Are the Implications?

 

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