Come un prigioniero politico ha resistito a 17 anni di persecuzione nella Cuba comunista

Di Mimi Nguyen Ly e Joshua Philipp

Dopo 17 anni di persecuzione politica e di prigionia per mano del regime comunista cubano, Jorge Luis Antonis riflette spesso su quello che ha imparato e che lo ha aiutato a resistere all’oppressione.

Era il 15 marzo 1990. Luis aveva 25 anni e come molti altri cubani era entusiasta delle riforme e degli eventi in corso nell’Europa dell’Est che sembravano segnare la sconfitta del comunismo, come la caduta del muro di Berlino nel 1989 e l’imminente crollo dell’Unione Sovietica.

Quel giorno, Luis si trovava in un locale pubblico mentre andava in onda un discorso del dittatore cubano Raul Castro sull’imminente Quarto Congresso del Partito Comunista Cubano, quando decise di cogliere l’occasione per dichiararsi «apertamente come un oppositore politico».

Luis, oggi rifugiato negli Stati Uniti, ha recentemente raccontato la sua storia al programma ‘Crossroads’ dell’edizione americana di Epoch Times.

Da quando Fidel Castro è salito al potere a Cuba nel 1959, ai cittadini sono state sistematicamente negate le libertà fondamentali come la parola, l’associazione e la riunione, il movimento, il giusto processo e la privacy. Nel 1990, nulla era cambiato: i diritti civili e politici erano ancora una fantasia.

«Allora era una vera e propria sfida al regime, perché non c’erano attivisti dell’opposizione, non c’erano gruppi per i diritti umani, né giornalisti indipendenti – ha spiegato Luis – E lì, ho iniziato a gridare slogan a favore del cambiamento, a favore della democrazia, a favore del rispetto dei diritti umani. Sono stato picchiato brutalmente e sono stato condannato alla prigione, con l’accusa di ‘propaganda verbale nemica’».

In carcere per le sue critiche

I 17 anni che seguirono furono segnati da immense sofferenze. Luis è stato condannato molte volte e incarcerato in oltre 10 prigioni sparse in tutta Cuba.

«Durante quegli anni, ho subito torture, percosse e molti maltrattamenti – ha ricordato – Ho ancora sul mio corpo le cicatrici e i segni di queste torture, dove dei cani mi hanno morso».

«Le prigioni cubane sono laboratori di tortura e di morte. I prigionieri politici devono sopportare i più sofisticati meccanismi di tortura e vessazione. Ci sono pestaggi, ti viene negata l’assistenza medica, ci sono fame e malattie».

«Siamo stati sottoposti a crudeltà perverse da parte della dittatura. Sono stato vittima e testimone degli atti più orribili. Ho visto le guardie spaccare la testa dei prigionieri, letteralmente».

«Non ero mai stato senza cibo prima di entrare in prigione. Non ero mai stato picchiato prima di andare in prigione. Non avevo mai fatto uno sciopero della fame prima. Non ero mai stato buttato giù dalle scale. Né pensavo che sarei stato legato a un letto per giorni o che mi avrebbero privato dell’acqua potabile. O che mi sarebbero saltati sopra la testa con degli stivali».

Naturalmente c’era anche la sofferenza emotiva: «Era molto doloroso vedere i giorni che passavano: 17 anni, 17 capodanni, 17 feste della mamma, 17 Natali. E perdere persone care che non potevo più vedere».

Dignità, determinazione

Nonostante le difficoltà, Luis ha descritto la sua esperienza come «la più proficua, la più fruttuosa».

«Se dovessi nascere di nuovo, non esiterei a fare lo stesso percorso che mi ha portato a 17 anni di prigione. È stato un periodo molto importante della mia vita e non mi pento di nulla».

A volte, Luis non sapeva se ce l’avrebbe fatta: «In molte occasioni ho pensato che sarei morto in prigione. Ma pensavo che c’erano principi e obiettivi molto più importanti di me stesso. E credo che ne sia valsa la pena».

Secondo lui, la sua resistenza e quella di altri prigionieri hanno avuto un ruolo nell’«aprire il cammino verso la libertà», rivelando in parte le crudeltà perpetrate dal regime comunista cubano.

«Quando sono stato imprigionato per la prima volta, il mondo praticamente non ascoltava, molti media tradizionali erano in silenzio, molti ministeri degli Affari Esteri ignoravano la situazione a Cuba – ha raccontato Luis – Una soddisfazione che ho ora è che grazie agli sforzi che abbiamo fatto, che hanno fatto quelli prima di me, e che altri stanno facendo ora, il mondo ora sa di questa dura situazione, di come ci sono prigionieri politici a Cuba, e della cattiveria e delle torture a cui sono sottoposti questi uomini e donne coraggiosi».

«Abbiamo mantenuto la fede, la convinzione e la fermezza degli ideali per i quali stavamo combattendo e abbiamo creduto che valevano tanto sacrificio, e che la gente sarebbe stata grata per la propria libertà».

Luis ha descritto la prigione come un campo di battaglia civile e come una scuola: «Una scuola dove ho imparato a capire la natura umana, dove ho imparato il valore dell’amicizia e della lealtà». In quei luoghi ha incontrato e imparato dai prigionieri politici che erano determinati a non rinunciare ai loro principi.

In merito alle sue esperienze personali, ha detto di aver imparato a superare la paura: «Ho imparato che il dolore della tortura non è la fine di tutte le cose».

«Non avrei parole ora per spiegare perché ho resistito. Ma lo attribuisco, credo, a due parole: dignità e rettitudine – ha riflettuto Luis – Credo che il modo migliore per sconfiggere il tuo nemico, la cattiveria, l’odio, sia proprio con la convinzione e la determinazione».

«Il nemico ti odia, ti disprezza. Ho sempre pensato che “nonostante il suo fanatismo, deve sapere che tu hai ragione e hai dignità”. […] Anche se non ho ancora raggiunto l’obiettivo per cui ho combattuto, almeno ho la soddisfazione che non sono stati in grado di abbattermi».

Come altri che hanno vissuto nella Cuba comunista, Luis raccomanda agli americani attratti dagli ideali socialisti e comunisti di fermarsi e riflettere sulle esperienze vissute da Paesi comunisti come Cuba e Venezuela.

«C’è una definizione chiara per il comunismo. Come lo ha definito lo scrittore Eudocio Ravines, “il comunismo è una truffa”», ha dichiarato Luis, citando il giornalista e politico peruviano. «Ma più che una truffa, è una bugia, un inganno, una mafia. È manipolazione, è monopolio, controllo assoluto sulla vita delle persone».

Ha quindi esortato gli americani a difendere la libertà finché hanno la possibilità di farlo: «Al popolo americano, ai giovani americani, dico: per favore, difendete la democrazia, salvaguardate la libertà. Perché una volta in ballo, ci vorranno anni per recuperarle».

 

Articolo in inglese: How a Political Prisoner of 17 Years Resisted Communist Cuba’s Persecution



 
 
 

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