Le pretese di razzismo sistemico favoriscono la ‘cultura della cancellazione’

Di Shane Miller

I diversi incidenti degli ultimi mesi indicano che l’ondata di ‘cultura della cancellazione’ e di politicaly correct si sta intensificando. In particolare, le rivendicazioni di un presunto razzismo sistemico hanno raggiunto un nuovo apice dopo la morte, nel mese di maggio, dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco di Minneapolis.

In un’intervista, Jonathan Kay, giornalista di lunga data e redattore canadese della rivista online Quillette ha spiegato: «Ci sono molti fattori in questo momento». Uno è che la gente passa più tempo online a causa della pandemia, e questo può minare la fiducia e favorire il cosiddetto pensiero di gruppo (groupthink). «Ci sono un sacco di discussioni e di partigianerie, ma senza i normali lubrificanti sociali e la fiducia che deriva dal vedere le persone dal vivo».

Inoltre, in un Occidente «post-cristiano e post-religioso», sembra che per alcuni l’antirazzismo abbia assunto gli orpelli di una religione. «È evidente che molti dei ferventi sostenitori della giustizia sociale stanno trattando l’antirazzismo come un nuovo tipo di religione. Offre ai suoi adepti una teoria totalizzante del male nell’universo, per cui questi vedono i loro avversari come degli eretici che non solo sbagliano, ma sono letteralmente malvagi. E nella lotta contro il male, ogni tattica è permessa: anche quando tali tattiche sarebbero altrimenti viste come crudeli o addirittura sociopatiche».

Stockwell Burt Day è tra quelli che sono stati messi all’angolo dall’attuale tendenza anti-razzismo semplicemente perché ha espresso un’ opinione. Mentre le proteste e le rivolte per la morte di Floyd infuriavano negli Stati Uniti, l’ex ministro del governo canadese ha preso parte a una dibattito durante il programma Power and Politics della Cbc, che aveva come tema il razzismo sistemico in Canada. Quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse del commento del primo ministro Justin Trudeau, secondo il quale il Canada potrebbe avere i suoi problemi di razzismo sistemico, Day ha negato che il Paese fosse sistemicamente razzista: «Noi celebriamo la nostra diversità in tutto il mondo, ed è sbagliato che il primo ministro insinui – ed è un’insinuazione – che il nostro sistema sia razzista a livello sistemico. Sì, ci sono alcuni idioti razzisti in giro, ma il Canada non è un Paese razzista e la maggior parte dei canadesi non è razzista».

Ma la reazione è stata rapida e furiosa; Day ha finito per abbandonare il suo ruolo di opinionista alla Cbc, così come i suoi incarichi aziendali, e si è addirittura scusato per i suoi commenti «insensibili e offensivi», impegnandosi a fare «incessanti sforzi per combattere il razzismo in tutte le sue forme».

Qualche settimana dopo, a seguito di una «indagine interna», la conduttrice della Cbc Wendy Mesley è stata sospesa perché avrebbe usato un linguaggio sgradevole durante gli incontri editoriali in due distinte occasioni. La colpa della Mesley è di aver usato durante una riunione la cosiddetta n-word [nigger, ovvero negro, ndr] anche se «non come un insulto», secondo quanto spiegato dalla conduttrice in un tweet, e di averla pronunciata mentre citava il titolo di un libro durante un altro incontro.

Questo genere di cultura ‘antirazzista’ trova la sua massima espressione nei campus universitari, e le vittime sono la libertà di parola e quella accademica.

L’Università Wilfred Laurier ha fatto notizia nel novembre 2017 quando la studentessa e assistente Lindsay Shepherd è stata ignominiosamente rimproverata da due professori e da un amministratore dell’Ufficio per la diversità e l’equità, per aver mostrato un video in classe dello psicologo Jordan Peterson che discuteva l’uso dei pronomi di genere. È stata accusata di aver creato un «clima tossico» per gli studenti e forse di aver violato il Codice dei diritti umani dell’Ontario.

David Haskell, un professore dell’Università Laurier che ha sostenuto Shepherd, afferma che la pessima influenza del political correct, dell’intolleranza e della censura nelle università, sta diventando sempre più radicata.

Il professore ha citato una lettera del 19 giugno scritta dal presidente dell’Università Laurier, Deborah MacLatchy, e indirizzata a docenti e studenti, in cui si osserva che alla luce delle proteste antirazziste nella società in generale, l’università ha sviluppato un piano d’azione in linea con i suoi valori fondamentali di equità, diversità e inclusione, per affrontare il razzismo sistemico nel campus. Il piano comprende iniziative a livello istituzionale rivolte ai docenti e agli studenti.

In risposta, Haskell e il suo collega William McNally, dopo aver notato che l’affermazione non si basava su «prove empiriche di qualità» e che il piano d’azione avrebbe avuto un impatto negativo sulla libertà accademica, hanno scritto una lettera aperta alla presidente MacLatchy per contestare la sua pretesa di razzismo sistemico nell’Università Laurier.

Haskell in un’intervista ha spiegato che «quello che è successo nella mia università, è l’emblema di ciò che avviene nei campus di tutto il Nord America e l’ideologia della politica identitaria del Regno Unito – con le conclusioni radicali e ingiustificate che promuove – sta venendo imposta come ‘verità’, mentre le contestazioni empiriche alle sue conclusioni vengono messe a tacere». Inoltre, lui e McNally sono stati gli unici due tra i 550 professori a tempo pieno della Laurier che hanno messo in discussione le affermazioni dell’amministrazione sul razzismo sistemico nel campus, «nella chiara assenza di una definizione del fenomeno e di prove empiriche del fenomeno. Quando i professori sono disposti a lasciare che rivendicazioni ingiustificate siano presentate come fatti, l’università come istituzione non ha più alcun valore».

Haskell spiega che uno degli altri problemi che contribuiscono al clima di cancellazione della cultura è la discriminazione contro gli accademici conservatori e più eterodossi in fase di assunzione. «Molte università stanno valutando l’opportunità di obbligare i nuovi assunti a presentare una dichiarazione sulla diversità, l’equità e l’inclusione – alcune lo hanno già fatto. In tale dichiarazione, si deve giurare fedeltà alla nozione di azione positiva e, con ogni probabilità, confessare questi peccati immaginari come ‘privilegio bianco’». Un conservatore che crede che il merito e la competenza da soli dovrebbero determinare l’assunzione – non i criteri razziali e di genere – non troverà mai più un impiego accademico quando la richiesta di queste dichiarazioni diventa routine».

Con i candidati professori conservatori che vengono discriminati in questo modo, «la possibilità che la diversità di opinioni prevalga nei campus non è realistica».

L’approccio evocato dalle università, ed esacerbato dai social media, serve a manipolare la mentalità degli studenti, che poi se la portano dietro nel mondo del lavoro. Questi «giovani ultra-progressisti» possono avere un effetto potente nell’influenzare i loro capi o le politiche aziendali.

Secondo il professor Haskell, «I progressisti sono riusciti a medicalizzare il vocabolario del disaccordo. Anche parlare di aspetti basilari della biologia umana è ora visto come intrinsecamente ‘traumatico’ per le persone che rifiutano la biologia a favore delle teorie gender. E siccome nessuno di noi vuole essere visto come uno che infligge dolore alle persone, queste lamentele servono come un asso nella manica. E così una singola persona in un’organizzazione di mille persone può ora porre il veto su intere politiche o prodotti».

«Il tutto è insostenibile».

 

Shane Miller è uno scrittore politico con sede a London, Ontario.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

 

Articolo in inglese: Systemic Racism Claims Exacerbating ‘Cancel Culture’ Climate

 
 
 

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