Ricordando i caduti, 22 anni di persecuzione e vessazione

Di John Mac Glionn

Gli abusi che si verificano nella regione cinese dello Xinjiang sono stati ben documentati. Senza dubbio, con il lavoro forzato e le orribili storie di abusi sessuali, la storia degli uiguri è importante e deve essere raccontata, ma non è la sola.

Un’altra storia importante che deve essere raccontata è quella della persecuzione dei praticanti del Falun Gong, i quali, da ventidue anni fa ad oggi, sono oggetto di tentativi di eliminazione totale da parte del Partito Comunista Cinese (Pcc).

Così, a partire dal 1999, per più di due decenni i praticanti del Falun Gong hanno subito indicibili atti e intollerabili violazioni dei diritti umani: numerosi praticanti sono stati sottoposti a detenzione arbitraria, tortura, lavoro forzato e minacce di morte. Migliaia sono morti per mano del Pcc. Questo breve articolo vuole quindi ricordare le donne e gli uomini e coraggiosi che sono stati puniti e picchiati, perseguitati e perseguiti. E omaggiare anche coloro che continuano a diffondere il messaggio della pace, dell’amore e dell’unità.

Caduto ma non dimenticato

Ma prima dobbiamo chiederci: perché il regime cinese teme il Falun Gong, una pratica spirituale che comprende semplici esercizi e meditazione, e pone grande enfasi sull’importanza del pudore e della decenza? Ebbene, in Cina, dove la tirannia e la menzogna regnano sovrane, c’è poco spazio per l’onestà, l’empatia e la tolleranza. In altre parole, non c’è spazio per il Falun Gong.

Dal 20 luglio 1999, il Pcc ha lanciato innumerevoli campagne diffamatorie contro i praticanti del Falun Gong. In Wild Grass: Three Portraits of Change in Modern China, Ian Johnson ha scritto che le affermazioni del Pcc contro il gruppo non contengono alcuna verità. Opponendosi alla propaganda del regime cinese, Johnson mette in chiaro le cose: i membri del Falun Gong «si sposano al di fuori del gruppo, hanno amici esterni, svolgono lavori normali, non vivono isolati dalla società, non credono che la fine del mondo sia imminente e non danno significative somme di denaro all’organizzazione».

Tuttavia, ciò non ha impedito al Pcc di diffondere bugie maligne sul Falun Gong. Come ha sottolineato lo scrittore James Griffiths, dal 1999 il Pcc ha lanciato una «campagna di propaganda concertata» per ritrarre il movimento pacifico come un «culto malvagio». Entro un mese dal suo divieto, «quasi 400 articoli pubblicati nei media statali attaccavano il Falun Gong». Naturalmente, la risposta è andata ben oltre gli aspri editoriali.

Centinaia di migliaia di praticanti del Falun Gong sono stati inviati nei campi di «rieducazione».

La gente si chiede se l’inferno sia reale. C’è, ed esiste qui sulla Terra. L’inferno si presenta sotto forma di una struttura cinese di «rieducazione». Come riporta Amnesty International, «i cosiddetti ‘campi di rieducazione’ sono luoghi di lavaggio del cervello, tortura e punizione che risalgono alle ore più buie dell’era di Mao, quando chiunque sospettato di non essere abbastanza fedele allo Stato o al Partito Comunista Cinese poteva finire nei famigerati campi di lavoro cinesi».

In queste strutture c’è poca, se non nessuna, enfasi sull’educazione vera e propria. Invece, coloro «che resistono o non mostrano progressi sufficienti, affrontano punizioni che vanno dall’aggressione verbale alla privazione del cibo, all’isolamento, alle percosse e all’uso di restrizioni e posizioni di stress». La depravazione sperimentata in questi campi non conosce limiti. Un certo numero di anime sfortunate, «incapaci di sopportare il maltrattamento», si sono invece tolte la vita.

Il dipinto «Una tragedia in Cina» mostra una moglie in lutto di fronte al marito morto. Incrocia le braccia in una dimostrazione di forza e resilienza. Il marito torturato ha mantenuto la sua fede fino alla fine. In mano tiene dei documenti per il lavaggio del cervello che il regime cinese usa per convincere i praticanti del Falun Gong a rinunciare alla loro fede. (L’arte di Zhen Shan Ren)

Puoi biasimarli? Per un innocente che si ritrova in una struttura di detenzione e tortura, le possibilità di fuga sono minime. Negli ultimi 22 anni, migliaia di praticanti e altre persone innocenti sono stati torturati a morte in questa campagna di terrore. Nello Xinjiang sta avvenendo un genocidio, ma con i praticanti del Falun Gong, il genocidio è in corso da più di due decenni. Nel 2009, per non dimenticare, sia in Spagna che in Argentina, cinque alti funzionari del Pcc sono stati incriminati per aver commesso atti di genocidio e tortura sui praticanti del Falun Gong. Ancora più sorprendentemente, decine di migliaia di praticanti innocenti sono stati assassinati dal Pcc.  Nondimeno, a molti di loro sono stati persino prelevati gli organi, anche se erano ancora vivi.

Nel 2013, a testimonianza dei soprusi perpetrati contro i praticanti del Falun Gong, Ethan Gutmann, scrittore, ricercatore, autore americano e ricercatore senior in China Studies presso la Victims of Communism Memorial Foundation, aveva affermato che, sebbene non vi fosse «nessun modo» per descrivere l’esecuzione dei praticanti del Falun Gong, ha paragonato la persecuzione che affrontano in Cina, all’«Inquisizione», e ha denunciato il fatto che delle persone innocenti «semplicemente scompaiono».

Dopo l’agghiacciante testimonianza di Gutmann, le sparizioni non si sono fermate. In seguito, nel 2018 un gruppo di avvocati ed esperti, molti dei quali da anni svolgevano ricerche sulle atrocità Cina, ha affermato di avere «evidenti prove che il prelievo forzato di organi avvenuto in Cina, sia ancora in corso», con i praticanti del Falun Gong imprigionati a fungere da «fonte principale».

Perché queste persone sono state massacrate e brutalizzate? Perché ancora oggi i praticanti del Falun Gong subiscono le punizioni più disumane che si possano immaginare? Perché hanno osato dire la verità; hanno osato promuovere le idee di pace e di unità; e hanno osato mettere in discussione la volontà brutale del regime cinese. Perciò oggi ricordiamo le donne e gli uomini coraggiosi che hanno perso la vita e le anime coraggiose che continuano a combattere la buona battaglia. Coloro che hanno lasciato questo mondo possono essere caduti, ma non sono stati dimenticati.

 

John Mac Ghlionn è ricercatore e saggista. Il suo lavoro è stato pubblicato da artisti del calibro di New York Post, Sydney Morning Herald, The American Conservative, National Review, The Public Discourse e altri rispettabili organi di stampa. È anche editorialista di Cointelegraph.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Epoch Times.

Articolo in inglese:Remembering the Fallen: 22 Years of Persecution and Punishment

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