Scienziati militari cinesi discutevano dell’attacco con un coronavirus artificiale già nel 2015

Di Frank Fang

È il 2015 e degli scienziati militari cinesi discutono nel dettaglio di un piano per rilasciare un coronavirus simile alla Sars, creato in laboratorio. Lo scopo? Semplice: causare il terrore di massa per far avanzare le ambizioni politiche globali del regime comunista.

Queste rivelazioni, descritte in un libro del 2015, recentemente portato alla luce per la prima volta dal The Australian, emergono proprio mentre gli Usa hanno chiesto all’Oms un esame approfondito sulle origini della pandemia da Covid-19, inclusa l’ipotesi della fuga dal laboratorio di Wuhan, un istituto che ha collaborato con l’esercito cinese.

Nello specifico, gli scienziati hanno proposto la militarizzazione dei patogeni, inclusi i coronavirus della Sars, per «causare terrore e ottenere un vantaggio politico e strategico» su uno Stato nemico. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’epidemia di Sars dal 2002 al 2003 ha infettato 2.769 persone e ne ha uccise 425 al di fuori della Cina continentale. Quanto ai dati legati alla situazione interna della Cina, gli esperti ritengono che siano probabilmente molto più alti di quelli riportati da fonti ufficiali.

A febbraio 2015, Military Medical Science Press, una casa editrice di proprietà dell’esercito cinese, ha pubblicato un libro di 261 pagine intitolato The Unnatural Origin of Sars and Genetic Weapons Based on Man-Made Viruses. Gli autori scrivevano che «lo sviluppo delle armi biologiche è entrato in una nuova fase senza precedenti nella storia», e chiedevano agli esperti cinesi di «comprendere e prestare attenzione alle armi genetiche contemporanee» per eventuali guerre future, anche nell’avvento di una terza guerra mondiale. Queste «armi genetiche contemporanee», si riferiscono all’uso di biotecnologie sperimentali e test sugli animali per modificare i geni dei patogeni, che potrebbero essere adattati per colpire i tratti genetici specifici delle popolazioni nemiche.

Il dispiegamento di tali armi biologiche sarebbe più vantaggioso rispetto all’uso della guerra convenzionale e delle azioni militari, secondo gli autori, perché le mosse militari possono essere ricondotte a uno Stato e portare a una condanna internazionale. D’altra parte le armi genetiche, «possono essere nascoste ed è difficile trovare prove contro di loro», hanno scritto. «Anche di fronte a prove accademiche, virologiche o animali, [si può, ndr] negare, impedire [a qualcuno di sollevare la questione, ndr] e sopprimere [possibili accuse, ndr], lasciando così le organizzazioni internazionali e le persone oneste inermi».

Xu Dezhong, uno dei due redattori principali del libro, a quel tempo era un analista per il team nazionale cinese di prevenzione e trattamento della Sars. Secondo Baike (una piattaforma simile a Wikipedia gestita dal motore di ricerca cinese Baidu) i suoi compiti includevano anche segnalazioni al massimo comando militare cinese, la Commissione militare cinese.

Xu era anche professore nel dipartimento di epidemiologia militare presso l’Università Medica delle Forze Aeree Cinesi. L’istituto, precedentemente noto come Quarta Università Medica Militare, si trova a Xi’an, la capitale della provincia cinese dello Shaanxi. Altri dieci scienziati di questa università militare sono stati elencati tra i 18 autori del libro.

L’altro redattore principale è Li Feng, che era anche vice capo dell’ufficio di prevenzione delle epidemie presso il dipartimento logistico del Pla. Non è chiaro se Li detenga ancora questa posizione.

Il libro ha discusso a lungo le potenziali ricadute di un attacco con armi biologiche e le condizioni ottimali per rilasciare tale arma: è probabile che qualsiasi attacco travolga il settore sanitario locale intorno al ‘ground zero’ dell’epidemia, si afferma nel testo. Il settore medico cadrebbe inoltre sotto «un grosso fardello» a causa dell’enorme numero di pazienti. Inoltre, la necessità di mettere i pazienti in quarantena, così come un trattamento medico prolungato, metterebbe ulteriormente a dura prova le risorse mediche.

Hanno scritto anche che un flusso stabile di vento in una determinata direzione è importante, per trasportare nella giusta direzione i patogeni dispersi nell’aria dall’arma biologica. Inoltre, poiché questi agenti patogeni possono essere indeboliti sotto una forte luce solare, è meglio rilasciarli «all’alba, al tramonto, di notte o nei giorni nuvolosi». Nondimeno fanno notare che le precipitazioni e la neve non sono condizioni ottimali perché questo tipo di tempo «abbasserebbe la concentrazione effettiva» dei patogeni aerodispersi.

Le origini della pandemia

La divulgazione del libro arriva a più di un anno dallo scoppio a Wuhan (Cina) della prima epidemia del virus del Pcc (Partito Comunista Cinese), comunemente noto come nuovo coronavirus.
La cattiva gestione e l’insabbiamento dell’epidemia iniziale da parte del Pcc ha permesso il diffondersi della malattia a livello globale causando più di 3 milioni di morti in tutto il mondo, quando invece avrebbe potuto essere contenuta.

E mentre il mondo lotta per trovare le origini della pandemia, un numero crescente di voci insiste sul fatto che il virus sia fuoriuscito dall’Istituto di virologia di Wuhan (Wiv), e richiedono al Pcc di aprire l’istituto per indagini. Pechino ha negato queste accuse, ma non ha aperto i registri del laboratorio a un controllo indipendente.

David Asher, ex capo investigatore sul Covid-19 presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, a marzo ha dichiarato che il virus potrebbe essere il risultato di un incidente di ricerca sulle armi biologiche presso il Wiv.

A gennaio, il Dipartimento di Stato degli Usa ha rilasciato le sue ricerche sul Wiv, l’unico laboratorio cinese P4 (il più alto livello di biosicurezza), concludendo che dal 2017 l’istituto «si è impegnato in ricerche classificate, compresi esperimenti su animali da laboratorio, per conto dell’esercito cinese». Il Dipartimento ha affermato di avere motivo di credere che «diversi ricercatori all’interno della Wiv si erano ammalati nell’autunno 2019, prima del primo caso identificato dell’epidemia, con sintomi compatibili sia con il Covid-19 che con le comuni malattie stagionali».

È stato anche scoperto che la Wiv ha preso parte a un progetto finanziato dallo Stato – dal 2012 al 2018, studiando i patogeni negli animali selvatici. Il progetto è stato condotto da un team congiunto di scienziati militari e civili.

Tuttavia, a marzo un rapporto di un team composto da scienziati cinesi e stranieri riuniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha respinto la teoria della fuga di laboratorio – come «assolutamente improbabile». Il rapporto è stato pesantemente criticato da 14 Paesi, tra cui Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno espresso preoccupazione per i risultati, poiché avevano richiesto «un’analisi e una valutazione trasparente e indipendente» sulle origini della pandemia.

Un avvertimento

Anders Corr, preside della società di consulenza politica con sede a New York, Corr Analytics, in un recente editoriale per Epoch Times, ha affermato che il libro di testo degli scienziati militari cinesi dovrebbe servire come avvertimento, di un potenziale «bio-attacco a sorpresa da parte della Cina». «Non aspettiamo un attacco biologico a sorpresa. Chiudiamo subito i programmi di armi biologiche della Cina, disaccoppiandoci in modo difensivo dall’infrastruttura Stem (Stem è l’acronimo di scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) del Paese e quindi minimizzandola. Si deve inoltre far pressione sia economicamente che politicamente, per spingere la Cina verso una democratizzazione tanto necessaria. Solo se il Paese si democratizza dovremmo consentirgli di rientrare nel sistema internazionale».

Articolo in inglese: Chinese Military Scientists Discussed Man-Made Coronavirus Attack Years Before COVID-19 Pandemic



 
 
 

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