Se il traffico degli organi cinese non si ferma con il virus

Gli orrori comunisti non finiscono mai. Persino dopo aver causato la pandemia di Covid-19, non avvertendo il mondo per tempo, il regime di Pechino avrebbe continuato a spargere sangue in casa propria, attraverso l’oscura pratica della sottrazione di organi. Questa volta per trapiantarli ai malati di coronavirus. In più, sfruttando l’emergenza sanitaria a proprio favore, il Partito Comunista Cinese ha indossato la maschera della diplomazia per propagandare un’utopica, grande immagine di sé, e occultare ulteriormente i crimini commessi contro l’umanità.

Questo e altro è quanto è emerso dalla conferenza stampa online di giovedì 9 aprile, organizzata dalla Dafoh, ‘Doctors Against Forced Organ Harvesting’ (Medici Contro il Prelievo Forzato di Organi), un’importante associazione medica internazionale a sostegno dell’etica nella medicina, che nel 2019 ha ottenuto il Premio Madre Teresa di Calcutta per la legalità.

Tra i relatori, la dottoressa Katerina Angelakopoulou, rappresentante Dafoh in Italia, la quale ha espresso apprezzamento per gli eroici sforzi del personale medico in Italia, nel pieno di una crisi sanitaria senza precedenti, e ricordato i medici cinesi messi a tacere dalla censura di Pechino, che avevano tentato di dare l’allarme sul virus. Gli altri due relatori della conferenza sono stati Antonio Stango, presidente della Federazione italiana per i diritti Umani, e Marco Respinti, direttore responsabile della testata Bitter Winter, che tratta delle violazioni dei diritti umani in Cina.

La conferenza stampa è stata organizzata con lo scopo di porre l’attenzione su che tipo di interlocutore politico-economico sia il regime comunista cinese (e non la Cina in sé, un Paese dalla cultura millenaria, distinzione che il moderatore della conferenza web ha tenuto a tracciare). Proprio quando l’Italia, nel suo momento più vulnerabile dall’ultimo dopoguerra, sembra più incline a cedere a certi discorsi lusinghieri del regime; e proprio quando gran parte dei media e delle televisioni sembrano fare eco alla propaganda di Pechino, dai presunti aiuti delle mascherine, alle cifre falsificate sulle morti, dimenticando quale sia la vera natura del Partito Comunista Cinese (Pcc). A tal proposito i dati raccolti da formiche.net parlano in effetti di dieci servizi televisivi dedicati agli aiuti degli Stati Uniti, undici per la Russia e 42 per la Cina; uno squilibrio notevole, nonostante gli aiuti (quelli veri e non pagati) siano arrivati anche da Stati Uniti (100 milioni di dollari in forniture mediche), da Francia e da Germania.

Tutto questo sembra voler fare dimenticare che il virus è nato a Wuhan, in Cina. Quella stessa Cina con cui l’Italia ha sottoscritto l’accordo della Via della Seta. Ma non si può non guardare in faccia alla realtà. Infatti, si legge nel comunicato stampa Dafoh, che l’occultamento iniziale e intenzionale da parte del Pcc della «minaccia del letale coronavirus», ha permesso che questo si diffondesse «anche in Italia e causando una calamità che il popolo italiano non viveva da decenni». Senza dimenticare poi la turpe pratica del prelievo forzato di organi di cui si è macchiato il regime cinese, che già da sola basterebbe a far «abbandonare ogni rapporto di cooperazione col governo cinese», e che potrebbe star continuando proprio durante l’ermergenza sanitaria.

Data la grande mole di prove a disposizione contro Pechino, i relatori hanno quindi semplicemente insistito sull’importanza del porsi domande e dubbi quando si interagisce con questo regime totalitario.

Non a caso, la Cina deve rispondere di crimini contro l’umanità. E questo non lo si afferma a sproposito, ma lo ha sentenziato recentemente il noto giudice Geoffrey Nice tramite il China Tribunal di Londra, dopo aver passato al vaglio proprio le prove della pratica di Stato del prelievo forzato di organi, operata «su vasta scala» e ancora in corso, dai prigionieri di coscienza. Organi poi venduti sul mercato nero dei trapianti, dallo stesso governo cinese. Le maggiori vittime sono i praticanti del Falun Gong, ma anche uiguri e tibetani.

Un’esposizione del prelievo di organi in Cina ai praticanti del Falun Gong, durante una manifestazione a Ottawa, Canada (Epoch Times)

Ed è esattamente il tema esposto in quest’ultima sentenza che ha fatto sorgere alla Dafoh inquietanti dubbi sui recenti trapianti di polmoni effettuati sui malati di coronavirus in Cina. Si parla di quattro operazioni, una avvenuta il 29 febbraio, una il 1° marzo, e le altre due l’8 e il 10 marzo. La versione ufficiale è che gli organi provengano da ‘donatori’; ma considerati i tempi così brevi con cui sono stati reperiti ‒ in un Paese in piena emergenza sanitaria e con soli 1,3 milioni di donatori su 1,4 miliardi di persone ‒ oltre all’esplicita sentenza del China Tribunal, i dubbi oltre che inquietanti, diventano anche leciti.

È di pochi giorni fa inoltre la notizia dell’entrata della Cina nella commissione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu (che seleziona gli investigatori che verificano eventuali infrazioni). Questo nonostante la lunga storia che il regime ha in materia di violazioni dei diritti umani di religiosi, dissidenti e di tutte le minoranze etniche.

Ma, come fa notare il dottor Stango, dato che nel meccanismo di funzionamento dell’Onu non c’è alcun sistema intrinseco che possa impedire alla Cina di agire come vuole, è proprio dopo aver considerato seriamente tutte queste realtà, che si dovrebbe avere «il coraggio politico» di dire alla Cina che sta sbagliando.
Ma questo non funzionerà, sottolinea Antonio Stango, fino a quando alcuni politici continueranno a pensare che le «questioni dei diritti umani siano un affare interno alla Cina».

 
 
 

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