Storie di coraggio, attivisti cinesi chiedono al Partito Comunista di lasciare il potere

Di Alex Wu

Due attivisti cinesi si stanno opponendo direttamente al Partito Comunista Cinese (Pcc) e hanno chiesto alla leadership di dimettersi perché responsabile della persecuzione del popolo cinese. In interviste esclusive, hanno spiegato a Epoch Times di volere la democrazia in Cina e la fine del governo del Pcc.

Attivista per i diritti chiede al Pcc di dimettersi

Il 18 ottobre, tra le 10:00 e le 12:00, l’attivista per i diritti umani Xiao Chun ha esposto degli striscioni davanti all’ingresso dell’Università di Xiamen, nella provincia del Fujian. Su uno degli striscioni c’era scritto «diritti umani, democrazia e Stato di diritto», mentre nell’altro i nomi di alcuni rinomati attivisti detenuti illegalmente dal Pcc, tra cui Xu Zhiyong, Huang Qi, Li Huaiqing, Wang Zang, Yu Wensheng, Cheng Yuan, Ding Jiaxi e Zhang Zhan.

Didascalia: Xiao Chun tiene in mano degli striscioni all’ingresso dell’Università di Xiamen. (Screenshot di Twitter)

Xiao vuole opporsi al Pcc perché sopprime la libertà di parola e, come cittadino cinese, spera che la dittatura monopartitica possa essere abolita in modo che la Cina continentale possa avere democrazia e Stato di diritto, come Taiwan: «Stiamo perseguendo i diritti che i cittadini dovrebbero avere. Questi erano originariamente tutti nostri diritti. Il secondo articolo della Costituzione stabilisce che tutti i diritti appartengono al popolo. Le persone sovrintendono al governo e hanno il diritto di scendere in piazza. Noi, popolo e contribuenti, spendiamo soldi per sostenere il governo. Il governo dovrebbe servire la gente, non il contrario. Noi, il popolo, dobbiamo difendere la giustizia».

Xiao vuole anche che il Pcc sia ritenuto responsabile per i suoi illeciti, come la copertura dell’epidemia di Covid-19 in Cina e la soppressione degli informatori che hanno rivelato la verità sulla diffusione del virus. Ha anche menzionato le centinaia di migliaia di persone che fanno petizioni ogni giorno a Pechino, che sono state trattate duramente; e alcuni di loro hanno presentato petizioni per più di un decennio, ma ancora non sono riusciti a ottenere giustizia.

«Il Partito Comunista non ha la capacità di governare bene questo Paese. Non funziona bene, quindi gli chiediamo di farsi da parte».

Alla domanda sulle ripercussioni che avrebbe potuto affrontare per aver criticato apertamente il Partito, Xiao ha risposto di essersi «psicologicamente preparato prima di farlo. […] La gente comune si tira indietro quando viene repressa o picchiata, ma io più vado avanti, e più mi sento motivato. Non ho paura».

Xiao è originario della contea di Qu, città di Dazhou, provincia dello Sichuan. Una volta aveva un’attività di consulenza sulle controversie di lavoro a Shenzhen e ha contribuito a proteggere i diritti dei lavoratori migranti. Di conseguenza, è stato spesso molestato dalle autorità, che hanno limitato la sua libertà e lo hanno derubato e picchiato.

Nel luglio 2008, Xiao ha organizzato una protesta con un gran numero di firmatari in piazza Tiananmen, per chiedere il rilascio degli attivisti per i diritti umani Huang Qi e Hu Jia che all’epoca erano in prigione. Ma per quel gesto è stato arrestato e condannato a quattro anni di carcere con l’accusa di «aver usato un organizzazione settaria per minare l’attuazione della legge».

Xiao ha raccontato che le autorità l’hanno processato segretamente. In prigione era costretto a lavorare sei giorni alla settimana per più di dieci ore al giorno, e veniva pagato con ridicole somme che oscillavano tra i due e i venti yuan (da 0,26 a 2,6 euro) al mese. Mentre era in carcere, diversi detenuti hanno contratto la tubercolosi e altre malattie a causa delle pessime condizioni lavorative nella prigione.

Finalmente, all’inizio di settembre 2011 Xiao è stato rilasciato ed è tornato nella sua città natale nello Sichuan, dove però è stato continuamente molestato e represso dalle autorità cinesi. Racconta di essere stato perseguitato, detenuto illegalmente, inserito nella lista nera e che gli è stato negato il diritto di acquistare biglietti del treno.

«Le persone arrabbiate non hanno più paura»

Nel frattempo, un video su Twitter di un uomo anziano che appende bandiere di cinque paesi democratici è diventato virale e ha attirato l’attenzione di tutto il mondo. Nel video, il 62enne Sui Shuangsheng grida: «Le persone arrabbiate non hanno più paura! Devono parlare. Lunga vita alla democrazia! La dittatura perirà!».

Sui Shuangsheng condivide le sue opinioni sul regime cinese in un video. (Screenshot di Twitter)

Il signor Sui è un attivista per i diritti originario della città di Qingdao, nella provincia dello Shandong. Il primo ottobre, in ricorrenza della festa nazionale per il 71° anniversario dell’ascesa al potere del Partito Comunista in Cina, ha appeso al balcone le bandiere nazionali di Stati Uniti, Gran Bretagna, Australia, Canada e Nuova Zelanda.

Il 20 ottobre, in un’intervista esclusiva con Epoch Times, Sui ha raccontato cosa è successo dopo: il suo edificio è stato circondato da 20-30 agenti di polizia e da alcuni funzionari della città, inviati dalle autorità locali; al che «sono salito sul balcone e ho gridato ‘abbasso la dittatura’!». Quella notte, due agenti di polizia si sono introdotti nel suo appartamento e hanno strappato le bandiere dal balcone.

Sui ritiene di non aver violato alcuna legge: «Perché hanno rimosso le bandiere? I cinesi possono impugnare la bandiera cinese, cantare l’inno nazionale cinese e guidare auto di lusso negli Stati Uniti. Allora perché i cinesi non possono appendere una bandiera americana nelle loro case? Perché [il Pcc, ndr] ha paura della bandiera di un Paese democratico? Tu [il Pcc, ndr] sei troppo losco. Non mi arrenderò neppure se mi arrestano. Le persone arrabbiate non temono più la morte!».

In passato, Sui e sua moglie possedevano società d’ingegneria specializzate nel rimboschimento e nella lavorazione del terreno e della pietra. Ma hanno subito enormi perdite economiche dopo aver denunciato le attività illegali della polizia locale. I coniugi sostenevano che la polizia nel distretto nord di Qingdao stava proteggendo alcuni criminali. Dal 2012 hanno continuato a presentare petizioni e denunce. Nel marzo dell’anno dopo, Sui ha denunciato dozzine di funzionari della città che avrebbero accettato tangenti da imprenditori edili.

Mentre il 22 agosto 2014, Sui ha fatto scoppiare uno scandalo riguardante la costruzione segreta di ville di lusso appartenenti agli otto vice sindaci del governo municipale di Qingdao. Di conseguenza, il 10 ottobre 2014 Sui è stato arrestato con l’accusa di «produzione e stoccaggio di esplosivi» e successivamente condannato a cinque anni di prigione dal tribunale distrettuale di Qingdao Nord. Mentre era detenuto illegalmente, Sui è stato torturato e spinto con ogni mezzo a fare una confessione forzata, ma non ha ceduto. Alla fine, dopo il suo rilascio le autorità gli hanno revocato la pensione.

Sui non si riconosce nel Pcc: «Gli Stati Uniti dicono che il Pcc non rappresenta il popolo cinese. È vero. […] Non amo questa festa e non ha niente a che fare con me. Il Pcc è al potere da 70 anni. Non è stato eletto dalle tre generazioni della mia famiglia, né dal popolo. La propaganda [del Pcc, ndr] e gli articoli che si possono  vedere attualmente sono tutti falsi».

Il signor Sui crede che il Pcc cadrà e il Grande Firewall di Internet sarà rimosso. Il firewall impedisce ai cinesi della Cina continentale di avere accesso a tutte le informazioni non censurate che il regime ritiene sensibili. «La Cina continentale (le persone) vive nella menzogna e viene sottoposta al lavaggio del cervello da loro. Le persone non possono vedere la verità. Il Pcc ha molta paura della verità. Utilizza le bugie per creare bugie». Alla fine dell’intervista, Sui ha dichiarato di essersi ufficialmente ritirato dall’organizzazione dei Giovani Pionieri del Pcc.

Dal 2004, il movimento per le ‘Dimissioni dal Partito’, in cinese Tuidang, ha costantemente guadagnato trazione nella comunità cinese mondiale, alimentato dalla pubblicazione della serie editoriale in lingua cinese dei Nove Commentari sul Partito Comunista da parte di Epoch Times. Basti pensare che al 22 ottobre 2020, circa 366 milioni di cinesi hanno rotto formalmente i loro legami con il Pcc e le sue organizzazioni affiliate secondo i registri del Centro per le dimissioni Tuidang.

 

Articolo in inglese: Mainland Chinese Activists Demand CCP to Step Down

Per saperne di più:

 
 
 

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