Talebani: no slogan e proteste salvo previa approvazione

Di Katabella Roberts

L’8 settembre i talebani hanno annunciato il divieto di tutti gli slogan, manifestazioni e proteste che non hanno l’approvazione ufficiale: un altro segnale del fatto che il gruppo terroristico islamico sta adottando un approccio duro e repressivo nei confronti dei oppositori.

Il decreto è stato emesso dal capo del nuovo ministero degli Interni dei talebani, Sirajuddin Haqqani, membro della rete Haqqani, da tempo designata come organizzazione terroristica dal Dipartimento di Stato americano, che ha messo sulla sua testa una taglia di 10 milioni di dollari. Le Nazioni Unite, invece, lo avevano inserito nella lista dei sanzionabili.

Il decreto di Haqqani afferma che i manifestanti non dotati del permesso dei talebani di organizzare manifestazioni in luoghi e tempi prestabiliti dovranno affrontare «gravi conseguenze legali».

L’approvazione deve essere data anche per eventuali slogan che potrebbero essere utilizzati durante la protesta.

Il decreto ha anche accusato gli afgani che protestavano a Kabul e in altre province negli ultimi giorni, di «aver violato la sicurezza, molestato le persone e interrotto la vita normale», aggiungendo che «nessuno dovrebbe protestare e causare preoccupazione ai cittadini» senza il permesso del Ministero della Giustizia.
«L’Emirato islamico affronta le richieste e i diritti legittimi di tutti i cittadini e deve avere il tempo di adottare le misure necessarie per affrontare altre questioni una volta ripristinata la sicurezza».

L’annuncio arriva mentre sono diffuse molteplici proteste nel Paese tra combattenti talebani e manifestanti, inclusa una protesta guidata da donne locali a Kabul.

Il 7 settembre, dei membri del gruppo terroristico sono stati visti sparare in aria nel tentativo di disperdere una grande protesta che si teneva fuori dall’ambasciata del Pakistan a Kabul, nella quale, secondo quanto riferito, diversi giornalisti sono stati arrestati.

Migliaia di uomini e donne afgani sono scesi in piazza per protestare contro i talebani e ciò che hanno definito l’interferenza dell’intelligence pakistana negli affari della nazione mediorientale. Ritengono infatti che ci sia stata la mano del Pakistan a guidare il ritorno dei talebani al potere.

I dimostranti affermano che l’Inter-Services Intelligence (Isi) del Pakistan ha sostenuto l’ultima offensiva dei talebani che ha messo in rotta i combattenti della resistenza nella valle del Panjshir a nord di Kabul, l’ultima area in cui i combattenti della resistenza anti-talebana hanno resistito al gruppo terroristico, ma Islamabad lo nega.

Alcuni dei manifestanti portavano cartelli con la scritta «Isi stai alla larga». Altri gridavano slogan come «Azadi [libertà, ndr]» e «Morte al Pakistan».

Il 7 settembre, i talebani hanno annunciato il loro nuovo governo per l’ Afghanistan, sfidando le pretese del governo legittimo dell’ex vicepresidente afghano Amrullah Saleh, che si dice essere il «legittimo presidente ad interim». secondo la costituzione del Paese adottata nel 2004. Il gabinetto dei talebani in particolare non include donne o figure non talebane, nonostante il gruppo militante abbia promesso di formare un «governo inclusivo» come parte dell’accordo di Doha.

Il gruppo ha nominato il Mullah Mohammad Hassan Akhund, come primo ministro ad interim del Paese e il co-fondatore Mullah Abdul Ghani Baradar, come secondo in comando, mentre il Mullah Yaqoob sarà il ministro della Difesa.

La comunità internazionale ha espresso preoccupazione per la mancanza di diversità all’interno del cosiddetto governo dei talebani, con gli Stati Uniti che in precedenza avevano affermato che non avrebbero riconosciuto un governo guidato dai talebani se non fosse stato inclusivo: «Notiamo che l’elenco dei nomi annunciato consiste esclusivamente di individui che sono membri dei talebani o dei loro stretti collaboratori e nessuna donna. Siamo anche preoccupati per le affiliazioni e i precedenti di alcuni individui», ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato in una dichiarazione dopo l’annuncio del 7 settembre. «Comprendiamo che i talebani lo abbiano presentato come un gabinetto di transizione. Tuttavia, giudicheremo i talebani dalle loro azioni, non dalle parole».

Il primo ministro britannico Boris Johnson ha fatto eco alle preoccupazioni degli Stati Uniti sulla proposta di governo dei talebani e sulla netta mancanza di diversità. «Vorremmo vedere, in ogni situazione, un gruppo diversificato nella leadership che cerca di affrontare gli impegni che gli stessi talebani hanno stabilito, e non è quello che abbiamo visto», ha detto un portavoce di Johnson. «Continueremo a giudicare i talebani per le loro azioni».

Il portavoce dell’Ue Peter Stano ha affermato ai media che il nuovo governo «non sembra la formazione inclusiva e rappresentativa in termini di ricca diversità etnica e religiosa dell’Afghanistan che speravamo di vedere e che i talebani stavano promettendo nelle ultime settimane».

Nel frattempo, il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha affermato che l’esclusione di gruppi al di fuori dei talebani, insieme alla violenza perpetrata dai terroristi talebani contro manifestanti e giornalisti a Kabul, «non sono segnali che danno motivo di ottimismo». «Deve essere chiaro ai talebani che l’isolamento internazionale non è nei loro interessi, e soprattutto non in quelli del popolo afgano», ha detto Maas.

 

Articolo in inglese: Taliban Declares Ban on Slogans, Protests That Don’t Have Its Approval

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