Una guerra fredda tecnologica tra Usa e Cina?

Di Fan Yu

Durante la Guerra Fredda quasi metà del mondo ha adoperato le tecnologie, i macchinari e le ideologie politiche sviluppate dall’Unione Sovietica. L’altra metà – il mondo libero – ha scelto invece di seguire gli Stati Uniti e i suoi alleati.
E con l’aumento delle tensioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, in futuro potrebbe aver senso parlare di una nuova Guerra Fredda, che si combatte però in ambito tecnologico e finanziario.

Da quando il presidente americano Donald Trump ha definito il gigante delle telecomunicazioni Huawei una minaccia per la sicurezza nazionale e le ha proibito di acquistare alcuni prodotti statunitensi indispensabili, Pechino sta cercando di rivalersi ad ogni costo, e la vicenda potrebbe effettivamente ripercuotersi sull’intero settore tecnologico.

Inoltre, sembra che Huawei sia soltanto la punta dell’iceberg. Il governo americano sta infatti valutando la possibilità di aggiungere una serie di altre aziende cinesi alla propria lista nera.

Se dovesse veramente verificarsi una guerra fredda tecnologica, l’attuale scenario cambierebbe significativamente: le catene di approvvigionamento globali potrebbero essere interrotte e la rete commerciale globale che ha aiutato la Cina nella sua ascesa a potenza economica globale verrebbe smantellata.

La catena di approvvigionamento globale

I consumatori in tutto il mondo si sono abituati a leggere la seguente dicitura sulle scatole dei prodotti Apple: «Designed by Apple in California. Assembled in China» [Progettato da Apple in California. Assemblato in Cina, ndt].

Questo è infatti il modello che hanno adottato gran parte delle aziende tecnologiche negli ultimi decenni: le imprese americane sviluppano nuove tecnologie e prodotti negli Stati Uniti, che vengono assemblati in Cina a un costo relativamente inferiore, per poi essere spediti in tutto il mondo.

Ma in futuro le cose potrebbero cambiare.

Un ampio provvedimento, simile a quello che ha colpito Huawei e le sue società affiliate, potrebbe infatti proibire ad altre aziende straniere, i cui prodotti contengono almeno il 25 percento di tecnologia proveniente dagli Usa, di fornire componenti alle aziende cinesi.
Cosa significa all’atto pratico? Che più aziende potrebbero adottare un modello localizzato di ricerca e sviluppo e di produzione, passando quindi da un modello in cui erano le fabbriche cinesi a rifornire il mondo, anche per via del basso costo del lavoro, a un modello di produzione locale che possa rifornire direttamente anche il mercato cinese.

Secondo la più recente inchiesta della Camera di Commercio americana in Cina, pubblicata il 22 maggio, circa il 33,2 percento delle imprese americane che operano nel Paese comunista sta posticipando o cancellando in blocco i propri investimenti in Cina. Se i dazi permarranno è probabile che le aziende statunitensi sposteranno la filiera produttiva fuori dalla Cina: una scelta considerata sempre più giustificata, a fronte della crescente instabilità politica cinese e dell’aumento del costo del lavoro.

Un altro 35,5 percento delle imprese intervistate ha dichiarato di stare adottando un approccio del tipo ‘in Cina per la Cina’ al fine di mitigare l’impatto dei dazi, approccio che consiste nel produrre in Cina i prodotti da vendere in Cina. Tuttavia questa strategia potrebbe diventare inefficiente con l’intensificarsi della guerra fredda tecnologica, poiché potrebbe essere richiesto alle aziende di localizzare anche la ricerca e l’innovazione.

A rimetterci nella Guerra, sarebbe la Cina

È certo che le aziende cinesi hanno molto di più da perdere, poiché molti dei componenti che importano dagli Usa non possono essere sostituiti con prodotti cinesi.

Per esempio, la divisione di Huawei addetta alla produzione dei chip, HiSilicon, attualmente realizza l’architettura del suo chip Kirin grazie alla licenza dell’importante produttore inglese Arm Holding. Tuttavia, a maggio l’Arm ha comunicato a Huawei che smetterà di fornire la licenza a HiSilicon per via di alcune notizie preoccupanti provenienti dagli Stati Uniti.

Inoltre, recentemente Google ha annunciato che smetterà di fornire a Huawei il software e gli aggiornamenti Android, che è il principale sistema operativo installato sugli smartphone Huawei. A fine maggio il Dipartimento del Commercio Usa ha però accordato a Huawei una licenza temporanea, affinché i telefoni già in commercio possano continuare a ricevere gli aggiornamenti di sicurezza per i prossimi 90 giorni.

Come se non bastasse, Huawei è stata sospesa dalla Wi-fi Alliance, un ente che si occupa di stabilire gli standard per la banda larga senza fili nel mondo.

Questi eventi non solo ‘azzoppano’ Huawei, ma pongono con efficacia un freno alle sue ambizioni globali. Senza l’accesso a queste tecnologie è praticamente impossibile che Huawei raggiunga l’obiettivo di superare Samsung e divenire il primo fornitore di smartphone al mondo. Per quanto riguarda le reti telefoniche, l’azienda giapponese SoftBank è diventata l’ultima dei potenziali clienti di Huawei ad aver ufficialmente rifiutato la sua tecnologia per la realizzazione delle reti 5G, annunciando il 31 maggio che si rivolgerà ai giganti europei della telefonia Nokia e Ericsson.

Se simili provvedimenti dovessero prendere di mira altre aziende cinesi – la maggior parte delle quali dispongono di bilanci e di sistemi per il supporto alle operazioni di gran lunga meno importanti rispetto a Huawei – molte dovrebbero interrompere in blocco le loro operazioni.

 

Articolo in inglese: What a Technology Cold War Could Look Like

Per saperne di più:

 

 
 
 

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