«Un’epidemia di venduti». Giocatori dell’Nba criticati per gli accordi con la Cina

Di Eva Fu

«Se non ti alzi in piedi per qualcosa, cadrai per qualsiasi cosa», ha scritto il giocatore dell’Nba Dwyane Wade su Twitter a giugno del 2020.

Il tweet, pubblicato tra le proteste di massa per la morte di George Floyd, ritraeva il giocatore di basket con in mano un paio di scarpe nere con lo slogan dipinto in maiuscolo: «Basta».

L’account che ha pubblicato il messaggio era il marchio di scarpe da ginnastica «Way of Wade», di proprietà di Li-Ning, un marchio sportivo cinese che è stato posto sotto esame per aver appoggiato il comportamento di Pechino nei confronti delle minoranze musulmane nello Xinjiang, dove il regime ha condotto una campagna di repressione contro gli uiguri, definita un genocidio dagli Stati Uniti.

Secondo Espn, a parte Wade, almeno 17 giocatori della Nba hanno attualmente accordi di sponsorizzazione con una delle quattro principali società cinesi di abbigliamento sportivo che hanno legami oscuri con il lavoro forzato nella regione.

Quando lo scorso marzo gli Stati Uniti e gli alleati hanno imposto collettivamente sanzioni sullo Xinjiang, Li-Ning e le altre aziende di abbigliamento sportivo – Anta, Peak e 361 Degrees – le hanno respinte ferocemente, ribadendo il loro sostegno al cotone dello Xinjiang, un prodotto che secondo i ricercatori è probabilmente frutto del lavoro forzato uiguro. La regione fornisce del resto circa il 20% del cotone mondiale.

Le preoccupazioni per il trattamento riservato da Pechino agli uiguri hanno spinto gli Stati Uniti a decidere di organizzare un boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi invernali di Pechino. A dicembre, gli Stati Uniti sono anche diventati il ​​primo Paese ad approvare una legge che vieta tutte le importazioni dalla regione per motivi di lavoro forzato.

Per i marchi cinesi, la dimostrazione di fedeltà ha comunque prodotto risultati tangibili. Le azioni di Li-Ning sono aumentate dopo che alcuni fan nazionalisti cinesi hanno scoperto che il marchio da tempo evidenziava esplicitamente l’origine del cotone dello Xinjiang sulle etichette dei suoi prodotti.

Nel 2012, Wade ha firmato un contratto di 10 anni per rappresentare Li-Ning che gli avrebbe portato 10 milioni di dollari all’anno, producendo un sottomarchio «Way of Wade». Nel 2018, ha convertito l’accordo in un contratto a vita prima della sua ultima stagione Nba. Il giocatore non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito alle questioni relative ai diritti umani.

Dalla metà degli anni 2000, più di 50 giocatori Nba sono diventati testimonial di marchi cinesi per monetizzare l’enorme popolarità di questo sport in Cina, secondo Espn. L’ultima a unirsi a loro è stata la guardia dei Washington Wizards Spencer Dinwiddie, che a gennaio ha firmato un contratto pluriennale di scarpe per essere l’ambasciatore di 361 Degrees.

Due pesi, due misure

L’Nba e i suoi giocatori hanno affrontato accuse di ipocrisia, in quanto hanno sostenuto le cause della giustizia sociale a livello nazionale, ma sono rimasti in silenzio su questioni relative alla Cina: «Troppi membri dell’élite sociale e aziendale americana sono disposti a ripetere slogan mentre guadagnano soldi dalla schiavitù degli altri. Questo è un disgustoso doppio standard», ha detto a Epoch Times in una e-mail il senatore statunitense Marco Rubio (R-Fla.), che ha sponsorizzato la legge sulla prevenzione del lavoro forzato uigura recentemente emanata.

Rubio spera che la legge «aiuterà a porre fine a questa ipocrisia e costringerà coloro che fanno affari nella nostra nazione [gli Usa, ndr] a rimuovere ogni traccia di lavoro schiavo uiguro dalle loro catene di approvvigionamento».

Il senatore James Lankford (R-Okla.), che aveva chiesto il trasferimento delle Olimpiadi invernali del 2022 via da Pechino, ha esortato gli atleti a «fermare qualsiasi appoggio alle aziende che sostengono o rimangono in silenzio davanti alle eclatanti violazioni dei diritti umani da parte del Partito Comunista Cinese nei confronti di gruppi etnici e religiosi come gli uiguri». «Molti guardano a questi atleti come modelli: è tempo che difendano ciò che è giusto», ha riferito a Epoch Times. «Hanno il potere e una piattaforma per parlare apertamente: nessuna approvazione o somma di denaro vale abbastanza da stare zitti».

Eppure il silenzio è la strada scelta dalla maggior parte dell’Nba, secondo Enes Kanter Freedom, l’ex centro dei Boston Celtics che ha preso una posizione decisa contro il Partito Comunista Cinese (Pcc), criticando il regime per i suoi abusi in Tibet, nello Xinjiang e il prelievo forzato di organi ai prigionieri di coscienza, che avviene in tutta la nazione. Freedom ha detto che i suoi colleghi erano «troppo spaventati per dire qualcosa» sulla Cina a causa dei loro interessi commerciali lì. «Sanno cosa sta succedendo, conoscono tutti gli abusi commessi dal Pcc, ma solo perché […] hanno avuto questi grandi accordi di sponsorizzazione o hanno molte vendite di jersey o vendite di scarpe in Cina, mi stanno dicendo che devono rimanere in silenzio, ma mi sostengono e pregano per me», ha detto a un forum di esperti alla fine di gennaio.

Nel 2019, diverse star della Nba hanno criticato l’allora direttore generale degli Houston Rockets Daryl Morey dopo che ha pubblicato un tweet a sostegno dei manifestanti pro-democrazia di Hong Kong. Sebbene il tweet sia stato presto cancellato, ha attirato l’ira di Pechino, portando tutti gli sponsor cinesi a rinunciare agli accordi di partnership con la lega.

La lega è passata rapidamente al controllo dei danni e si è scusata, dicendo che fosse «spiacevole» vedere i fan in Cina offesi. Sebbene la sua dichiarazione in inglese affermasse che «i valori della lega supportano l’educazione delle persone e la condivisione delle proprie opinioni su questioni importanti per loro», la lega ha anche fornito una versione più conciliante sui social media cinesi, in cui si afferma «estremamente delusa» dal tweet, che «ferisce gravemente i sentimenti degli appassionati cinesi di sport».

Tuttavia, il commissario della Lega, Adam Silver, ha insistito sul fatto che non ci fossero discrepanze nelle due dichiarazioni e ha indicato quella inglese come versione ufficiale.

Silver ha anche recentemente difeso la lega e i suoi giocatori, dicendo a Espn che la loro «storia di leadership nella giustizia sociale parla da sé». L’Nba ha citato ciò in una risposta a Epoch Times: «Non credo sia ipocrita che la lega e i giocatori concentrino la loro attenzione su questioni che sono più vicine a casa e hanno un impatto sulle nostre comunità», ha affermato Silver nella dichiarazione, aggiungendo che le scelte di partnership dei giocatori non sono soggette all’approvazione della Nba.

Gli agenti di Wade e Dinwiddie non hanno risposto a una richiesta di Epoch Times di commentare le loro approvazioni.

«Epidemia di venduti»

A gennaio, Chamath Palihapitiya, co-proprietario dei Golden State Warriors, ha suscitato indignazione per aver detto che «a nessuno importa cosa sta succedendo agli uiguri», affermando invece di essere preoccupato per i cambiamenti climatici e per Black Lives Matter. Ha descritto la questione sugli uiguri come «un segmento di una classe di persone in un altro Paese». L’inaspettato sfogo di rabbia, tuttavia lo ha costretto a ritrattare la dichiarazione ore dopo.

«Penso che ci sia un’epidemia di venduti», ha detto l’ex giocatore Nba Royce White a Epoch Times. «Il corporativismo e il materialismo dell’Occidente abbiano contagiato i suoi atleti e molti di loro vedono le opportunità economiche come indipendenti dalla responsabilità sociale. È sbagliato, è corrotto ed è pericoloso».

Freedom è attualmente senza una squadra dopo essere stato rilasciato dagli Houston Rockets il mese scorso a seguito di uno scambio con i Boston Celtics. Crede che il suo attivismo contro il Pcc possa avergli costato la carriera: «Ad essere onesti, è una strada solitaria, sto parlando in un mondo sportivo», ha detto il 17 febbraio durante una cerimonia di premiazione a Washington come riconoscimento per il suo attivismo. «Puoi parlare di tutta la giustizia sociale, di tutte le ingiustizie che accadono in tutto il mondo. Ma quando si tratta della Cina, non puoi parlare. Se lo fai, dovrai affrontarne le conseguenze». Ha anche rivelato di essere stato soggetto a un silenzio stampa forzato di due settimane a seguito del caos su Twitter in merito ad Hong Kong nel 2019.

Ma il portavoce della lega Mike Bass afferma: «Continuiamo a sostenere Enes Kanter Freedom nell’esprimere le sue opinioni su questioni che sono importanti per lui, come facciamo per tutti i membri della famiglia Nba».

Nonostante la sua effettiva estromissione dalla Nba, Freedom ha comunque aggiunto di non avere rimpianti: «Se non parlassi di tutti questi problemi che stanno accadendo laggiù, non potrei andare a dormire, sai?».

 

Articolo in inglese: ‘Epidemic of Sellouts’: NBA Players Criticized for Shoe Deals With Chinese Brands Linked to Forced Labor

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