Gli Usa rientrano nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu, tra critiche e lodi

Di Frank Fang

Il Congresso americano ha reagito in modi contrastanti all’ultima decisione del governo Biden: riportare gli Stati Uniti nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Onu).

Gli States avevano rinunciato al proprio posto nel Consiglio a giugno del 2018, sotto l’amministrazione Trump, facendo notare che alcuni dei peggiori violatori dei diritti umani – Cina, Cuba e Venezuela – erano membri del Consiglio.

Ma l’8 febbraio il nuovo segretario di Stato americano Antony Blinken ha criticato la decisione del 2018, affermando in un comunicato stampa che il ritiro «non ha fatto nulla per incoraggiare un cambiamento significativo, ma ha invece creato un vuoto di leadership degli Stati Uniti».

Pur riconoscendo che il Consiglio è un «organismo imperfetto» che ha bisogno di riforme, Blinken ha dichiarato che il presidente Joe Biden ha incaricato il Dipartimento di Stato di «impegnarsi immediatamente e vigorosamente con il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite» in qualità di osservatore.

Nel Consiglio un osservatore può presentare proposte di risoluzione ma non ha diritto di voto.

Dal canto suo, il senatore Marco Rubio (R-Fla.), che fa parte del Comitato per le Relazioni Estere del Senato e della Commissione Congressuale-Esecutiva sulla Cina (Cecc), ha criticato Biden affermando che «non dovrebbe dare alcun briciolo di credibilità» al Consiglio dal momento che «è diventato un luogo dove i regimi dispotici si riuniscono e ricevono copertura internazionale per continuare a commettere i loro orribili abusi».

Rubio ha anche sottolineato le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono sotto la giurisdizione di quattro attuali membri del Consiglio: Cina, Cuba, Russia e Venezuela. Il caso più clamoroso è quello della Cina, dove nella sola regione occidentale dello Xinjiang il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha recentemente rinchiuso in campi di prigionia oltre un milione di membri di minoranze etniche, come uiguri, kazaki e kirghisi.

A gennaio, l’allora segretario di Stato americano Mike Pompeo ha definito la persecuzione del Pcc contro queste minoranze come genocidio e «crimine contro l’umanità».

Manifestazione Tibetani contro genocidio
Tibetani, uiguri, kazaki, hongkonghesi, mongoli del sud, taiwanesi e attivisti cinesi per la democrazia riuniti per chiedere ai governi di opporsi alla soppressione della libertà, della democrazia e dei diritti umani da parte del Partito Comunista Cinese, davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York, il 1° ottobre 2020. (Samira Bouaou/The Epoch Times)

Rubio ha quindi suggerito che l’amministrazione Biden rivolga la sua attenzione a «lavorare con gli alleati democratici per spingere verso responsabilità e giustizia questi regimi brutali e promuovere la tutela dei diritti umani ovunque».

In un comunicato, il senatore repubblicano Rick Scott ha definito la decisione dell’amministrazione Biden «un tragico errore», aggiungendo anche che «l’amministrazione Biden deve rendere assolutamente chiaro che gli Stati Uniti sono a favore dei diritti umani e rifiutare di impegnarsi con un’organizzazione che chiude un occhio sul genocidio».

Il più importante repubblicano della commissione affari esteri della Camera, Michael McCaul, non ha chiesto a Biden di ritirarsi dall’organismo delle Nazioni Unite, ma ha dichiarato: «Esorto il @POTUS @JoeBiden & @SecBlinken a tenere a mente le atrocità commesse dai membri dell’Unhrc [Consiglio per i diritti umani dell’Onu, ndt] mentre il governo rientra a farne parte. La nostra partecipazione dovrebbe essere focalizzata sull’attuazione di riforme significative dell’Unhrc, compresa la fine del chiaro pregiudizio contro Israele, e far sì che l’organismo indaghi senza indugio sul genocidio nello #Xinjiang».

Invece il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha accolto con favore la decisione degli Stati Uniti – secondo una dichiarazione rilasciata dal suo portavoce – definendo il Consiglio come «il principale forum mondiale per affrontare l’intera gamma delle sfide legate ai diritti umani».

Anche diversi parlamentari democratici hanno scritto su Twitter per esprimere sostegno alla decisione dell’amministrazione Biden, compresa la rappresentante Barbara Lee (D-Calif.), secondo cui la mossa sta «dando potere agli oppressi e ristabilendo la credibilità dell’America nel mondo».

D’altra parte, la scorsa settimana, il rappresentante Chip Roy (R-Texas) e altri 44 repubblicani della Camera hanno inviato una lettera a Biden, chiedendo al presidente di non unirsi a un Consiglio che non ha adottato alcuna risoluzione di condanna verso Paesi come Cina, Russia, Cuba e Pakistan tra il 2006 e il 2019.

Nel frattempo, funzionari statunitensi anonimi hanno dichiarato ad Associated Press che gli Stati Uniti cercheranno di ottenere uno dei tre seggi permanenti nel gruppo ‘Europa occidentale e altri Stati’ – presieduti attualmente da Austria, Danimarca e Italia fino alla fine 2021 – nelle prossime elezioni di quest’anno. I Paesi che vincono avranno un mandato di tre anni nel Consiglio.

Il Consiglio per i diritti umani è infatti diviso in cinque gruppi regionali, e la Cina attualmente detiene un seggio nel gruppo degli Stati dell’Asia-Pacifico, che manterrà fino al 2023 dopo aver ottenuto il seggio nell’elezione di ottobre dello scorso anno. In precedenza la Cina ha occupato un seggio nel Consiglio dal 2017-2019.

L’ex ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley, che nel mese di gennaio aveva sollecitato Biden a non rientrare nel Consiglio, ha espresso su Twitter il suo disappunto per la decisione di reimpegno: «Triste vedere l’amministrazione Biden legittimare un’organizzazione che è diventata una farsa per i sostenitori dei diritti umani in tutto il mondo».

Mentre Hillel Neuer, direttore esecutivo di U.N. Watch, ha invitato l’amministrazione Biden a evitare di ripetere le azioni dell’amministrazione Obama, che a sua detta ha agito «come una cheerleader del Consiglio». Ha invitato Biden a chiedere riforme serie, come «rimuovere i despoti dal Consiglio, come il regime venezuelano di Maduro. […] Gli Stati Uniti dovrebbero evitare di conferire legittimità a un Consiglio in cui le tirannie e altre non-democrazie costituiscono attualmente il 60 per cento dei membri».

Infine, Neuer ha concluso che «l’amministrazione Biden dovrebbe essere franca nel denunciare gli abusi del Consiglio, e metter loro continuamente pressione».

 

Articolo in inglese: Biden’s Decision to Re-Engage UN Human Rights Council Met With Praise and Criticism

 
 
 

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