Vent’anni dopo l’11 settembre, i talebani di nuovo al potere

Di Charlotte Allen

L’America commemora il 20esimo anniversario dall’attacco terroristico più letale della storia umana, avvenuto l’11 settembre 2001.

L’annuale commemorazione dell’11 settembre nell’ex sito delle Torri gemelle, il World Trade Center – obiettivo del primo e più letale dei quattro attacchi aerei suicidi che quel giorno uccisero 2.977 persone, per lo più civili – è normalmente una solenne celebrazione della resilienza americana. Una commemorazione che proprio quest’anno, a vent’anni dagli attentati, avrebbe avuto bisogno di un’America più unita.

L’umore dell’America in questo momento è infatti cupo, oscurato da un’economia afflitta dall’inflazione, da inaspettate impennate di Covid-19, da un’ondata di omicidi urbani senza precedenti, dalle devastazioni dell’uragano Ida e dall’incendio del lago Tahoe e, soprattutto, dalla brutta mossa del presidente Joe Biden in Afghanistan.

Il ritiro delle ultime truppe americane dall’Afghanistan, una mossa sostenuta dalla maggioranza degli americani, avrebbe dovuto essere un trionfale coronamento del primo anno di mandato di Biden. La sua amministrazione aveva accuratamente programmato il completamento del ritiro per il 31 agosto, appena prima dei memoriali dell’11 settembre. Il ritiro avrebbe drammatizzato, a beneficio politico di Biden, il sospiro di sollievo dell’America alla fine di una guerra debilitante durata 20 anni, che era iniziata come una rappresaglia contro il leader di al-Qaeda Osama bin Laden – che l’intelligence statunitense aveva individuato come la mente degli attacchi – e contro i talebani estremisti islamici che lo ospitavano e che controllavano all’epoca anche l’Afghanistan.

Dopo la fuga di Osama (un’operazione dei Navy Seal lo aveva finalmente ucciso in Pakistan nel 2011), la guerra è andata avanti apparentemente senza senso, costando migliaia di vite americane, decine di migliaia di vittime e più di 100 miliardi di dollari all’anno al suo picco (i costi totali potrebbero alla fine raggiungere i 2 mila miliardi di dollari).

Ma Biden, la sua amministrazione e i vertici del Pentagono hanno pasticciato tutto sul ritiro: l’abbandono frettoloso e notturno della base aerea di Bagram, l’evacuazione caotica che ha lasciato decine di cittadini americani bloccati come possibili ostaggi, la fuga del 15 agosto del presidente afgano sostenuto dagli Stati Uniti Ashraf Ghani (è fuggito con 169 milioni di dollari in contanti del tesoro statale, anche se lui nega qualsiasi furto), l’impacciata intelligence statunitense che ci ha detto che l’esercito afgano di 300 mila persone (addestrato dagli Stati Uniti al costo di 84 miliardi di dollari) avrebbe potuto resistere contro i talebani per almeno un anno, le decine di milioni di dollari di carri armati, aerei e sofisticate attrezzature militari lasciati indietro e ora nelle mani dei talebani…

Biden ha in programma di partecipare a tutte e tre le commemorazioni dell’11 settembre: al sito delle torri del World Trade, al Pentagono e al Memoriale del volo 93 vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dove gli eroici passeggeri hanno deviato un attacco pianificato alla Casa Bianca. E, con almeno un membro della famiglia di una vittima dell’11 settembre che avrebbe consigliato a Biden di non presentarsi a Manhattan, sarà un miracolo se riuscirà a tenere la testa alta in ogni punto del suo itinerario.

La debacle in Afghanistan ha fatto però una cosa: ha distrutto alcune delle felici illusioni che la tragedia dell’11 settembre aveva purtroppo, per forza di cose, alimentato. Una di queste era l’illusione del nation-building, abbracciata per decenni dalle istituzioni militari e dai think-tank dell’America in vari punti dello spettro politico, da destra a sinistra. L’idea era che l’America avesse potuto usare la guerra non solo per sconfiggere i nemici, ma anche per forgiare democrazie in stile occidentale, che sposassero i valori occidentali, in Paesi con culture radicalmente non occidentali. Era una battaglia per i ‘cuori e le menti’ che aveva fallito in Vietnam negli anni ’60 e ad Haiti e Somalia negli anni ’90. Dopo l’11 settembre, il nation-building divenne un perno della politica dell’Afghanistan di George W. Bush (e anche di quella dell’Iraq, con risultati altrettanto disastrosi).

«Sappiamo che la vera pace sarà raggiunta solo quando daremo al popolo afgano i mezzi per realizzare le proprie aspirazioni», aveva dichiarato Bush in un discorso del 2002. «Avevamo liberato il Paese da una dittatura primitiva, e avevamo l’obbligo morale di lasciarci dietro qualcosa di meglio», scrisse poi nel suo libro di memorie.

E così, sotto Bush e il suo successore, Barack Obama, l’Afghanistan ha sperimentato fenomeni come un programma di master in ‘studi sulle donne e sul genere’, lanciato all’Università di Kabul nel 2015 dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, e un’iniziativa statunitense per la parità di genere da 787 milioni di dollari (pagata dai contribuenti statunitensi) progettata per forzare il femminismo in stile americano su una società islamica altamente estremista, dove le donne coperte dalla testa ai piedi stavano per lo più a casa. Gli studi di genere possono aver funzionato bene nella relativamente cosmopolita Kabul, ma hanno favorito rivolte nell’entroterra rurale montuoso che hanno fatto il gioco di un talebano risorto, eccitato e alla fine trionfante.

Purtroppo, però, c’è un altro fenomeno dell’11 settembre che si è rivelato un’illusione e che gli eventi in Afghanistan hanno contribuito a distruggere. Ed è la fugace unità nazionale che i catastrofici eventi di quella soleggiata mattina di settembre avevano favorito.

Quelli di noi che hanno vissuto quel giorno possono ancora ricordare le bandiere americane che apparivano in quasi tutte le finestre e in quasi tutti i portici d’America. Non ci fu nessun inginocchiamento per l’inno nazionale; gli spettatori piansero e applaudirono quando Mariah Carey lo cantò durante il Super Bowl XXXVI nel febbraio 2002. Non c’era nessuna idea di togliere fondi alla polizia. I 60 agenti di New York e del New Jersey che hanno dato la loro vita insieme a centinaia di altri primi soccorritori, mentre le torri del World Trade crollavano, erano stati onorati come eroi.

È difficile credere che l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, detestato dai media e attualmente bersaglio di indagini federali e della sospensione della sua licenza legale a New York e nel Distretto di Columbia per la sua rappresentanza legale a Donald Trump, una volta veniva chiamato «il sindaco d’America» da Oprah Winfrey per la sua passeggiata tra le macerie pochi minuti dopo la distruzione, come un faro di leadership.

Certo, quel senso di unità nazionale era probabilmente illusorio anche allora, ma era comunque palpabile.

Così, se il 20esimo anniversario di quel triste e memorabile giorno, l’11 settembre 2001, non sembra proprio qualcosa che valga la pena di celebrare in questo momento, quella grave perdita può però essere tuttavia un promemoria di ciò che una volta l’America aveva e ora non ha più, e anche di quello che gli americani hanno imparato, sullo stato infelice della loro leadership e del Paese.

 

Quelle espresse in questo articolo sono le opinioni dell’autore e non riflettono necessariamente il punto di vista di Epoch Times

Articolo in inglese: Destroying Illusions: Reflecting on 9/11 and the Afghanistan Debacle

 
 
 

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