Zuckerberg conferma: Facebook aveva nascosto i post riguardanti il laptop di Biden

Mark Zuckerberg lo ha ammesso senza se e senza ma: Facebook ha attivamente ridotto la portata dei post sui social media che facevano riferimento alla storia del laptop di Hunter Biden in vista delle elezioni presidenziali del 2020.

Nell’episodio del 25 agosto di The Joe Rogan Experience, Zuckerberg, Ceo di Meta (società madre di Facebook) ha affermato che la mossa è avvenuta in risposta a un messaggio del Federal Bureau of Investigation (Fbi) ad alcuni membri dello staff di Facebook, che metteva in guarda dalla propaganda russa prima delle elezioni del 2020.

Zuckerberg lo ha rivelato in risposta alla domanda di Rogan: «Come gestisci le cose quando c’è una grande notizia controversa, come quando c’era molta attenzione su Twitter durante le elezioni per via della storia riguardante il laptop di Hunter Biden?»

Zuckerberg ha risposto: «Dietro di questo c’è l’Fbi, penso che in pratica abbia contattato alcune persone del nostro team e hanno detto tipo “Ehi, giusto perché lo sappiate, dovreste stare in allerta. Abbiamo pensato che ci fosse molta propaganda russa nelle elezioni del 2016, abbiamo notato che fondamentalmente sta per esserci una specie di riversamento simile a quello, quindi siate vigili”».

Zuckerberg ha specificato che il protocollo adottato da Facebook è stato «diverso da quello di Twitter».

«Quello che hanno detto su Twitter, cioè che ‘Non puoi condividerlo affatto’, non l’abbiamo fatto», ha detto Zuckerberg, riferendosi alla storia del laptop Hunter Biden. «Quello che facciamo è, se qualcosa ci viene segnalato come potenziale disinformazione, disinformazione importante, eseguiamo programmi di verifica dei fatti di terze parti perché non vogliamo decidere cosa è vero o falso. Per il fatto in questione, in cui penso fossero trascorsi cinque o sette giorni per determinare se fosse falso, la distribuzione su Facebook era diminuita, ma le persone potevano comunque condividerla. Quindi potevi ancora condividerlo, potevi ancora accedervi».

I commenti di Zuckerberg sono diventati virali su Twitter; dopodiché, Meta ha rilasciato dichiarazioni sulla piattaforma affermando che quanto detto dal Ceo non è nuovo.

«Niente di tutto questo è nuovo. Mark ha testimoniato davanti al Senato quasi due anni fa che, in vista delle elezioni del 2020, l’Fbi ha messo in guardia contro la minaccia di operazioni di hacking e leak stranieri», si legge in una dichiarazione di Meta in risposta a un post virale sui commenti di Zuckerberg che aveva più di 51.000 condivisioni e 107.100 like. La dichiarazione di Meta aveva un link a un articolo pubblicato nell’ottobre 2020 su Zuckerberg che spiegava ai legislatori al Congresso il ruolo di Facebook nel  limitare la diffusione di un articolo del New York Post riguardante il laptop di Hunter Biden.

Meta ha dichiarato su Twitter: «Come abbiamo detto, nulla nella storia del laptop di Hunter Biden è nuovo. Di seguito è riportato ciò che Mark ha detto al senatore Johnson nell’ottobre 2020 e ciò che Mark ha detto a Joe Rogan questa settimana. L’Fbi ha condiviso avvertimenti generali sull’interferenza straniera, niente di specifico su Hunter Biden». Questa volta, il post presentava un video affiancato che confrontava le osservazioni di Zuckerberg nell’ottobre 2020 e nell’agosto 2022, mostrando le loro somiglianze.

In una dichiarazione ai media, l’Fbi ha affermato di «notificare regolarmente agli enti del settore privato statunitense, inclusi i fornitori di social media, in merito a informazioni su potenziali minacce, in modo che possano decidere come difendersi meglio dalle minacce».

«L’Fbi ha fornito alle aziende indicatori di minaccia straniera per aiutarle a proteggere le loro piattaforme e i clienti dagli abusi da parte di attori stranieri di influenza maligna», continua la dichiarazione. «L’Fbi continuerà a lavorare a stretto contatto con i partner del settore federale, statale, locale e privato per tenere il pubblico informato sulle potenziali minacce, ma l’Fbi non può chiedere di o indirizzare le aziende ad agire sulle informazioni ricevute».

L’Fbi ha ottenuto il laptop di Hunter?

Il laptop del figlio del presidente Joe Biden, Hunter Biden, è diventato oggetto di numerosi resoconti della stampa nell’ottobre 2020 dopo che il New York Post ha divulgato la notizia. Il contenuto trovato sul laptop mostrerebbe il coinvolgimento di Joe Biden, del fratello James e del figlio Hunter in varie iniziative imprenditoriali all’estero in Paesi come Ucraina, Russia, Cina e altri, anche durante il periodo in cui Joe Biden era vice presidente durante l’amministrazione Obama, e mostrerebbe anche i pagamenti ricevuti in relazione al loro coinvolgimento. Il laptop conterrebbe anche altri contenuti, comprese immagini pornografiche e dati illeciti.

All’epoca, il New York Post ha riferito che il laptop sarebbe stato sequestrato dall’Fbi e una copia dei file consegnata all’avvocato di Rudy Giuliani, Robert Costello, dal proprietario di un’officina di riparazioni elettroniche.

La storia del laptop di Hunter Biden è stata rapidamente censurata e soppressa su varie piattaforme di social media, incluse Twitter e Facebook. I media principali hanno inizialmente respinto la notizia come disinformazione russa e non hanno riconosciuto l’autenticità del laptop fino a due anni dopo, quando alcuni giornali tra cui il Washington Post e il New York Times hanno pubblicato articoli che verificavano e riconoscevano l’autenticità del laptop.

Più di 50 ex funzionari dell’intelligence, tra cui l’ex direttore della Cia John Brennan e l’ex direttore dell’intelligence nazionale James Clapper, avevano firmato una lettera (pdf) nell’ottobre del 2021 affermando, senza prove, che la storia del laptop di Hunter Biden fosse disinformazione russa. La lettera è stata successivamente citata dall’allora candidato alla presidenza Biden durante il secondo dibattito presidenziale come prova volta ad affermare che le storie sul laptop di suo figlio fossero disinformazione russa.

A marzo, l’ex procuratore generale William Barr ha ammesso di essere stato informato dall’ex direttore dell’intelligence nazionale John Ratcliffe e dall’Fbi che il laptop era autentico ed era in possesso dell’Fbi, ma non ne ha parlato pubblicamente nel suo ruolo di procuratore generale.

Zuckerberg :«Nessuno è stato in grado di dire che fosse falso»

Zuckerberg ha spiegato a Rogan che Facebook ha rankato i post sul laptop di Hunter Biden nel feed delle notizie «un po’ meno, quindi meno persone l’hanno visto di quanto non avrebbero fatto altrimenti». Zuckerberg non ha quantificato il livello al quale Facebook ha ridotto la distribuzione dei post, ma ha affermato che «è significativo».

«Ma fondamentalmente, molte persone sono state ancora in grado di condividerlo», ha detto a Rogan. «Abbiamo ricevuto molte lamentele sul fatto che fosse così. Sai, ovviamente, questa era una questione iperpolitica. Quindi, a seconda di quale parte dello spettro politico [appartieni, ndr], o pensi che non l’abbiamo censurato abbastanza o che abbiamo censurato troppo.»

«Ma non c’era una sorta di bianco e nero al riguardo come su Twitter. Abbiamo solo pensato, ehi, se l’Fbi, che considero ancora un’istituzione legittima in questo Paese, è un'[agenzia di, ndr] applicazione della legge molto professionale, viene da noi e ci dice che dobbiamo stare in guardia su qualcosa, allora voglio prenderlo sul serio.»

Alla domanda se l’Fbi ha specificato che Facebook doveva «stare in guardia» sulla storia del laptop di Hunter Biden, Zuckerberg ha risposto: «No. Non ricordo se fosse quello in particolare. Ma sostanzialmente si adattava allo schema».

Rogan ha chiesto se ci sia qualche «rammarico» per la soppressione di contenuti che si sono rivelati reali, Zuckerberg ha detto: «Sì, sì. Voglio dire, è terribile».

«Si è scoperto dopo il fatto, voglio dire, i fact-checker hanno esaminato la questione, nessuno è stato in grado di dire che fosse falso», ha detto a Rogan. «Quindi fondamentalmente c’è stato questo periodo in cui c’è stata una minore distribuzione… è terribile, penso, nello stesso modo in cui è terribile passare per un processo penale ma alla fine dimostrarsi innocenti. Risulta comunque terribile dover affrontare un processo penale, ma alla fine sei libero.»

«Non so se la risposta sarebbe stata non fare niente o non avere alcun processo, penso che il processo sia stato abbastanza ragionevole, lasciamo comunque che le persone lo condividano, ma ovviamente non vuoi situazioni come quella», ha detto Zuckerberg.

Il logo di Facebook sullo schermo di uno smartphone. (Kirill Kudryavtsev/AFP tramite Getty Images)

L’insabbiamento ha condizionato i risultati elettorali

Un sondaggio del Technometrica Institute of Policy and Politics con sede nel New Jersey all’inizio di agosto su 1.335 adulti ha mostrato che il 79% degli americani crede che l’ex presidente Donald Trump probabilmente avrebbe vinto nuovamente le elezioni se le persone avessero saputo la verità sul laptop di Hunter Biden.

I giornalisti investigativi Jeff Carlson e Hans Mahncke hanno affermato in un commento per Epoch Times che l’insabbiamento della storia del laptop di Hunter Biden da parte dei media principali e delle Big Tech ha avuto un impatto sull’esito delle elezioni presidenziali del 2020.

Carlson e Mahncke hanno anche fatto notare in un articolo separato che un sondaggio di Media Research (pdf) ha mostrato che il 45% delle persone che hanno votato per Biden «non erano a conoscenza delle accuse contro Hunter e Joe Biden e che il 16% degli elettori di Biden, ben oltre il margine di vittoria, non avrebbero votato per lui se avessero saputo di queste informazioni cruciali.»

Carlson ha detto a Crossroads di EpochTV in una successiva intervista: «Sondaggi indicano che se i media fossero stati onesti su ciò che stava succedendo riguardo il laptop di Hunter e non avessero semplicemente soppresso la storia, allora avremmo potuto avere un esito elettorale diverso».

Hunter Biden è attualmente sotto indagine federale per presunta frode fiscale, reati di lobbying e riciclaggio di denaro. Ha confermato nel dicembre 2020 che i suoi affari erano oggetto di indagine; l’indagine è guidata dal procuratore statunitense del Delaware David Weiss, un pubblico ministero nominato da Trump. L’indagine federale risale al 2018, un anno prima che Joe Biden annunciasse la sua candidatura alla presidenza, secondo quanto diversi media hanno riferito, citando fonti anonime.

Il rappresentante Matt Gaetz (R-Fla), che nel marzo di quest’anno ha inserito nei registri del Parlamento americano «contenuti derivanti da, file derivanti da e copie dal laptop di Hunter Biden», ha affermato che i legislatori repubblicani devono concentrarsi sulle indagini riguardanti il laptop di Hunter Biden se controllano della Camera nel midterm di novembre 2022.

Il membro del Congresso repubblicano ha osservato che Biden aveva precedentemente insistito sul fatto che lui e suo figlio Hunter non avevano mai discusso dei rapporti d’affari di Hunter.

«Penso che la cosa davvero istruttiva qui sia che Joe Biden inizialmente avesse preso la posizione secondo cui lui e Hunter non avevano mai discusso degli affari di Hunter. E ora sappiamo che era una bugia», ha detto Gaetz a Crossroads in un’intervista a fine luglio. «Era una bugia in base ai messaggi vocali che abbiamo recuperato da Joe Biden che parlava degli affari di Hunter con lui. Lo sappiamo grazie alle fotografie, in cui Joe Biden è con persone a cui Hunter Biden sta chiedendo soldi».

Biden aveva già dichiarato nel 2019: «Non ho mai parlato con mio figlio dei suoi affari all’estero». Nell’ottobre 2021, poco prima delle elezioni presidenziali, quando è emersa la notizia di e-mail dal laptop, Biden ha respinto una notizia riguardante alcune e-mail che coinvolgevano se stesso e suo figlio Hunter in un affare in Ucraina definendola «un’altra campagna diffamatoria.»

 

Articolo in inglese : Facebook Reduced Reach of Posts About Hunter Biden Laptop in Lead-up to 2020 Election: Zuckerberg

 
 
 

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